Smilodon e Homotherium: top predators d’altri tempi

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Alcune ipotesi relative alle possibili tecniche predatorie adottate dai felidi pleistocenici Smilodon fatalis e Homotherium latidens

I continenti nord-americano ed europeo della tarda Era Glaciale ospitavano tra circa 600.000 e 10.000 anni fa due differenti specie di felidi dai denti a sciabola appartenenti alla sottofamiglia Machairodontinae, chiamate rispettivamente Smilodon fatalis e Homotherium latidens. La caratteristica più evidente che accomunava questi due grandi predatori di vertice tardo-pleistocenici riguarda i canini superiori estremamente allungati (in Smilodon in modo più accentuato di Homotherium) e compressi lateralmente e quelli inferiori di dimensioni ridotte.

L’insolita morfologia dei canini di queste specie estinte ha portato, sin dall’inizio del ‘900, numerosi autori ad essere concordi nel ritenere non solo che Smilodon e Homotherium rivolgessero la loro attenzione verso animali di taglia maggiore rispetto a quanto avviene nei felidi odierni, ma adottassero anche una tecnica predatoria profondamente diversa da quella dei panterini attuali. Questi ultimi, grazie ai canini superiori ed inferiori di lunghezza simile, riescono infatti ad abbattere le prede ricorrendo quasi esclusivamente alla forza del morso. Tuttavia, le ipotesi avanzate sulla modalità predatoria di questi machairodontini sono state davvero numerose e spesso in contrasto tra loro. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza sulla questione riportando quelle più significative.

Una delle prime ipotesi formulate all’inizio del secolo scorso da William D. Matthew (1871-1930), paleontologo statunitense, vedeva S. fatalis e H. latidens assalire grossi mammiferi della megafauna dai quarti posteriori e utilizzare i lunghi canini per trapassare la spessa pelle delle prede e staccare un’ingente quantità di carne dal loro addome. Questa ipotesi venne, però,  respinta a metà del ‘900 da alcuni autori, tra cui Anders B. Bohlin (1898-1990), che erano giunti alla conclusione che i canini superiori di questi predatori erano molto fragili e inadatti a colpire una grande preda perché si sarebbero sicuramente spezzati data la loro forma stretta ed enormemente allungata. Secondo loro, quindi, S. fatalis e H. latidens non erano predatori attivi, bensì, scavenger, ovvero saprofagi e si nutrivano pertanto di carogne. Anche quest’ipotesi ad ogni modo fu ben presto respinta.

Ad oggi, come sostiene il ricercatore statunitense Jeffrey G. Brown, l’ipotesi più accreditata è che molto probabilmente S. fatalis e H. latidens fossero soliti utilizzare i lunghi canini superiori come dei veri e propri pugnali per trafiggere il collo di prede di grandi dimensioni (come ad esempio equidi e cuccioli della megafauna), e reciderne così l’arteria carotide e la vena giugulare, dopo averle assalite dai quarti posteriori attraverso un agguato e immobilizzate con i possenti arti anteriori. Come affermato dal ricercatore danese Per Christiansen, ad avvalorare questa curiosa modalità di predazione sono anche il notevole sviluppo della cresta sagittale nella parte dorsale del cranio e le aree temporali piuttosto depresse in entrambe le specie. Queste caratteristiche, infatti, non si riscontrano nei felini attuali e molto probabilmente garantivano alle “sciabole” una maggiore superficie di innesto dei muscoli del collo e per la masticazione, fondamentali affinché potessero sostenere il capo ed affondare i lunghi canini superiori nelle prede. Infine anche la ridotta altezza del ramo mandibolare di S. fatalis e H. latidens (non osservata nelle specie odierne) è in accordo con questa particolare tecnica predatoria, poiché permetteva a questi carnivori di spalancare le fauci fino ad oltre 90°, lasciando, in tal modo, lo spazio necessario all’azione dei lunghi canini superiori.

La differente architettura cranica esistente tra i felidi dai denti a sciabola e i panterini odierni può essere dunque interpretata come il risultato delle diverse specializzazioni ecologiche e funzionali instauratesi in questi due gruppi di ipercarnivori.


Bibliografia:
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– Christiansen P., 2011. A dynamic model for the evolution of sabrecat predatory bite mechanics. Zoological Journal of the Linnean Society: 123.
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Immagine: Werdelin, Lars, et al. “Phylogeny and evolution of cats (Felidae).” Biology and conservation of wild felids. Oxford (2010): 59-82. via ResearchGate