Su e giù dalla Scala Naturae

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La biologia evoluzionistica non starà diventando troppo “politically correct”?

L’antica idea di scala naturae turba ancora il sonno dei biologi che studiano l’evoluzione? Secondo Rui Diogo, Assistant Professor alla Howard University, Jamine Ziermann e Marta Linde-Medina dell’Università di Manchester, la vecchia tentazione di ordinare idealmente le specie viventi lungo una scala ascendente dalle forme più semplici e “inferiori” fino a quelle di maggior complessità non avrebbe ancora smesso di costituire un ostacolo importante nella definizione di un linguaggio appropriato in biologia.

Rui Diogo è uno studioso abituato a mettere “le mani nella marmellata”, quando si tratta di evoluzione: nel suo laboratorio si studiano anatomia, filogenesi, morfologia funzionale, biologia dello sviluppo dei cordati e in particolare dei primati.

L’accusa che gli autori rivolgono alle ricerche evoluzionistiche degli ultimi decenni è quella di esser passati da un estremo all’altro: da una concezione ancora antropocentrica e lineare di evoluzione – che vede un continuo aumento della “complessità” in specie via via “superiori” dai batteri fino all’uomo ‒ a un atteggiamento molto politically correct, appunto, che li avrebbe portati ad evitare l’uso di termini quali «filogeneticamente basale» e «plesiomorfo» (aggettivo che indica un carattere considerato relativamente primitivo rispetto a uno derivato) che verrebbero ora visti come testimoni scomodi di “vecchie” teorie oggi superate.

Questi temi sono ultimamente tornati molto di moda in letteratura. La questione posta è molto generale: un trend di aumento della complessità è effettivamente osservabile nel processo evolutivo? Questa ipotesi generale è stata messa alla prova in un sistema specifico. Diogo e i suoi collaboratori non hanno utilizzato né caratteri scheletrici né dati molecolari – come oggi si usa nella maggior parte dei casi – ma hanno condotto un esteso studio miologico comparato, con particolare attenzione dedicata al numero e alla morfologia di muscoli cefalici, del collo, pettorali e degli arti anteriori di salamandre, anuri, lucertole, monotremi, lemuri e uomo moderno. Quali sono le conclusioni di questo studio?

Tessuti duri e molli
I risultati dell’analisi miologica risultano coerenti con la filogenesi derivante dallo studio dei caratteri scheletrici e fornisce ulteriori stimoli, permettendo una visione più ampia e integrata delle relazioni che uniscono i tessuti duri e quelli molli.

Primati semplificati
Dopo aver definito la complessità in termini morfologici (numero e differenziazione dei muscoli in questione), gli autori dichiarano di non aver osservato, all’interno dei dati raccolti, alcun trend di aumento della complessità in relazione al numero di step evolutivi. L’esempio più convincente riguarda proprio la nostra specie: alcune novità evolutive che hanno caratterizzato la storia del genere Homo hanno comportato la perdita di alcuni muscoli e una generale riduzione della differenziazione morfologica, tanto che i moderni scimpanzé presentano un apparato muscolare più complicato del nostro. Da questo punto di vista Homo sapiens risulterebbe un «primate semplificato».

Parole scomode?
Detto questo, però, gli autori tengono a sottolineare come non sia necessario eliminare dal lessico specialistico termini come «filogeneticamente basale» o «plesiomorfo», che risultano assai utili nella descrizione dei rapporti evolutivi in tutti i taxa sottoposti ad analisi, tanto più che i problemi di interpretazione emergono, come è facile aspettarsi, quasi soltanto quando ci troviamo a parlare di primati e in generale più ci avviciniamo alla nostra specie.


Riferimenti:
Rui Diogo, Janine M. Ziermann and Marta Linde-Medina, Is evolutionary biology becoming too politically correct? A reflection on the scala naturae, phylogenetically basal clades, anatomically plesiomorphic taxa, and ‘lower’ animals, Biological Reviews, Volume 90, Issue 2, pages 502–521, May 2015 DOI: 10.1111/brv.12121

Immagine: “Tree of life by Haeckel” by Ernst Haeckel – First version from en.wikipedia; description page was here. Later versions derived from this scan, from the American Philosophical Society Museum.. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons