Insetti stecco, DNA e strategie riproduttive fuori dall’ordinario: l’eredità scientifica di Barbara Mantovani

Tre collaboratori ricordano la zoologa dell’Università di Bologna, pioniera nell’uso della biologia molecolare per studiare l’evoluzione, la biodiversità e gli insoliti sistemi riproduttivi degli insetti stecco.
Tre collaboratori ricordano la zoologa dell’Università di Bologna, pioniera nell’uso della biologia molecolare per studiare l’evoluzione, la biodiversità e gli insoliti sistemi riproduttivi degli insetti stecco.
La prof.ssa Barbara Mantovani, docente di Zoologia presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (BiGeA) dell’Alma Mater, si è spenta nel marzo 2025. Ha contribuito in maniera fondamentale alla conoscenza dei sistemi riproduttivi inusuali: nel suo Laboratorio di zoologia molecolare si è dedicata allo studio della biodiversità e della biologia riproduttiva in diversi gruppi animali, in particolare artropodi e molluschi, coniugando la biologia molecolare, la genetica e la zoologia. Per la rubrica “l’evoluzione non ha genere”, tre suoi collaboratori, i proff. Fausto Tinti e Andrea Luchetti e il dott. Giobbe Forni ci accompagnano nella comprensione delle loro ricerche, condividono esperienze e ci fanno immergere nella zoologia degli insetti stecco.
La zoologia pura…e nuova
La carriera scientifica di Barbara Mantovani inizia nel 1983 presso l’Istituto di Zoologia dell’Università di Bologna. In seguito, prosegue con la docenza, prima come professoressa associata e, dal 2007, come ordinaria presso il Dipartimento BiGeA.
Mantovani è stata prima allieva e poi collaboratrice del professor Valerio Scali, già ordinario di Zoologia nello stesso ateneo. Ricercatrice rigorosa e punto di riferimento costante per studentesse e studenti, ha successivamente guidato il gruppo di ricerca nello studio delle modalità riproduttive e dell’evoluzione degli animali. Il gruppo fu tra i primi in Italia ad applicare gli strumenti della biologia molecolare alla ricerca zoologica ed evoluzionistica, con particolare attenzione alla biodiversità. La prof.ssa Mantovani ha saputo fondere i metodi della zoologia classica – osservazione, classificazione e analisi dei campioni – con i pionieristici metodi di indagine della biologia molecolare.
Il suo interesse primario è stato lo studio dei Phasmatodea, ossia gli insetti stecco e foglia, un ordine di insetti particolare, i cui rappresentanti si distinguono per la capacità di mimetizzarsi con ramoscelli, fogliame e corteccia. Purtroppo, le relazioni filogenetiche tra le sottofamiglie dei fasmatodei e la cronologia della loro evoluzione rimangono ancora incerte.

Da tutor a collega e amica
Ho iniziato a lavorare nel gruppo di ricerca del professore Valerio Scali e lì c’era la ricercatrice Barbara Mantovani. Gli obiettivi di ricerca erano legati alla diversità genetica, alle modalità riproduttive, ai processi di speciazione, di un gruppo di insetti molto particolari, i fasmidi, ossia insetti stecco ed insetti foglia. I primi periodi di ricerca hanno caratterizzato molto la formazione scientifica e la carriera professionale di tutti i componenti del gruppo. Le ricerche condotte dalla prof.ssa Mantovani, legate al differenziamento genetico e alla modalità riproduttiva, hanno condotto a scoperte del tutto nuove: per esempio, l’ibridogenesi, una modalità riproduttiva di pochi organismi nel regno animale, tra i quali alcuni pesci e alcune rane. Ma per gli insetti, per gli artropodi, le ricerche condotte da Valerio Scali e Barbara Mantovani rappresentavano la prima documentazione al riguardo. La prima grande scoperta ha riguardato la peculiare modalità riproduttiva degli insetti stecco, non tipicamente legata a modalità riproduttive canoniche, alla bisessualità o alla partenogenesi obbligatoria. Ho lavorato a fianco della prof.ssa Mantovani dal 1987 fino all’inizio degli anni Duemila (intervista al prof. Fausto Tinti, 26-5-2026).
