Un cervello indipendente dalla cultura? Probabile

La capacità dei membri di popolazioni preletterate di effettuare corrette valutazioni di tipo statistico, depone a favore dell’idea di meccanismi di ragionamento comuni a tutta la specie umana: frutto della nostra evoluzione biologica piuttosto che di quella culturale


Chi cercherà nelle parti più remote di Asia e America, vi troverà uomini capaci di ragionare acutamente quanto lui stesso è capace di fare, anche se non hanno mai sentito parlare di un Sillogismo…Dio non è stato così avaro con gli uomini da farne soltanto creature a due gambe, lasciando ad Aristotele il compito di renderli razionali.

Inizia con questa citazione del medico e filosofo britannico John Locke l’articolo, pubblicato su PNAS da Laura Fontanari e colleghi, che riporta i risultati di varie osservazioni raccolte sul campo in due aree remote del Guatemala, in una collaborazione tra università italiane e francesi, relative alle capacità innate di calcolo della probabilità nelle popolazioni locali. Lo scopo della ricerca era verificare se nell’essere umano queste capacità sono influenzate o meno dal possedere un’istruzione.

Menti primitive?
In passato un’ impostazione teorica che si richiama al concetto di “mente primitiva”, ritenuta ormai del tutto desueta, considerava l’istruzione come una componente essenziale delle grandi capacità logiche e analitiche proprie della nostra specie. Le osservazioni di laboratorio sulle notevoli capacità logiche di bambini in età prescolare, oltre che di quelle di vari animali (specialmente primati), accumulandosi negli anni passati, sono una confutazione indiretta di questo modo di vedere il problema. Per ottenere prove dirette a favore, o contro, era tuttavia necessario mettere a confronto le capacità di pensiero di individui istruiti con quelle di individui mai scolarizzati. È quello che hanno cercato di fare Fontanari e colleghi nel loro lavoro.

Ancora analfabeti nel mondo
I dati alla base della pubblicazione sono stati raccolti nelle regioni di Sololà, Chimaltenango e Sacatepéquez, visitate dalla prima autrice della ricerca nell’ambito di un programma senza fine di lucro di sostegno all’infanzia. Queste aree si prestano particolarmente bene allo scopo della ricerca: la stragrande maggioranza dei loro abitanti, infatti, appartiene a minoranze etniche di origine precolombiana, più dell’80% degli adulti risulta essere analfabeta e molti parlano solo la loro lingua propria della loro etnia, piuttosto che la lingua ufficiale del Guatemala: lo spagnolo.

Scommettiamo?
Dopo aver reclutato partecipanti all’esperimento tra adulti (analfabeti) e bambini (ai primi anni delle scuole elementari), la ricercatrice ha proposto loro in forma di scommessa una serie di giochi basata sull’estrazione da un sacchetto non trasparente di fiches di colori e forme differenti. I giochi aumentavano progressivamente di complessità e richiedevano via via strategie più raffinate per essere affrontati, compresa la capacità di modificare la scommessa in seguito a informazioni aggiuntive fornite dai ricercatori. La prova si considerava superata se e quando i partecipanti all’esperimento dimostravano di aver scelto la migliore strategia per massimizzare il successo nelle scommesse: per esempio, nel gioco più semplice, in cui nel sacchetto c’erano tre fiches rosse e una verde, la strategia migliore consisteva ovviamente nel puntare sempre sul rosso. I risultati dei guatemaltechi sono stati infine confrontati con quelli ottenuti da altri autori del lavoro, che hanno sottoposto agli stessi test bambini e adulti italiani. Come ulteriore dato, e per verificare l’ipotesi secondo cui parlare due lingue migliora le capacità cognitive, in fase di elaborazione statistica gli autori hanno anche diviso il gruppo degli adulti guatemaltechi fra coloro che parlavano solo la lingua locale e quelli bilingue, che parlavano anche lo spagnolo.

Ignorante non vuol dire stupido
I risultati finali della ricerca mostrano chiaramente che le differenze di prestazione tra i guatemaltechi e gli italiani non sono statisticamente significative. C’è invece un lieve miglioramento dei risultati passando dai bambini agli adulti; questo dato suggerisce quindi l’importanza della maturità e dell’esperienza nell’affinamento delle capacità cognitive. Per concludere gli autori hanno trovato differenze statistiche significative, per quanto minime, tra i risultati degli adulti mono- e bilingue, ma solo nel caso in cui essi affrontavano il più complesso fra giochi loro proposti e non per quelli più semplici. Sembra dunque che, come Locke aveva ipotizzato, la natura ci abbia fornito di capacità di ragionamento innate molto migliori di quanto tradizionalmente si credesse. Capacità sulle quali anche i più colti fra noi fanno utile affidamento nella vita di tutti i giorni, ancora oggi. 

Daniele Paulis


Riferimenti: Fontanari L, Gonzalez M, Vallortigara G, Girotto V. Probabilistic cognition in two indigenous Mayan groups. Proc Natl Acad Sci USA. 2014 Nov 3. pii:
201410583

Immagine: source Swiss Museum of Games, da Wikimedia Commons