Consumo di carne nei primati non umani: lo studio sui cebi

Adult male capuchin feeding on bird prey. Credits: Luciano Candisani, CC-BY 4.0

Uno studio su due gruppi di cebi selvatici del Brasile analizza come ambiente, sesso ed età influenzano il consumo di piccole prede, offrendo spunti sulle possibili origini del consumo di carne nell’uomo

Il consumo di prede è un comportamento alimentare molto diffuso tra le diverse specie di primati, non solo umani. Nonostante ciò, siamo l’unica specie di questo gruppo a cibarsi di prede che abbiano le nostre stesse dimensioni, o addirittura maggiori. Secondo alcune ipotesi, l’alimentazione a base di carne sarebbe correlata allo sviluppo di alcune peculiarità importanti della nostra specie, come un aumento delle dimensioni dell’encefalo.

Il passaggio da una strategia opportunistica ad una caccia attiva di prede di maggiori dimensioni sarebbe stato favorito dalla cooperazione e dallo sviluppo della tecnologia. Ma in che modo è emerso il comportamento predatorio tra i primati? Un gruppo di ricercatori ha provato a fare luce su questo tema studiando la predazione di piccoli vertebrati in due gruppi di cebi e i fattori che la influenzano. Il confronto dei risultati con la letteratura disponibile su altre specie ha permesso di suggerire possibili scenari anche per la storia evolutiva umana. I risultati sono stati pubblicati su PLOS ONE.

Le osservazioni sui cebi

Lo studio si è focalizzato sull’osservazione, nell’arco di 45 mesi, di due gruppi simpatrici di cebi (Sapajus libidinosus) del nord-est del Brasile, nella regione di Fazenda Boa Vista. La specie studiata consuma abitualmente carne, si muove anche a terra e possiede complesse capacità cognitive e notevoli capacità manuali. I cebi, inoltre, possiedono le maggiori dimensioni relative del cervello tra le scimmie platirrine (o scimmie “del nuovo mondo”).

I soggetti osservati appartenevano a due gruppi selvatici. Uno dei due, composto da 17-19 individui, riceveva quotidianamente noci, acqua e mais per invogliarlo a frequentare l’area di osservazione; l’altro, composto da 8-16 individui, non riceveva cibo supplementare. Entrambi i gruppi sono stati osservati per un periodo di tempo compreso tra maggio 2006 e dicembre 2010.

Lo studio ha messo in relazione il consumo di vertebrati con fattori ambientali, come la temperatura, l’umidità e la disponibilità di frutta e altre risorse, e con caratteristiche individuali, come il sesso e l’età.

Nello specifico, i ricercatori hanno registrato 446 eventi di consumo di vertebrati, di cui 212 nel gruppo rifornito di cibo e 234 nell’altro gruppo. Solo 8 eventi hanno riguardato il consumo di vertebrati da parte dei cebi classificati come infanti. La maggior parte delle prede era costituita da piccoli vertebrati, come roditori e lucertole. Le parti più gradite erano soprattutto il cervello e le viscere. Soltanto gli individui maschili sono stati osservati cibarsi di serpenti.

Per quanto riguarda i fattori ambientali, i comportamenti predatori aumentavano durante i periodi piovosi e al diminuire della disponibilità di frutta. Temperature più elevate favorivano inoltre l’osservazione del comportamento predatorio, mentre l’aumento dell’umidità ne riduceva la probabilità.

La predazione di mammiferi era maggiore nei maschi che nelle femmine, mentre il gruppo non attratto con il cibo era più propenso a cacciare sauri (lucertole, gechi…) rispetto all’altro gruppo. I ricercatori osservavano raramente la caccia che precedeva il consumo: spesso vedevano i cebi già con la preda in mano. Il consumo di carne era invece abituale. Nei 50 episodi in cui più individui consumavano la stessa preda, in 32 casi (64%) si osservava il passaggio di carne o altre parti della carcassa da un individuo all’altro.