I cosiddetti sistemi riproduttivi inusuali meritano alcuni chiarimenti. Le strategie riproduttive sono molto diverse tra loro e, oltre al classico incontro tra i due sessi per far proseguire la specie, si sono evoluti altri meccanismi che assicurano una prole. Alcuni animali si riproducono tramite partenogenesi, che significa riproduzione verginale. Di norma, nella riproduzione sessuata, un gamete femminile e uno maschile forniscono ciascuno la metà delle informazioni genetiche necessarie per creare un nuovo individuo. Invece nella partenogenesi ciò non avviene: l’embrione è prodotto da un gamete femminile senza fecondazione. La partenogenesi consente alle femmine di produrre una nuova generazione senza che sia necessario l’intervento di un maschio. La riproduzione secondo questa modalità può anche essere ciclica, cioè si alterna la riproduzione sessuata a quella asessuata.
Gli insetti stecco, però, possono usare anche altre diverse strategie di riproduzione, oltre alla partenogenesi. Questa caratteristica li rende ideali per gli studi in biologia evolutiva e in genetica. Nell’ibridogenesi metà del genoma, quello femminile, viene trasmesso identico, mentre quello maschile è fornito da un maschio di un’altra specie. In pratica, l’embrione avrà i geni di tre nonni, perché il materiale genetico del nonno materno è stato eliminato.
Infine, c’è l’androgenesi: i piccoli insetti stecco avranno solo i geni del padre, perché quelli della madre sono stati eliminati dall’uovo femminile.
Su quanto detto finora, fondamentali sono stati i contributi della prof.ssa Mantovani.
Può dirci qualcosa in più sull’ibridogenesi?
Non si tratta di ermafroditismo: vi sono due specie parentali e una prole ibrida che può avere a sua volta una riproduzione bisessuale, optare cioè per la classica riproduzione sessuata oppure per la partenogenesi. La specie ibrida è solo femminile, perché i maschi, se si formano, sono sterili. Durante la formazione dei gameti, la femmina ibrida elimina il corredo cromosomico della specie con cui si riproduce. Quindi, a ogni generazione viene rinnovato metà del genoma attraverso una normale fecondazione, tra la femmina ibrida e un maschio. Questo meccanismo riproduttivo si realizza in due specie ibride allodiploidi (cioè con un assetto cromosomico diploide ma derivante da due specie), una nel sud-est della Sicilia, nei Monti Iblei, e una nel nord-ovest della Sicilia, in particolare nell’isola di Levanzo e nella zona di Scopello» (intervista al prof. Fausto Tinti, 26-5-2026).
La genetica e la genomica esplorano il DNA, concentrandosi sull’ereditarietà e sull’organizzazione del materiale genetico. La genetica studia i geni, la loro trasmissione attraverso le generazioni e come questi influenzano le caratteristiche degli organismi. La genomica, invece, analizza l’intero genoma, ovvero tutto il DNA di un organismo, per comprendere le interazioni tra i geni e il loro ruolo nei processi biologici complessi. Dei fenomeni riproduttivi di cui ci ha parlato, sono stati fatti studi genetici, genomici e filogenetici?
Non sono stati condotti studi di genomica, ma di genetica sì, ovviamente con le tecnologie del periodo, quindi l’analisi degli allozimi (forme distinte del medesimo enzima codificate da alleli diversi di uno stesso gene) per lo studio della variabilità genetica, il DNA mitocondriale, marcatori cromosomici, marcatori citogenetici. Il gruppo dei proff. Scali e Mantovani era l’unico grande gruppo di ricerca che, dalla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta, utilizzava le tecniche biomolecolari per le ricostruzioni filogenetiche e per l’individuazione di modalità riproduttive non canoniche (intervista al prof. Fausto Tinti, 26-5-2026).
In aggiunta ai preziosi contributi scientifici, può descriverci la prof.ssa Mantovani dal punto di vista professionale e umano?
La prof.ssa Mantovani era molto preparata, disponibile e capace di stimolare l’interesse degli studenti; capace di trasmettere conoscenze consolidate e proporre nuovi punti di vista e/o idee innovative nel panorama scientifico della zoologia e della biologia evoluzionistica. Mantovani univa al rigore in laboratorio il supporto umano a studentesse e studenti, derivante da un grande affetto nei confronti dei discenti. Era molto esigente nello stimolare il ragionamento, le competenze, la fedeltà ai lavori, il senso di responsabilità nei giovani ricercatori.
