Un fossile del Permiano rivela l’origine delle chimere

Le chimere sono pesci dallo scheletro cartilagineo, imparentate con squali e razze, il cui nome deriva dalla somiglianza con le creature descritte da Omero. L’analisi tomografica dei resti fossili di un teschio risalente all’incirca a 280 milioni di anni fa getta luce sulla loro origine

I pesci chimeriformi sono organismi marini dallo scheletro cartilagineo, abbastanza diffusi alle grandi profondità. Ne esistono una cinquantina di specie; i loro parenti più vicini ad oggi esistenti sono gli squali, anche se da un punto di vista evolutivo i due gruppi si sono separati circa 400 milioni di anni fa. Sull’origine delle chimere non si è mai saputo molto, dato che la cartilagine difficilmente forma fossili duraturi. I pochi fossili di chimere inizialmente rinvenuti consistevano di placche dentali mineralizzate di aspetto analogo a quelle degli esemplari attuali. Questo rendeva difficile stabilire in che modo le chimere si fossero differenziate dai loro parenti cartilaginei, ossia gli squali ma anche le razze. 

Nel 1986 Roy Oosthuizen, un paleontologo amatoriale, rinvenne in Sudafrica il teschio fossile di quello che inizialmente in base all’aspetto esterno fu ritenuto un esemplare antico di squalo. Il fossile fu chiamato Dwykaselachus oosthuizeni e per quasi trent’anni rimase archiviato nel Museo Sudafricano di Città del Capo. Nel 2013 fu possibile eseguire una prima tomografia sul cranio, che ne rivelò la struttura tridimensionale, che confermò l’impressione che si trattasse di una specie estinta di squalo di tipo simmoriide, noto per la colonna vertebrale dotata di spine ed estinto dal periodo Carbonifero.

Successivamente, grazie all’acquisizione di un’apparecchiatura adeguata, fu possibile riesaminare il fossile con tecniche di microtomografia avanzata. I risultati dell’esame, esposti da un team internazionale facente capo all’Università di Chicago e pubblicati sulla rivista Nature, rivelano una struttura cranica molto ben preservata; la forma della scatola cranica e i dettagli relativi all’occhio, alle narici, all’orecchio interno, ai percorsi dei principali nervi cranici di Dwykaselachus, così come la loro disposizione all’interno del cranio, sono tipici di un pesce chimeriforme.

Queste scansioni forniscono informazioni precise ed essenziali su come i pesci chimeriformi abbiano cominciato a differenziarsi dagli squali, sviluppando tra le altre cose alcuni adattamenti necessari a vivere negli abissi, come per esempio i grandi occhi (per i quali si sono guadagnati il nome di “squali fantasma”). I risultati dello studio evidenziano come la linea evolutiva che ha portato alle chimere attuali fosse già ben inoltrata all’epoca di Dwykaselachus oosthuizeni.

Un’altra conseguenza dello studio riguarda ciò che successe in seguito all’estinzione di massa del Tardo Devoniano, avvenuta circa 360 milioni di anni fa. È infatti noto che vi fu un forte aumento demografico e in biodiversità dei pesci cartilaginei; secondo gli autori dello studio, contrariamente a quanto pensato finora, non si trattava dei progenitori degli attuali squali, bensì perlopiù di pesci chimeriformi, una situazione simmetrica rispetto a quella odierna.


Fonte:
Coates, M., et al. A symmoriiform chondrichthyan braincase and the origin of chimaeroid fishes,  Nature (2016), doi:10.1038/nature20806

Immagine da Flickr, NOAA Ocean Explorer – NOAA Ship Okeanos Explorer: INDEX 2010 “Indonesia-USA Deep-Sea Exploration of the Sangihe Talaud Region”, CC BY-SA 2.0