Svelati i segreti delle cure materne dei nostri antenati più antichi

Un nuovo studio mette in luce per la prima volta l’evoluzione del ruolo materno e delle cure parentali nelle madri di Australopithecus africanus, una specie che visse in Sud Africa più di due milioni di anni fa: allattavano i piccoli per i primi 12 mesi di vita e continuavano anche in seguito nei periodi in cui c’era carenza di cibo


Le madri di Australopithecus africanus allattavano i propri piccoli per i primi 12 mesi di vita, ed integravano la loro dieta dopo lo svezzamento con il latte materno nei periodi in cui c’era carenza di cibo. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato su Nature che mette in luce per la prima volta l’evoluzione del ruolo materno e delle cure parentali di questi nostri antenati che vissero in Sud Africa più di due milioni di anni fa.

La scoperta è arrivata dall’analisi di alcuni denti fossili messa a punto da un gruppo internazionale di ricercatori che comprende anche Stefano Benazzi, paleoantropologo al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. “I risultati che abbiamo ottenuto sono molto importanti alla luce degli eventi evolutivi avvenuti nel periodo in questione, dato che Australopithecus africanus visse in contemporanea all’emergere del genere Homo, tra 3 e 2 milioni di anni fa”, spiega Benazzi. “Il forte e prolungato legame tra madri e figli ha infatti probabilmente implicazioni anche sulle dinamiche di gruppo e sulla struttura sociale. Tanto che il prolungamento dell’allattamento materno potrebbe aver influito sul tasso di riproduzione di questa specie, abbassandone la fertilità, con potenziali implicazioni per la sua estinzione”.

Australopithecus africanus – una specie caratterizzata da una combinazione di tratti simili a scimmie e di tratti simili a quelli umani – visse più di due milioni di anni fa durante un periodo di grandi cambiamenti climatici ed ecologici in Sud Africa. I primi fossili di Australopithecus sono stati trovati quasi un secolo fa, ma fino ad oggi gli scienziati non erano stati in grado di capire come questi nostri antenati allevavano i loro piccoli. Per riuscirci, il gruppo di ricerca internazionale autore dello studio ha utilizzato tecniche di campionamento laser in grado di analizzare gli isotopi stabili contenuti all’interno dei denti.

I denti crescono infatti in modo simile agli alberi: si formano aggiungendo ogni giorno strati di smalto e dentina. Per questo sono particolarmente preziosi per ricostruire gli eventi biologici che si verificano durante il primo periodo di vita di un individuo, perché conservano precisi cambiamenti temporali e registrazioni chimiche di elementi chiave incorporati nel cibo che mangiamo. I ricercatori sono così in grado di sviluppare micro mappe geochimiche, grazie alle quali “leggere” bande successive di segnali giornalieri, che forniscono informazioni sul consumo di alimenti e sulle prime fasi di sviluppo.

“Per la prima volta, abbiamo acquisito nuove conoscenze sul modo in cui i nostri antenati crescevano i loro piccoli e su come le madri integravano la dieta post svezzamento con latte materno quando le risorse scarseggiavano”, dice Renaud Joannes-Boyau della Southern Cross University (Australia), tra i coordinatori dello studio. “Dalle analisi delle bande ripetitive che appaiono all’interno del dente possiamo dire che il cibo era ricco di litio: un elemento chimico che probabilmente aiuta a ridurre il deficit proteico durante le prime fasi di crescita”.

Grazie ai dati raccolti dalle analisi dei denti fossili, i ricercatori sono infatti riusciti a dimostrare che le madri di Australopithecus africanus investivano molte risorse nelle cure parentali: un’attività considerata tra gli elementi chiave dell’evoluzione umana. I piccoli venivano allattati continuamente fino ad un anno di età. Dopodiché, l’allattamento materno proseguiva ciclicamente in funzione dei cambiamenti stagionali dell’ambiente. Ad esempio durante periodi di siccità, quando i piccoli australopitechi venivano nutriti con latte materno per compensare la scarsa disponibilità delle risorse alimentari.

“Questa scoperta sulle cure parentali degli australopitechi evidenzia le sfide di sopravvivenza e di adattamento affrontate dai nostri primi antenati – aggiunge Justin W. Adams della Monash University (Australia) – che si sono adattati a vivere in ecosistemi molto variabili per procurarsi il cibo, allevare la prole, e per evitare i predatori”.


                        Mappatura geochimica dei denti fossili (Immagine: Joannes-Boyau)




Con questo metodo di analisi dei denti fossili, alcuni membri dello stesso gruppo di ricerca erano già riusciti ad individuare informazioni sull’allattamento materno dei nostri antenati evolutivi più vicini, i Neanderthal. Questa volta, però, gli studiosi sono riusciti ad analizzare denti almeno dieci volte più antichi.

“I risultati delle nostre analisi suggeriscono, per la prima volta, l’esistenza in Australopithecus di un legame madre-bambino piuttosto esteso”, commenta Luca Fiorenza della Monash University (Australia). “Si tratta della prima prova diretta del ruolo materno in uno dei nostri primi antenati, e contribuisce alla nostra comprensione della storia delle dinamiche familiari e dell’infanzia”.

Il prossimo passo sarà ora lavorare su altre specie appartenenti al nostro albero genealogico, per cercare di ricostruire sempre più nel dettaglio come i piccoli dei nostri antenati venivano allevati. Chiarire se solo Australopithecus africanus abbia fatto fronte alle difficoltà ambientali sfruttando l’allattamento prolungato può infatti aiutarci a capire se il genere Homo abbia invece perseguito strategie diverse che si sono rivelate vincenti dal punto di vista evolutivo.

La ricerca è stata pubblicata su Nature con il titolo “Elemental signatures in Australopithecus africanus teeth reveal seasonal dietary stress”. A realizzarla è stato un gruppo di ricerca internazionale guidato da Renaud Joannes-Boyau della Southern Cross University (Australia) e da Luca Fiorenza e Justin W. Adams della Monash University (Australia).

Per l’Università di Bologna ha partecipato Stefano Benazzi, docente di Paleoantropologia al Dipartimento di Beni Culturali. Il professor Benazzi sta portando avanti il progetto ERC SUCCESS, dedicato allo studio dei cambiamenti bio-culturali avvenuti in Italia durante la fase di transizione tra uomo moderno e uomo di Neanderthal, con lo scopo di capire quando la nostra specie sia arrivata nell’Europa meridionale, i processi che ne hanno favorito il successo adattivo e le cause che hanno portato all’estinzione dei Neanderthal.


Da UNIBO Magazine

Crediti immagine in alto: Garcia e Joannes-Boyau