Da un punto di vista metodologico, la scuola di Scali e Mantovani mi ha fornito gli strumenti e la forma mentis per svolgere autonomamente le ricerche. Barbara Mantovani lavorava considerando il sistema biologico, non ragionava solo in termini di geni o genomi: lei usava i genomi per capire l’evoluzione, dimostrando di essere una zoologa tout court.
Indimenticabile è stato il suo supporto durante la preparazione della tesi di dottorato e della relativa difesa. In commissione c’erano zoologi di alto livello, come il prof. Valerio Sbordoni, tra i fondatori del Dipartimento di Biologia dell’università di Tor Vergata; Paolo Tongiorgi, professore ordinario di Biologia animale presso l’università di Modena e Reggio Emilia. Al termine della discussione, telefonai a Barbara per raccontarle tutto.
Barbara guardava avanti, soprattutto al dopo di lei. Insistente e tenace è stato l’incitamento nei confronti di un traguardo professionale a lungo posticipato: l’abilitazione nazionale a professore ordinario. Nonostante i miei dubbi, le mie perplessità sul contributo che avrei potuto dare all’ambiente di ricerca, Barbara mi ha incoraggiato, evidenziando ciò che avevo saputo costruire in maniera indipendente e i miei punti di forza. E le ho dato retta, anzi le ho obbedito. Posso solo ringraziarla per questo (intervista al prof. Fausto Tinti, 26-5-2026).
Un altro collaboratore di Barbara Mantovani è stato il prof. Andrea Luchetti, intervistato il 4 giugno 2026, che ha evidenziato tre frasi per contraddistinguere il modo di essere della professoressa.
“Convincimi e lo facciamo insieme”
La prof.ssa Mantovani è stata la mia tutor a partire dal dottorato di ricerca, sebbene la nostra collaborazione sia iniziata già con la tesi, perché mi sono laureato nel gruppo di ricerca del prof. Scali, in cui lei già lavorava. Dopo più di dieci anni di collaborazione, il rapporto personale di amicizia reciproca si è consolidato: i rapporti professionali e personali si sono basati su una stima reciproca, alimentatasi negli anni.
“Tu non lavori per me, noi lavoriamo insieme”
Mi ha sempre lasciato libero di pormi domande in maniera autonoma, pensare agli esperimenti da fare e scegliere la direzione da prendere. Abbiamo avuto molte discussioni stimolanti: quale approccio sperimentale scegliere; quali analisi svolgere; quale aspetto nuovo da includere nella ricerca. Insomma, era stimolante lavorare con lei perché emergeva il suo essere mentore. Ecco, il mentoring: lei era un mentore per tutti, non soltanto per me, che sono stato, negli ultimi anni, il suo più stretto collaboratore, ma per chiunque abbia avuto un minimo rapporto con lei.
“La professoressa riusciva sempre a individuare il talento delle persone”
In qualche modo, ciascuno dei suoi collaboratori era valorizzato. Ma l’aspetto più interessante è che, grazie alla prof.ssa Mantovani, si prendeva coscienza e consapevolezza della forza che ognuno possedeva: sia da un punto di vista professionale che personale, era in grado di offrire una frase, una parola, una chiacchierata che tirava fuori il bello e il buono di una persona o di una situazione.
Proseguiamo parlando degli studi condotti con la prof.ssa Mantovani. Leggendo l’articolo del 2023 inerente allo studio sul genere di insetti stecco australiani Candovia e pubblicato su Zoological Journal of the Linnean Society, ci si rende conto che la diversità biologica è più ampia di quanto si pensasse in precedenza. Quante specie di insetti stecco australiani potrebbero essere rimaste nascoste agli occhi della scienza?
Dunque, la prima è una domanda da un milione di dollari! La verità è che non c’è una risposta: purtroppo, non abbiamo idea di quello che non vediamo. Conosciamo circa due milioni di specie di insetti, ma è una sottostima. Per quanto riguarda gli insetti stecco, se ne conoscono circa 3300 specie. Tuttavia, credo siano notevolmente di più e, come spesso succede, nascoste nella fascia equatoriale. L’entomologo di Harvard Edward O. Wilson diceva “Quando hai visto una formica, un uccello o un albero, non li hai visti tutti”.
