Tassonomia e conservazione: il caso degli orsi bruni

Orso_bruno_marsicano

Una vecchia disciplina come la tassonomia può avere un ruolo critico nel definire le strategie di conservazione della biodiversità anche in Europa. L’unicità tassonomica del nostro orso marsicano richiede la verifica e integrazione del piano d’azione per la sua conservazione

Per gran parte del Ventesimo Secolo lo studio degli animali si è estrinsecato principalmente nello studio del loro comportamento, dei rapporti con il loro habitat e del loro patrimonio genetico. Soprattutto nel caso dei vertebrati, lo studio della loro alfa diversità sembrava oramai non potere più offrire alcuna novità. Ma era realmente così? Lo sviluppo della biologia della conservazione negli ultimi due decenni del secolo ha poi portato alla riproposizione di alcune questioni tassonomiche che erano state totalmente neglette dalla biologia. Eppure che tu ti trovi in un parco nazionale e stai ricevendo degli animali che rilascerai oppure in uno zoo dove stai formando un gruppo riproduttivo di una specie minacciata, la prima domanda che il conservazionista si fa è: ma questi animali appartengono alla stessa specie (o Unità Evolutiva Significativa UES)?

In Italia vi è un animale per cui questa domanda riveste una importanza cruciale, ma è stata sinora evitata: l’orso marsicano Ursus arctos marsicanus. Il numero degli esemplari viventi è così basso (circa 50) che la sua conservazione appare più che una scommessa, ma la comunità di studiosi di orsi appare relativamente tranquilla. Come si evince anche da un recente documento dell’ISPRA (prot. 38129/T-A38 del 01/09/2015), esperti internazionali prevedono che sarà presto necessario (al fine di ristabilire un’adeguata variabilità genetica nella piccola popolazione) procedere con delle operazioni di restocking con orsi provenienti probabilmente dalla Croazia, un modello già sperimentato con successo sulle Alpi e sui Pirenei. Come però evidenziato da un recente articolo apparso su Animal Biodiversity and Conservation, l’orso marsicano ha evidenziato tante e tali caratteristiche morfologiche atipiche, soprattutto a livello del cranio, che la sua elevazione a distinta UES appare improcrastinabile. Descritto come sottospecie dell’orso bruno Ursus arctos da Giuseppe Altobello nel 1921, è stato perlopiù ignorato dalla comunità scientifica internazionale che, d’altronde, non ha mai disposto nemmeno di un esemplare da studio visto che tutto il materiale è conservato in istituzioni museali italiane. Proprio lo studio di questo materiale effettuato negli ultimi decenni presso l’Università La Sapienza di Roma ha evidenziato caratteristiche specifiche del cranio dell’orso marsicano nei confronti della originale popolazione alpina e di altri nuclei dell’Europa occidentale.

I paleontologi che si sono occupati della questione hanno messo in risalto come il marsicanus presenti, probabilmente per un fenomeno di convergenza evolutiva, caratteri tipici dell’Ursus spelaeus. Sinora questa unicità è stata spiegata come l’effetto di un recente “collo di bottiglia” genetico (dovuto ad azione antropica) con relativo adattamento ad un habitat mediterraneo limite per la specie. Lo studio in questione suggerisce invece che questa ipotesi sia solo la più funzionale all’interno di una ortodossia scientifica sostenuta da molti genetisti di popolazione che tende a concepire la specie composta da diverse distinte popolazioni (politipica) però interfertili in ossequio al Concetto Biologico di Specie. Per questo una delle pratiche preferite da questa scuola di pensiero nel campo della biologia della conservazione è quella di ristabilire flusso genico che possa beneficiare piccole popolazioni isolate (come l’orso marsicano). Non a caso negli ultimi anni molti ricercatori e soprattutto genetisti si sono schierati contro l’aumento del numero di specie di mammiferi riconosciute utilizzando il Concetto Filogenetico di Specie e ciò, probabilmente, per il timore di non potere più effettuare ‘salvataggi genetici’ tra taxa.

Caso di studio ben noto oramai è il rifiuto di accettare da parte degli specialisti della IUCN (Unione Internazione per la Conservazione della Natura) l’esistenza di due specie di elefante in Africa; quello di savana Loxodonta africana e quello di foresta Loxodonta cyclotis, malgrado forti evidenze genetiche e morfologiche. Viene però sottovalutato il rischio di ‘outbreeding depression’ conseguente all’introgressione di pool genetici troppo distanti tra loro, come sembra evidente ad esempio nei rinoceronti indiani Rhinoceros unicornis, allorché negli zoo sono stati incrociati individui che appartengono alle due popolazioni del Nepal e dell’Assam.

Tornando al nostro orso marsicano, già nel 2013 la Società Italiana di Storia della Fauna “G. Altobello” richiese pubblicamente un’integrazione alle strategie di conservazione in atto per l’orso marsicano, proprio in considerazione dell’unicità di questo taxon “che ne fa per l’Italia quello che il panda è per la Cina”. Oltre alla difesa delle aree protette appenniniche e dei corridoi ecologici esistenti, sono necessari ad esempio anche una banca genetica (che possa aiutarci a combattere l’inbreeding in futuro) e nessun orso marsicano può essere mantenuto in cattività senza contribuire a perpetuare il suo patrimonio genetico (come purtroppo è stata la norma sinora). Sarebbe un peccato se perdessimo un elemento così particolare della nostra fauna ancora prima di capire la sua storia evolutiva o, nelle parole del paleontologo Gianbattista Dal Piaz, “….che dall’accurata suddivisione tassonomica si risale alla sintesi di fenomeni grandiosi e di interesse generale”. Questa dell’orso marsicano è solo uno dei possibili casi di estinzione attraverso l’abbandono della tassonomia. La ricerca raccomanda una approfondita revisione tassonomica del complesso Ursus arctos per rivalutare taxa oggi isolati soprattutto in Asia occidentale e centrale che hanno bisogno di immediato aiuto per sopravvivere.


Riferimenti

Gippoliti S. 2016. Questioning current practice in brown bear Ursus arctos conservation in Europe that undervalues taxonomy. Animal Biodiversity and Conservation 39(2): 199-205.

 

Riguardo al recente dibattito sull’adozione del Concetto Filogenetico di Specie nei Mammiferi si veda
– Zachos FE, Apollonio M, Bärmann EV, Festa-Bianchet M, Göhlich U, Habel JC, Haring E, Kruckenhauser L, Lovari S, McDevitt AD, Pertoldi C (2013b) Species inflation and taxonomic artefacts – A critical comment on recent trends in mammalian classification. Mammalian Biology 78(1): 1-6.

– Cotterill, F.P.D.; Taylor, P.J; Gippoliti, S.; Bishop, J.M.; Groves, C.P. (2014). Why One Century of Phenetics is Enough: Response to “Are There Really Twice As Many Bovid Species As We Thought?”  Systematic Biology 63:819–832.


Immagine: By Marco Tersigni (Flickr) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons