Sei ominini sotto un tetto

In un’epoca lontana in cui noi non eravamo ancora apparsi sul pianeta, quando Eurasia, America e Oceania erano ancora terre vergini e inesplorate, la tribù a cui apparteniamo, quella degli ominini, pareva più florida che mai nel continente africano. Circa 1,8 milioni di anni fa (un lasso di tempo che ci appare immenso, eppure si tratta di un battito di


In un’epoca lontana in cui noi non eravamo ancora apparsi sul pianeta, quando Eurasia, America e Oceania erano ancora terre vergini e inesplorate, la tribù a cui apparteniamo, quella degli ominini, pareva più florida che mai nel continente africano. Circa 1,8 milioni di anni fa (un lasso di tempo che ci appare immenso, eppure si tratta di un battito di ciglia del tempo geologico) sembra che fino a sei specie vivessero gomito a gomito nel continente nero, dando vita ad una sorta di “golden age” degli ominini. Alle ultime due specie di australopitecine robuste si erano infatti aggiunti i primi membri di un genere appena nato, Homo, divenuto dominante in seguito alla speciazione di ben quattro forme coeve (anche se non tutti sono d’accordo con questa classificazione): H. habilis, H. rudolfensis, H. ergaster e H. erectus. Non esisteva dunque un’unica specie, come avviene oggi, ma una pletora di forme distinte che rendeva la tribù degli ominini molto più ricca dal punto di vista della biodiversità, e quindi di maggiore successo, diversamente da come ci porta a pensare il nostro antropocentrismo.


Eppure i dati paleoantropologici in nostro possesso mostrano come anche prima di quella “golden age” ci fossero stati momenti di crisi, caratterizzati dall’occorrenza di un’unica specie. Australopithecus africanus era rimasto a lungo solo nelle lande africane prima che avessero luogo, a partire da 2.5 milioni di anni fa, ben nove eventi di speciazione che avrebbero fatto prosperare la nostra tribù.

Ma cosa ha dato il “la” a questa esplosione di forme ominine che ha plasmato i primordi della nostra storia evolutiva?


Un recente studio dell’University of Liverpool ha tentato di fornire una risposta a questa domanda, individuandola negli effetti di un particolare tipo di pressione selettiva già descritto in precedenza, la variability selection.

I primi modelli proposti per la spiegazione dell’evoluzione umana vedevano la savana, diffusasi nell’Africa orientale in seguito ad un forte inaridimento, come l’habitat specifico in cui avrebbero avuto origine gli ominini, separatisi dagli scimpanzé rimasti negli habitat di foresta. Tuttavia, le ultime scoperte paleoantropologiche, così come le ricostruzioni paleoambientali sempre più raffinate, hanno messo in crisi questi vecchi modelli, e diverse ipotesi sono state proposte per fornire spiegazioni più convincenti.


La variability selection hypothesis, che rientra nel novero di queste nuove proposte, prende in esame il continuum di fluttuazioni climatiche che con regolarità ciclica plasmano la geografia e la biosfera del nostro pianeta. Secondo questa ipotesi, i periodi di maggiore variabilità ambientale innescherebbero negli organismi l’evoluzione di risposte adattative in forma di comportamenti complessi e flessibili.

L’autore dello studio, mediante un approccio genetico, ha dimostrato l’affidabilità di quest’ipotesi per spiegare la radiazione adattativa ominina iniziata 2.5 milioni di anni fa. Negli ultimi 5 milioni di anni le fluttuazioni ambientali sono costantemente aumentate, favorendo la selezione di una maggiore versatilità adattativa. I “versatilisti”, nelle parole dell’autore, ovvero le forme dotate di strutture e comportamenti in grado di garantire maggiore plasticità, avrebbero alla fine prevalso sugli “specialisti”, meno abili nel fronteggiare le consistenti fluttuazioni climatiche. Gli adattamenti locomotori a mosaico delle prime australopitecine, l’evoluzione di complessi sistemi sociali, i trend nell’encefalizzazione, l’emergenza di nuove forme di cultura materiale (l’olduvaiano), nonchè scenari di estinzione e speciazione sarebbero alla luce di questo studio tutti potenziali effetti della variazione nella flessibilità comportamentale.


La radiazione adattativa non ha quindi portato con sé solo eventi di speciazione, ma si è conclusa con estinzioni su larga scala che hanno potato tutti i rami del nostro cespuglio evolutivo, sacrificando i parantropi, troppo specializzati per affrontare un clima in continuo cambiamento, e lasciando infine sulla scena una sola specie, Homo erectus, che ha fatto della sua grande plasticità adattativa la strategia che l’ha condotta verso un enorme successo evolutivo. Forte di questa grande versatilità, H. erectus è stato persino il primo ad avventurarsi oltre i confini della culla africana per colonizzare l’Eurasia, anticipando nettamente le nostre imprese che riteniamo così speciali. E il nostro precursore è il più longevo di sempre: ha saputo tener testa agli eventi contingenti della storia naturale per un periodo immenso, se paragonato a quello in cui è vissuto Homo sapiens fino ad oggi. Nei prossimi anni ci attenderanno sfide adattative sempre nuove, e solo le nostre risposte potranno dire quale sarà il nostro successo di specie.


Fabio Perelli

Riferimenti:
Grove, M. (2011) “Speciation, diversity, and Mode 1 technologies: The impact of variability selection”. Journal of Human Evolution, 61(3) : 306-319. Link