L’analisi del DNA come sta cambiando il modo in cui scopriamo e classifichiamo la biodiversità?
L’analisi del DNA è fondamentale nelle nostre ricerche. La prof.ssa Mantovani aveva intuito, intorno alla fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, l’importanza del DNA. Infatti, fondò il primo laboratorio di biologia molecolare per lo studio della zoologia a Bologna. Aveva capito il potenziale e l’utilità di studiare il DNA. Potenziale che, nel panorama italiano, non è stato compreso subito dalla comunità dei naturalisti per lo studio dell’evoluzione, della tassonomia, della sistematica. Il tempo le ha dato ragione: lo studio del DNA è diventato fondamentale per la comprensione della biodiversità. Gli avanzamenti tecnologici degli ultimi anni, inoltre, hanno reso più conveniente il sequenziamento di interi genomi, più che analizzarne pochi frammenti alla volta. Per lo studio dell’evoluzione e della diversità animale, spesso, è molto utile e ancora più semplice analizzare il genoma mitocondriale.
La descrizione di una specie si basa certamente sul fenotipo, quindi sullo studio morfologico, ed in alcuni casi anche sulle relazioni ecologica-funzionale. Tuttavia, il confronto delle sequenze di DNA fornisce una storia su cui studiare ed integrare tutti questi aspetti. Per certi versi il DNA “registra” l’evoluzione degli organismi in maniera più accurata e dettagliata rispetto al fenotipo; per questo motivo è preferibile studiare le relazioni filogenetiche utilizzando il confronto delle sequenze di DNA. Gli alberi filogenetici che vengono ricostruiti sulla base dei genomi costituiscono, quindi, il corpo su cui impiantare lo studio comparativo.
In cosa si traduce quest’ultimo aspetto?
A livello tassonomico, organismi apparentemente molto simili, una volta analizzati da un punto di vista filogenetico, potrebbero appartenere a due linee evolutive molto diverse. L’importanza dell’analisi del DNA risiede nel fatto che lo studioso può ricontrollare il fenotipo e la morfologia; rivedere gli aspetti comuni alle linee evolutive; verificare dettagli morfologici mai considerati prima.
Proseguiamo sull’analisi evolutiva degli insetti stecco. Un vostro studio del 2022 suggerisce che la perdita delle ali potrebbe non essere sempre irreversibile, mettendo in discussione una delle idee più note della biologia evolutiva, nota come “legge di Dollo”, secondo cui caratteristiche complesse perse nel corso dell’evoluzione non possono riapparire. Il gruppo di ricerca ha ricostruito il percorso evolutivo di oltre 300 specie, evidenziando la possibilità di molti scenari in cui le ali sarebbero state perse e riacquisite più volte. Quindi, è possibile che un animale riacquisti le ali milioni di anni dopo averle perse? E cosa ci insegna questa scoperta sui limiti dell’evoluzione?
Questo lavoro nasce dalla collaborazione della prof.ssa Mantovani con due tassonomi di fama mondiale, gli entomologi esperti di insetti stecco Frank H. Hennemann e Oskar Conle. Il lavoro, molto impegnativo, ha evidenziato quanto detto in precedenza: ci sono caratteri sulla base dei quali ci si basa per definire le linee evolutive diverse e fare un lavoro di sistematica. Morfologicamente, però, quando si osserva un carattere presente in due specie diverse, si assume che quel carattere risalga quantomeno a un antenato comune e che dopo si presenti in forma diversa nelle due specie, perché evolvono in maniera indipendente. Stiamo parlando, quindi, del concetto di carattere omologo. Tuttavia, non sempre quella che di fatto si osserva è omologia: per esempio, classificando da una parte gli insetti stecco con le ali e da un’altra quelli senza, sia tassonomicamente che sistematicamente sarebbe un disastro.
Perché?