Video tratto dal documentario “The bearded capuchin monkeys of Fazenda Boa Vista” di Elisabetta Visalberghi e Alessandro Albani. Le riprese non sono state realizzate durante questo studio, ma illustrano quanto riportato dagli autori. Alcuni estratti sono stati inclusi nei materiali supplementari dello studio di Carvalho e colleghi (PLOS ONE, 2026) con licenza CC BY 4.0.

Cosa ci dicono questi dati?

Questi risultati suggeriscono un legame tra la disponibilità di altre risorse alimentari e il consumo di vertebrati. Il gruppo rifornito di cibo era meno propenso a consumarli, probabilmente perché aveva accesso ad alimenti nutrienti e facilmente raggiungibili. Inoltre, il consumo di vertebrati aumentava al diminuire della disponibilità di frutta: le piccole prede rappresentavano quindi una valida alternativa nei periodi di scarsità di risorse vegetali.

I risultati suggeriscono che anche nella nostra storia evolutiva la scarsità di risorse vegetali potrebbe aver favorito un maggiore ricorso alla carne: in Africa orientale, all’inizio del Pleistocene, il clima divenne stagionalmente più arido e la disponibilità di risorse vegetali più scarsa. Dalla letteratura emerge però che non è sempre così: negli scimpanzé di Fongoli, in Senegal, la caccia non sembra aumentare quando scarseggiano le risorse alimentari vegetali; in altre popolazioni forestali, invece, è addirittura più frequente nei periodi di maggiore disponibilità di cibo. In queste popolazioni forestali, l’abbondanza di cibo potrebbe fornire l’energia necessaria a sostenere i costi della caccia anche quando il tentativo non va a buon fine.

Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, l’aumento della predazione nei periodi più caldi e piovosi potrebbe dipendere dalla coincidenza con la stagione delle nascite delle prede, quando sono più numerosi i piccoli, più facili da catturare.

La differenza nel comportamento predatorio tra i sessi, con i maschi che cacciano più frequentemente delle femmine, è presente anche in altre specie, come scimpanzé e babbuini. Potrebbe dipendere anche dalle maggiori dimensioni corporee dei maschi e, quindi, dalla necessità di un maggiore apporto calorico.

Inoltre, le femmine sembrano “rischiare meno”: non solo cacciano con meno frequenza, ma evitano le prede più pericolose, come serpenti, che in questo studio sono stati predati solo da individui maschili. Anche negli scimpanzé si è riscontrato un comportamento più cauto nelle femmine rispetto ai maschi, poiché prediligono cibarsi di invertebrati come formiche e termiti, che garantiscono un apporto proteico ad un basso costo energetico e a basso rischio. Differenze tra i sessi nella partecipazione alla caccia emergono anche nelle attuali comunità umane di cacciatori, sebbene esistano popoli in cui le donne cacciano regolarmente. È possibile che alcune di queste differenze abbiano radici nella nostra storia evolutiva.

Le prede erano cacciate e consumate prevalentemente da un solo individuo, probabilmente perché, trattandosi solitamente di piccole prede, non permettevano di garantire energie sufficienti per la condivisione del pasto. Inoltre, il consumo da parte del singolo individuo riduce la competizione all’interno del gruppo. La predilezione per cervello e viscere si potrebbe invece attribuire all’elevato apporto calorico di queste parti, ricche di lipidi. Similarmente, nelle popolazioni umane, lo sfruttamento delle parti ricche di grassi, come il midollo contenuto nelle ossa, è stato confermato da numerosi ritrovamenti archeologici.

Il consumo di carne, in particolare di piccole prede, è quindi un comportamento molto diffuso tra i primati, che potrebbe derivare da un antenato comune oppure da una convergenza evolutiva, in quanto si tratta di una strategia vantaggiosa. Questo comportamento è persistito nella nostra storia e tuttora è presente, soprattutto nelle comunità non industrializzate dove la carne delle piccole prede rappresenta una risorsa a basso rischio ed una fonte energetica importante.

In apertura: Maschio adulto di cebo mentre si nutre di un uccello predato. Crediti: Luciano Candisani, CC BY 4.0.