Un intreccio di natura e cultura nella violenza umana intraspecifica

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Parte della violenza intraspecifica umana ha un’origine filogenetica, in quanto la nostra specie è parte di un gruppo di mammiferi già predisposto alla violenza. Tuttavia, il livello della violenza letale si è modificato nel corso della storia umana, in base alle diverse organizzazioni socio-politiche

L’esistenza della violenza tra gli umani ha sempre destato grande interesse e dibattiti tra i sostenitori di un’origine culturale e quelli di un’origine genetica. Ora un nuovo studio, pubblicato su Nature, integra un approccio filogenetico esteso all’intera classe dei mammiferi con un’analisi su dati archeologici e storici relativi alla violenza letale nel corso della storia umana.

Il livello di violenza letale è definito come la probabilità di morire a causa di violenza dovuta a un membro della propria specie, cioè la percentuale di decessi dovuti ai conspecifici, rispetto ad altre cause di morte. Innanzitutto, i ricercatori si sono domandati quanto i livelli di violenza letale umana siano quelli attesi, in base alla posizione della nostra specie nell’albero filogenetico dei mammiferi. Per rispondere hanno quantificato il livello di violenza letale in 1024 specie di mammiferi di 137 famiglie, basandosi su una bibliografia di oltre un migliaio di pubblicazioni. Si è riscontrato che la violenza letale, benché infrequente, è diffusa tra i mammiferi, poiché compare nel 40% circa delle specie esaminate.

Il passo successivo è stato verificare se specie imparentate tendano ad avere livelli simili di violenza letale. Grazie a calcoli statistici, si è verificato che nei mammiferi è confermata l’origine filogenetica del tratto; d’altronde la violenza letale esibisce anche una certa flessibilità evolutiva, cioè fattori addizionali possono modificarne il livello geneticamente ereditato. Ad esempio, tale livello differisce fortemente tra specie molto vicine come gli scimpanzé (Pan troglodytes) e i bonobo (Pan paniscus).

Usando metodi di stima che inferiscono il valore di un tratto in una specie in base alla sua posizione nell’albero filogenetico, il livello previsto di violenza letale umana è stato stimato pari al 2% circa; cioè, su 100 decessi, ci si potrebbe aspettare che 2 siano imputabili alla violenza di un altro essere umano. Tale valore è analogo a quello stimato del progenitore comune di tutti i primati, indicando che l’uomo fa parte di un lignaggio predisposto alla violenza letale intraspecifica, essendo il livello medio di tale violenza pari a circa 0,3% sulla totalità dei mammiferi. D’altronde Homo sapiens esibisce comportamenti sociali e territoriali, che sono di solito associati nei mammiferi a una maggior propensione alla violenza.

A questo punto si è esplorato come il livello di violenza letale sia cambiato durante la storia di Homo sapiens. Per le epoche preistoriche, ci si è basati sull’evidenza archeologica di ferite peri-mortem; in epoche successive, usando documentazioni storiche ed etnografiche. Nel complesso, si sono ottenute informazioni di oltre 600 popolazioni umane, dal Paleolitico ai giorni nostri.

I dati mostrano che il livello di violenza umana durante la preistoria non differisce dalle previsioni filogenetiche, mentre durante la maggior parte dei periodi storici è stato superiore a tali previsioni. Tuttavia, quando si arriva alle età moderna e contemporanea, il livello della violenza letale cala drasticamente (nonostante le guerre e i genocidi), come già osservato in precedenti studi, che hanno spesso invocato l’organizzazione socio-politica quale fattore esplicativo.

Per verificare anche quest’aspetto, i ricercatori hanno classificato le organizzazioni umane in quattro tipi: bande, tribù, chiefdom e stati (chiefdom è intraducibile in italiano, se non con perifrasi. Si tratta di una forma di organizzazione sociale intermedia fra tribù e stato, comprendente una o più comunità sotto il controllo di un capo). I livelli di violenza letale nelle bande e tribù preistoriche sono in linea con le predizioni filogenetiche; risultano invece superiori nelle bande e tribù attuali, nonché nei chiefdom. Tale dato potrebbe essere spiegato con la maggior densità di popolazione riscontrata ai giorni nostri in queste società, rispetto al passato; infatti la densità di popolazione è un comune fattore scatenante di aggressione letale nei mammiferi. Soltanto negli stati, il livello di violenza letale è molto più basso di quanto previsto, nonostante l’elevata densità di popolazione. C’è un ampio accordo sul fatto che la monopolizzazione dell’uso legittimo della violenza da parte dello stato sia il motivo principale della notevole riduzione della violenza interpersonale nelle società così organizzate.

In conclusione, lo studio riconosce che la propensione alla violenza ha in parte un’origine filogenetica, poiché gli umani si trovano in un clade di mammiferi particolarmente violento. D’altra parte, i cambiamenti riscontrati nelle diverse epoche suggeriscono che la cultura può modulare la propensione alla violenza, in particolare grazie all’organizzazione socio-politica. Data la complessità dell’argomento e i vari fattori psicologici, sociologici e biologici che coinvolge, è tuttavia lecito attendersi che questo studio susciti ampi dibattiti e dia origine a nuove ricerche.


Riferimenti:
José María Gómez, Miguel Verdú, Adela González-Megías & Marcos Méndez. The phylogenetic roots of human lethal violence. Nature 538: 233-237.

Immagine da Wikimedia Commons