Un mosaico, e non un processo lineare, la genesi delle capre domestiche moderne

Sequenziati i genomi da antiche ossa di capra provenienti dalle aree della Mezzaluna Fertile, i risultati rivelano una intricata storia di scambi genetici e di selezione da parte dei primi pastori

Incommensurabile è il contribuito dato dalla domesticazione di specie animali allo sviluppo della nostra civiltà, eppure insufficienti sono ancora le informazioni di cui disponiamo che riguardano le modalità e i luoghi del processo.

Ricostruire la storia evolutiva delle specie addomesticate utilizzando le sequenze genetiche che caratterizzano le attuali popolazioni non è affatto semplice. Bisogna tenere in conto gli effetti combinati di migliaia di anni di mutazioni, processi selettivi, migrazioni e mescolanza che hanno generato centinaia di fenotipi e di razze diverse. Per questo assume grande importanza l’utilizzo di sequenze genomiche tratte dai reperti fossili.

Le capre sono uno dei primi animali di cui si conoscono, a partire del 8.500 a.C, processi di domesticazione, messi in atto dagli abitanti della Mezzaluna Fertile dell’Asia sud-occidentale, luogo di origine sia dell’agricoltura sia della pastorizia. Resti ossei di 83 capre, sia selvatiche che domestiche, provenienti da diversi territori dell’area mediorientale e la cui età varia dal Paleolitico al Medio Evo, sono stati oggetto di uno studio da parte dei genetisti del Trinity College di Dublino, cui risultati sono stati pubblicati su Science.

Sono stati delineati, grazie all’analisi delle sequenze genomiche, i principali eventi caratterizzanti l’evoluzione della diversità osservabile nelle popolazioni domestiche di capre negli ultimi 10.000 anni. L’addomesticamento degli esemplari selvatici, i bezoar che i cacciatori locali prendevano di mira prima dell’inizio delle pratiche pastorizie, non è stato un evento singolo, ma un processo graduale avvenuto in più fasi, e da diverse fonti genetiche. Un processo dallo svolgimento tutt’altro che lineare che ha prodotto popolazioni geneticamente divergenti e geograficamente distinte.

Sembra che, come i moderni allevatori, gli antichi pastori fossero molto interessati all’aspetto del bestiame. Emerge infatti dalle analisi delle sequenze dei geni responsabili della pigmentazione l’attenzione che i primi pastori rivolgevano al colore del mantello degli animali. Importanti anche dimensioni, fertilità, qualità del pellame, del latte e delle carni prodotte. Oggetto di selezione anche la maggiore tolleranza alle tossine che crescono sui foraggi, legata alla presenza di specifici enzimi epatici. Preferenze che sono state osservate in mandrie diverse, un processo di selezione artificiale che più volte è stato ripetuto nel corso del tempo e in diversi territori.

A complicare questo mosaico di eventi, molteplici sono stati durante il Neolitico gli incroci avvenuti sia tra diverse popolazioni domestiche sia tra esemplari addomesticati e esemplari reclutati da popolazioni selvagge. Di conseguenza, un elevato livello di diversità genetica, in seguito alla domesticazione, si è rapidamente prodotto tra le capre domestiche della Mezzaluna Fertile, seguito da molteplici percorsi di dispersione al di fuori dalla regione a seguito delle popolazioni umane.

Si sarebbe così evoluto nel tempo il peculiare pool genetico che caratterizza l’attuale miliardo di capre che popolano diverse regioni asiatiche, europee e africane. Anche se caratterizzate da un singolo genotipo mitocondriale divenuto dominante in tutto il mondo, se si guarda all’intero genoma dalle popolazioni moderne questo va considerato come il risultato di un intricato processo di mescolanza di sequenze provenienti da molteplici fonti diverse.


Riferimenti:
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