Un fisico da cervelloni

L’aumento delle dimensioni del corpo sarebbe geneticamente legato all’aumento delle dimensioni del cervello. I due processi sarebbero quindi intrinsecamente collegati e non semplicemente paralleli e consecutivi come si è sempre sostenuto

L’evoluzione umana è un percorso – o meglio, un insieme di percorsi – contorto e complesso. Le rappresentazioni a passi o a gradini sono ben più che semplicistiche e danno un’idea fin troppo lineare di qualcosa che lineare non è mai stato. Nel corso dei milioni di anni, i vari rappresentanti del genere Homo, e ancor prima i differenti ominidi quali gli Australopithecus, hanno sviluppato e perso numerosi tratti genetici, acquisito e scambiato abilità o caratteristiche somatiche, in un processo a più direzioni (un riassunto delle immagini erronee che vengono comunemente affiancate all’evoluzione umana è stato redatto da qui).

Pochi sono, quindi, gli aspetti di crescita costante e ininterrotta che hanno caratterizzato la linea evolutiva che ha portato all’uomo. Uno di questi è l’aumento delle dimensioni del cervello dei nostri antenati nel corso del tempo: dalle piccole catarrine all’uomo moderno, l’evoluzione ha sempre proceduto nella direzione di encefali più grossi e al contempo, di corpi di maggiori dimensioni. Ci sono state, ovviamente, eccezioni a questo trend, ma piuttosto rare e controverse (la più famosa è senza dubbio “lo Hobbit”, di cui Pikaia ha parlato recentemente qui).

In tal senso, le teorie più accreditate che descrivono questo sviluppo apparentemente lineare e inesorabile sostengono che l’aumento delle dimensioni cerebrali comporti un chiaro e consistente vantaggio evolutivo, che si è rivelato – spesso – essere il principale traino alla diffusione degli ominidi sul pianeta, nonché lo strumento più efficace per garantire la propria sopravvivenza. Dal momento che un cervello più grande necessita di maggiore energia e, di conseguenza, di maggior nutrimento, è logico supporre che l’aumento delle dimensioni corporee (che ha sempre accompagnato quello delle dimensioni encefaliche) sia sempre stato funzionale al procacciamento e al consumo di quantità maggiori di cibo.

Recentemente, tuttavia, una ricerca su Current Anthropology di Mark Grabowski dell’American Museum of Natural History a New York mette in discussione tutte queste accreditate teorie. Grabowski sostiene che l’aumento della massa cerebrale e di quella corporea siano stati paralleli non tanto per necessità fisiologiche, quanto per ragioni genetiche. Per la precisione, la sua teoria è che la variazione della dimensione del cervello sia regolata da geni che controllano la variazione di altri tratti, quali la dimensione corporea e che, di conseguenza, la selezione che agisce sul primo tratto comporti, quasi inevitabilmente, variazioni sul secondo, indipendentemente dalla presenza di un’effettiva “pressione evolutiva”.

Grabowski ha ottenuto da una serie di primati ed ominidi degli schemi di “co-varianza” delle dimensioni cerebrali e corporee e li ha utilizzati per creare dei modelli per esaminare come queste relazioni genetiche “sotterranee” e le varie pressioni selettive potrebbero aver interagito nel corso della nostra evoluzione. I risultati sembrano dimostrare, per la prima volta, che la stessa forte selezione che ha spinto il nostro lignaggio verso un continuo aumento delle dimensioni del cervello ha comportato contestualmente l’aumento della massa corporea.

In pratica, questo lavoro sembra rendere superflue le teorie scientifiche che trovano ragioni adattative per spiegare un trend evolutivo come la crescita delle dimensioni corporee nella linea evolutiva che ha portato all’uomo, dal momento che non sarebbe che una conseguenza dello sviluppo delle dimensioni cerebrali. Correlazioni di questo tipo potrebbero essere meno insolite di quanto si ritenesse finora e potrebbero spiegare la presenza di numerosi tratti dalla nostra e di altre specie.


Riferimento:
Mark Grabowski. Bigger Brains Led to Bigger Bodies?: The Correlated Evolution of Human Brain and Body SizeCurrent Anthropology, 2016; 57 (2): 174 DOI:10.1086/685655

Immagine: By (Image: Todd Preuss, Yerkes Primate Research Center) [CC BY 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], via Wikimedia Commons