Sulle tracce delle prime armi da getto in Europa

Lo studio delle tracce d’uso di 146 elementi litici appartenenti al primo complesso culturale di Homo sa-piens in Europa rivela il loro utilizzo come armi da getto scagliate meccanicamente, retrodatando di 20.000 l’introduzione di tali tecniche e fornendo importanti implicazioni nella comprensione della dinamica di so-stituzione del Neandertal da parte della nostra specie


Esce su Nature Ecology & Evolution il risultato del progetto di ricerca del team italo-giapponese guidato da Katsuhiro Sano e condotto in collaborazione con l’Unità di Ricerca di Preistoria e Antropologia dell’Università degli Studi di Siena e il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, incentrato sull’analisi delle tracce d’uso  sulle cosiddette semilune uluzziane, ovvero strumenti in pietra a dorso arcuato, con l’obiettivo di definirne la funzione all’interno dello strumentario che i primi uomini moderni utilizzarono una volta giunti in Europa.

È noto che Homo sapiens raggiunge l’Europa per rimanervi intorno a 45.000 anni fa, trovando ampi spazi occupati solo in parte dal Neandertal (Homo neanderthalensis); è altresì noto che nel giro di poche migliaia di anni il Neandertal si estingue, come conseguenza di una serie di fattori in cui risultano coinvolti ambiente e clima, ma tra i quali potrebbe non essere secondario il ruolo di Homo sapiens.

Tecniche di caccia più avanzate rispetto a quelle ad oggi note per il Neandertal potrebbero, in questo contesto, aver favorito una crescita demografica di Homo sapiens, come sembra attestato, secondo un recente studio genetico, dalla maggiore densità dei siti associati all’uomo modenro rispetto a quelli neandertaliani. All’interno di questa tematica di spiccato interesse, dunque, assume un ruolo determinante lo studio del gruppo di ricerca internazionale, che si focalizza sull’elemento caratterizzante dell’Uluzziano, il primo complesso tecno-culturale europeo, attribuito a Homo sapiens grazie a due denti decidui rinvenuti nei livelli uluzziani di  Grotta del Cavallo (Nardò, Lecce).

E proprio dai livelli uluzziani di Grotta del Cavallo proviene il campione di semilune analizzato dai ricercatori. Il progetto ha tratto dall’approccio sperimentale e dalla successiva analisi in parallelo dei prodotti della sperimentazione e dei reperti archeologici gli elementi per concludere che le tracce d’uso rinvenute sulle semilune uluzziane sono compatibili con tracce da impatto prodotte dall’immanicamento in armi composte scagliate tramite arco o propulsore, mentre risultano sensibilmente diverse da quelle prodotte da giavellotti lanciati a mano.

L’analisi dei reperti, effettuata a livello sia macroscopico che microscopico tramite l’impiego di un microscopio digitale Hirox, ha quindi permesso di conseguire un importante risultato, la chiarificazione della funzione delle semilune all’interno della produzione litica uluzziana, ma con consistenti riverberi sotto molti altri punti di vista: il primo e più evidente è una retrodatazione di 20.000 per quel che concerne l’adozione da parte di Homo sapiens di strumenti quali il propulsore e l’arco, fino ad ora considerati innovazioni adottate solo in tempi più recenti. Inoltre, come in parte anticipato, l’adozione da parte di H. sapiens di tecnologie sensibilmente più efficaci nella caccia rispetto a quelle del Neandertal potrebbe aver comportato la differenza tra la sopravvivenza e la rarefazione, anche in condizioni ambientali ardue.

Un ulteriore aspetto, che i ricercatori hanno potuto indagare grazie all’utilizzo della spettroscopia FTIR (in collaborazione con Elettra-Sincrotrone Trieste), riguarda l’identificazione su alcuni reperti di tracce di adesivi complessi, a base di c’era d’api, ocra e gomma vegetale, con i quali gli elementi venivano presumibilmente fissati alle aste delle frecce e dei giavellotti.

Quanto concluso dal team di ricerca ha del notevole, se si considera il filo conduttore che una delle autrici fa notare tra l’industria litica uluzziana e le tradizioni tecnologiche presenti in Sudafrica e in Africa orientale tra 60.000 e 50.000 anni fa, presso le quali è possibile riscontrare pezzi estremamente simili alle semilune. Anche in assenza ad oggi di tracce archeologiche a supporto di un legame di parentela certo tra i due filoni, possiamo affermare che lo studio in questione apre nuove affascinanti prospettive di indagine, fornendo al contempo una base solida per le future ricerche relative alla sostituzione dei Neandertal da parte di H. sapiens e all’Uluzziano, attualmente al centro di numerosi progetti di ricerca.


Riferimenti:
Katsuhiro Sano, Simona Arrighi, Chiaramaria Stani, Daniele Aureli, Francesco Boschin, Ivana Fiore, Vincenzo Spagnolo, Stefano Ricci, Jacopo Crezzini, Paolo Boscato, Monica Gala, Antonio Tagliacozzo, Giovanni Birarda, Lisa Vaccari, Annamaria Ronchitelli, Adriana Moroni and Stefano Benazzi. The earliest evidence for mechanically delivered projectile weapons in Europe. Nature Ecology & Evolution, 3, 1409–1414(2019)