È un carattere che appare e scompare continuamente e non descrive la sistematica del gruppo: questo probabilmente lo rende uno degli aspetti più interessanti nell’evoluzione del fenotipo. La legge di Dollo – formulata dal naturalista Louis Dollo e riproposta in seguito anche dal paleontologo Stephen Jay Gould – si basa sul fatto che strutture complesse perse da una specie nel corso dell’evoluzione non possano riemergere nella loro forma originale. Si tratta di un principio oggi ancora comunemente accettato, nonostante siano stati proposti negli ultimi anni diversi casi in cui sembrerebbe essere stato violato. In realtà, Dollo intendeva dire che il carattere non può ritornare esattamente nella stessa forma in cui c’era prima.
Quindi, la perdita di tratti complessi non è irreversibile come si pensava?
C’è una possibilità di “reversal”, cioè un meccanismo che consente al carattere di riapparire. Ecco, quindi, l’importanza del “hidden state”, cioè dei caratteri non rilevati ma probabilmente nascosti e l’importanza delle analisi svolte studiando le fasi di passaggio dalla forma alata a quella priva di ali. Questa analisi, importante anche da un punto di vista analitico, è proseguita con una revisione bibliografica generale confluita in una recente pubblicazione.
Quanti meccanismi vi sono che possono portare a “reversal” – cioè un’inversione, intesa come ricomparsa di un carattere scomparso – dei caratteri?
La questione interessante diventa non tanto se può un carattere perduto tornare, ma capire quali parti del sistema biologico necessario a produrlo sono rimaste disponibili dopo la sua perdita. Vi numerosi casi documentati nel regno animale e vegetale che contraddicono una versione rigida della Legge di Dollo. La chiave è che la perdita di un carattere non implica necessariamente la cancellazione di tutti i meccanismi biologici che lo producevano. Alcuni componenti possono rimanere “latenti” e venire successivamente riutilizzati.
Le modalità attraverso cui una caratteristica perduta può essere nuovamente espressa sono tre: l’emiplasia, la pleiotropia e la plasticità. L’emiplasia è il fenomeno per il quale un carattere biologico è simile ma non legato a un’origine evolutiva comune. Se i geni che contribuivano al carattere perduto continuano a essere utilizzati per altre funzioni si tratta di pleiotropia. Infine, vi è la plasticità fenotipica, ossia la capacità di un singolo organismo di esprimere fenotipi diversi in risposta a condizioni ambientali diverse. Quindi, la formulazione originale di Dollo è più sfumata. Inoltre, quando un carattere ricompare, non è necessariamente identico alla versione ancestrale.
Quindi, l’evoluzione può “tornare indietro”, ma ciò non significa che percorra la stessa strada. Potremmo dire che l’evoluzione conserva più a lungo di quanto pensassimo alcuni degli strumenti molecolari e dello sviluppo necessari per riprodurre un carattere perduto.
A questo punto, che cos’è un carattere omologo?
La definizione di carattere omologo rimane sempre la stessa (somiglianza dovuta a eredità e derivante da un antenato comune), ma lo stato attuale delle conoscenze ci porta a dover espandere il concetto, andando ad includere anche tutta la “macchina molecolare” che serve a fare in modo che un carattere si esprima. Io e la prof.ssa Mantovani ne abbiamo discusso tanto, ma purtroppo non abbiamo pubblicato nulla. Il dibattito nella comunità scientifica è certamente acceso e diffuso, e sono fiducioso che nei prossimi anni riusciremo a vagliare tutti questi aspetti nel dettaglio.
Infine, è stata raccolta la testimonianza del dott. Giobbe Forni, il collaboratore che ha “vissuto” meno la prof.ssa Mantovani. Cionondimeno, conserva ricordi bellissimi, tra i quali la missione in Spagna, quella in cui conobbe i già citati Frank H. Henneman e Oskar Conle. Quelle esperienze erano certamente le occasioni per conoscersi anche dal punto di vista personale, condividendo momenti di svago e riflessioni sull’impegno civile.
Continuiamo a parlare di DNA. Che cosa rivelano le moderne tecniche di sequenziamento genomico quando vengono applicate allo studio dell’evoluzione, e perché il DNA dei mitocondri è diventato uno strumento così potente per ricostruire l’albero della vita?
