Premio Scrivere di P. Greco: “Ma che ‘razza’ di comportamento!”

Pikaia pubblica i due articoli vincitori del premio “Scrivere di Pietro Greco” rivolto agli alunni delle scuole superiori. In “Ma che razza di comportamento!” Chiara Misurelli ricorda come è nato e poi si è sgretolato il razzismo “scientifico”, e di come nonostante questo oggi persistono disuguaglianze e discriminazioni

Lo scorso dicembre è mancato il giornalista scientifico Pietro Greco e a febbraio Il Circolo Sadoul e il gruppo “Gli amici di Pietro Greco” hanno indetto un concorso di scrittura per gli studenti delle scuole superiori di Ischia su temi a lui cari. Il 20 aprile si sono chiuse le iscrizioni, e la giuria ha selezionato i due vincitori ex-equo. Entrambi i lavori sono sulla traccia “Le razze umane: come si può odiare qualcosa che non esiste”. Di seguito pubblichiamo l’articolo di Chiara Misurelli intitolato Ma che “razza” di mondo!, mentre a questo link abbiamo pubblicato l’articolo di Francesco Ferrandino intitolato L’uomo d’oggi: animale sociale bisognoso di umanità concreta.

Ma che “razza” di comportamento!

Nel XXI secolo, dopo anni di studi e ricerche che hanno condotto a evidenze di carattere genetico e scientifico (quindi inequivocabili), ha ancora senso parlare di ‘’razze’’ riferendosi alla specie umana? La risposta che dà la stragrande maggioranza della comunità scientifica è assolutamente no, dunque il termine ‘’razza’’ e il concetto che racchiude, persiste solo nell’immaginario collettivo. Noi umani siamo il frutto dell’evoluzione biologica e della diversificazione delle specie, abbiamo una vasta variabilità genetica, ma che non può classificarci in fantomatiche razze, come accade invece nel mondo animale. La definizione del termine razza è: ’’gruppo di individui legati da comuni caratteri esteriori ed ereditari (bovina, canina, ecc…)’’. Dunque non ha assolutamente senso ricercare razze nella specie umana. Il continuo migrare dell’uomo sin da tempi primitivi, non ha permesso il crearsi di varietà genetiche distinte. I caratteri morfologici principali, come colore della pelle o la forma degli occhi, dipendono appunto da una minimo gruppo di geni che sono stati condizionati da fattori ambientali; infatti ciascun individuo condivide con qualsiasi altro essere umano il 99,9% del suo DNA. Il restante 0,01% contiene la variabile, come ad esempio la pigmentazione della pelle. La culla della civiltà si trovava in Africa, continente dal quale l’Homo sapiens sapiens emigrò, raggiungendo poi ad esempio l’Europa. Nel corso dei millenni poi il suo corpo si è adattato e per via di minori radiazioni solari e climi più miti, è avvenuta una depigmentazione della pelle, che è servita ad esempio per la produzione della vitamina D; dunque alla sua sopravvivenza.

Questo dimostra come le nostre differenze, non sono altro che il frutto di un adattamento morfologico dei nostri antenati, nelle aree in cui si stabilirono. Il genetista Guido Barbujani afferma: ’’Studiare i geni di una persona può dirci molto sulla sua provenienza, ciò significa che sia più probabile che condivida similitudini genetiche con persone della stessa zona geografica. Ma studi dimostrano che addirittura all’interno di una stessa città ci possano essere profonde differenze genetiche date da un isolamento riproduttivo, come ad esempio per via delle leggi contro i matrimoni misti. Ma studi di proteine del DNA non hanno dimostrato finora che ci siano discontinuità geografiche nette nella distribuzione della diversità del genoma umano’’.

Dunque il concetto di razza non dà una descrizione sensata e globale della diversità umana. L’antropologo Frank Livingstone affermava che il termine razza fosse obsoleto, è vero che esistono variabilità biologiche tra le popolazioni, ma questo non fornisce nessun elemento affinché si possa dividere l’umanità in razze diverse, data la completa mancanza di netti confini genetici. Allora se da un punto di vista genetico non esiste il concetto di razza, come nasce e perché continua a vivere? Il concetto di “razza” nasce per giustificare comportamenti prevaricatori di una popolazione nei confronti di un’altra, nel nome di una superiorità culturale e intellettuale. Non a caso nasce con l’espansione dei paesi europei in epoca rinascimentale. Con il colonialismo e la schiavitù prese sempre più piede la teoria di razze superiori e inferiori, purtroppo da allora l’umanità è colpevole di innumerevoli stragi in nome di tale pensiero; basti pensare all’apartheid, all’ antisemitismo o ai genocidi. Tutto ciò è dunque sfociato nel razzismo, l’emarginazione e la persecuzione di individui in base a colore della pelle o di tratti fisici, a cui oggi si è aggiunto il neo-razzismo che divide l’umanità a seconda dell’orientamento sessuale, differenze culturali e religiose. In pratica, si giudica e discrimina un individuo in base a stereotipi e false convinzioni, facendo poi di tutta l’erba un fascio e giudicando a blocchi. “Gli italiani sono tutti mafiosi”, “i russi sono tutti ubriaconi’’ oppure “i cinesi sono dei musi gialli”, giusto per fare qualche esempio, per non parlare inoltre delle differenze che si fanno ancora oggi nel nostro paese tra cittadini del Nord e Sud, che esistono sin dalla nascita della nostra nazione. Non bisogna andare molto indietro nel tempo per rilevare questo tipo di fenomeni, basta ripercorrere il 2020.

In Cina si diffonde il virus SARS-CoV-2, è l’inizio della pandemia, il popolo cinese viene additato come untore, le comunità cinesi in tutto il mondo subiscono atti discriminatori e violenti. Il virus si diffonde a macchia d’olio e arriva in Italia, colpisce duramente il Nord, tutti cercano di “scappare” al Sud, si riapre il divario. A maggio negli Stati Uniti viene ucciso per mano di alcuni agenti di polizia George Floyd, afroamericano accusato di aver usato in un negozio una banconota da 20$ contraffatta, si riapre la questione razziale e l’abuso di potere della polizia nei confronti della comunità afroamericana. Questi sentimenti di odio e insofferenza per il prossimo sono frutto nient’altro che di ignoranza e paura.

L’uomo è condizionato da un senso di diffidenza per ciò che è diverso e non gli somiglia; così è più semplice giustificare il proprio disagio additando gli altri come inadeguati o inferiori, invece di aprirsi a nuove realtà. Migliaia di anni di evoluzione e siamo ancora qui? Purtroppo sì, niente sembra essere cambiato. L’umanità si prepara per abitare Marte, ma non siamo stati capaci di creare una pacifica convivenza sulla Terra. Per fortuna tutti abbiamo una nuova possibilità, in un mondo che si sta reinventando si presenta l’occasione di rivoluzionarci e cambiare in nome di una società diversa e libera da pregiudizi. La generazione Z è sull’ottima strada per raggiungere tale traguardo, grazie anche alla nuova era dei social network la loro voce si è fatta più forte e si fa sentire. Stanno istituendo una nuova comunità senza etichette e senza colori. In loro l’umanità ripone le proprie speranze affinché questi giovani “anarchici” segnino quella che è la strada verso il vero progresso, in cui il benessere verrà inteso come bene collettivo e non di pochi, senza privilegi e disparità. È da qui che bisogna ripartire, non c’è possibilità di cancellare ciò che di orrido c’è stato, ma c’è una chance di abbattere inutili barriere e costruire nuovi spazi.
 
Chiara Misurelli