Una “laica alleanza”

C’è una soluzione per prevenire la sempre più attuale pessima comunicazione della scienza, che predilige le sensazionali ‘scooperte’, anziché alla corretta divulgazione delle scoperte scientifiche?


Chi si appassiona al processo del conoscere, nel nostro caso conoscere l’evoluzione, spesso ha l’incontenibile necessità-desiderio di coinvolgervi altre persone. La società mette a disposizione di questa esigenza i contesti della comunicazione pubblica e delle istituzioni educative.

Viviamo in tempi duri per la comunicazione della scienza, tempi in cui sopravvivono miti come quello della linearità della scienza, della scienza cui si delega la soluzione di tutti i problemi dell’umanità, compresa la pace mondiale e la felicità individuale, o riprendono piede altri miti di origine antica come quello della scienza malvagia cui attribuire la colpa di ogni disastro, miti pop come lo scienziato eroe solitario, o lo scienziato (almeno un po’) pazzo, la serendipity con le scoperte fatte in sogno….

Viviamo tempi in cui la pagina scientifica del maggior quotidiano italiano è stata spesso affidata a un avvocato che sostiene che le mutazioni genetiche sono finalizzate, se non addirittura intenzionali (Enrico Franceschini, Si ferma la corsa di Darwin, la Repubblica 8/10/2008, pag. 42), in cui il responsabile RAI per la scienza non è, come la maggioranza pensa, Piero Angela, ma un commercialista (il cui curriculum disponibile in rete, è assolutamente istruttivo), prototipo di un “divulgatore scientifico” che più che scoperte propone scooperte, che cioè utilizza modalità comunicative che rispondono a esigenze di spettacolarità e non di correttezza scientifica, che usa a getto continuo metafore fuorvianti, che fa leva sulle componenti irrazionali della mente umana con un balzo indietro di 400 anni (con la differenza che 400 anni fa la scienza moderna nasceva proprio opponendosi alla magia e all’esoterismo, mentre in questo caso si spacciano magia ed esoterismo come scienza).

La nostra risposta non può che stare in una “laica alleanza” tra scienziati, comunicatori, educatori dalla salda deontologia professionale.

Ma anche sulla nostra strada c’è un mito che è divenuto la frana che ostruisce il cammino: la semplificazione. Semplificando, al di là dei possibili errori riguardo allo specifico contenuto di quella “idea scientifica”, si comunica anche un’idea di scienza “facile”, forse pensando così di aumentare le iscrizioni alle facoltà scientifiche; peccato che gli studenti abbandonino in gran numero dopo il primo anno dopo avere scoperto, se la “cultura della organizzazione” universitaria lo consente loro, che la scienza non è affatto facile. Cosa che per fortuna qualcuno scopre prima: “abbiamo scoperto che la scienza è difficile…” dice una ragazzina di seconda media, ma prosegue “… ma, se non fosse difficile, non ci divertiremmo”; questa frase spazza via definitivamente la scusa che tutti noi comunicatori ed educatori ci costruiamo per la nostra mancanza di rigore (o sciatteria, quanto meno linguistica, se possiamo parlarci chiaro): la presunta demotivazione alla conoscenza che i ragazzi, in genere i non esperti, ricaverebbero dalla difficoltà intrinseca delle idee scientifiche.

Mi trattengo dallo scrivere un trattato su quella che è ormai la mia “missione nel mondo” (gli psicologi la chiamano “nevrosi ossessiva”) e mi limito a due citazioni. La prima è di Gaston Bachelard:

“Queste teorie primitive di fenomeni tanto complessi si presentavano così come teorie facili, condizione questa indispensabile perché fossero divertenti e interessassero il pubblico. […] vedremo instaurarsi un’era di facilità che priverà la scienza del senso del problema, che costituisce invece la nervatura del progresso. […] soddisfacendo in modo immediato la curiosità e moltiplicando le occasioni di risvegliarla, non si favorisce la conoscenza scientifica ma la si intralcia. La conoscenza infatti viene sostituita dall’ammirazione, e le idee dalle immagini.” (La formazione dello spirito scientifico, 1938)

La seconda è di Stephen Gould:

Nello scrivere i miei saggi seguo una regola fondamentale: nessun compromesso. Renderò il linguaggio accessibile definendo o eliminando le parole in gergo, ma non semplificherò i concetti.” (Il sorriso del Fenicottero)

Nella “laica alleanza” forse gli scienziati interessati a comunicare a chi non è già esperto potrebbero imparare a non dare per contato proprio ciò che chi non è esperto, per definizione, non sa ancora, e quindi a evitare quelle facili metafore che si possono permettere nelle comunicazioni interne alle comunità disciplinari, ma che sono trappole mortali per la conoscenza dei non esperti.

Noi comunicatori ed educatori potremmo imparare a servirci della consulenza degli scienziati, invece di crederci noi stessi esperti solo perché ne sappiamo qualcosa più del pubblico cui ci rivolgiamo, e quindi a evitare di far passare ancora una volta attraverso facili metafore (com’era quella faccenda della cruna dell’ago?) questioni che facili non sono affatto, come dimostra il fatto che hanno dietro una lunga storia, fatta anche di duri conflitti, e hanno richiesto il paziente lavoro di molte persone e rigorosa applicazione di conoscenza oltre che di intelligenza.
 
La “laica alleanza” necessita di spazi aperti di sperimentazione comune dove si contaminino le competenze scientifiche, comunicative, educative.

La proposta che facciamo qui su Pikaia è quella di un laboratorio didattico sull’evoluzione, che va inteso a due livelli. Il primo riguarda insegnanti e comunicatori cui vorremmo fornire esempi (non modelli!) da cui possono trarre spunto e materiali che possono ri-sperimentare in situazioni comunicative ed educative. Il secondo livello è quello di una ricerca-azione in cui i soggetti rielaborano le esperienze di comunicazione ed educazione, di cui sono responsabili nei loro contesti professionali, in uno spazio di confronto in cui ciascuno può fare da “amico critico” per gli altri mettendo a disposizione le proprie competenze all’interno della “laica alleanza”.