Il genoma mitocondriale o mitogenoma, da tempo, viene utilizzato nell’analisi filogenetica: è un genoma piccolo, non frammentato, disponibile in quantità, economico da sequenziare. Evolve rapidamente, ma la struttura, soprattutto negli insetti, è molto conservata. Tuttavia, a livello funzionale, fornisce informazioni parziali. Per quanto riguarda la sistematica, i mitogenomi sono uno strumento potente perché, da un punto di vista tecnologico, si è sviluppato di più il sequenziamento dei genomi rispetto all’analisi filogenetica. In altre parole, oggi possiamo dire che un organismo abbia 20.000 geni, ma pensare di fare una filogenesi di 200 specie, ciascuna con 20.000 geni, non è fattibile. In tal caso, spesso, si fa una selezione dei geni per studi funzionali, non per analisi sistematiche. Invece, i mitogenomi sono perfetti perché possiedono pochi geni, cioè un numero trattabile per l’analisi. Anche i mitocondri presentano difficoltà tecniche: per esempio, la composizione in nucleotidi, i mattoni del DNA, cambia tra gruppi e questo non aiuta gli studi filogenetici.
C’è un lavoro nel quale lo studio del mitogenoma è stato cruciale?
Sì, assolutamente sì: lo studio del mitogenoma è stato centrale nel lavoro del 2021. I Phasmatodea sono un piccolo ordine di insetti, con circa 3000 specie descritte, presenti in tutte le principali masse continentali e con una distribuzione prevalentemente tropicale. Diversi studi stanno contribuendo alla comprensione delle relazioni sistematiche all’interno di questo clade, suggerendo che la distribuzione attuale sia il risultato di eventi di dispersione piuttosto recenti. Da un punto di vista morfologico, la mancanza di relazioni ben definite nell’albero filogenetico può essere attribuita all’evoluzione convergente di diverse caratteristiche morfologiche, che rendono meno netti i confini tra i taxa. Allo stesso tempo, gli approcci filogenetici molecolari non forniscono un sostegno sostanziale né una coerenza adeguata per le relazioni più profonde, mentre i loro risultati sono spesso in disaccordo con quelli ottenuti utilizzando approcci morfologici. Il nostro obiettivo era quello di studiare i processi che hanno determinato la divergenza iniziale dei lineage degli Phasmatodea utilizzando i genomi mitocondriali, uno strumento sempre più diffuso nella sistematica molecolare e nella filogenetica dei metazoi, in particolare degli insetti (intervista al dott. Giobbe Forni, 26-6-2026).
Un vostro articolo del 2024 propone che la persistenza dell’architettura molecolare associata alla riproduzione maschile negli insetti stecco partenogenetici possa essere spiegata da effetti pleiotropici (un gene influenza l’espressione di più effetti fenotipici distinti). Se una specie smette di avere maschi e si riproduce solo per partenogenesi, perché alcuni geni legati alla riproduzione maschile continuano a essere conservati invece di scomparire?
Nei fasmidi partenogenetici analizzati, molti geni e reti genetiche associati alla riproduzione maschile non sembrano degradarsi completamente, ma vengono in parte conservati perché svolgono funzioni anche nelle femmine o sono integrati in reti genetiche essenziali.
Questa domanda riflette il risultato centrale dello studio: il cambiamento evolutivo non si manifesta sempre sotto forma di una modifica di caratteristiche preesistenti. A volte un cambiamento può emergere sotto forma di una novità dirompente. Tuttavia, l’evoluzione può presentare un modello di cambiamento diverso, ma altrettanto sorprendente: il trait reversal, ovvero l’inversione del carattere. In questo fenomeno, ciò che sorprende è il ripristino di una caratteristica antica che si riteneva impossibile da recuperare e quindi perduta per sempre. Per esempio, in diverse linee evolutive di insetti stecco e foglia, le ali sono state riacquisite dopo che questa caratteristica era andata perduta nell’ultimo antenato comune del taxon. Il cambiamento evolutivo può essere reversibile o irreversibile a seconda di vari fattori. Tuttavia, è stato a lungo sostenuto che la ricomparsa di un tratto complesso dopo la sua perdita, esattamente nella sua forma ancestrale, sia altamente improbabile.
Le ricerche andranno avanti senza il prezioso contributo della Professoressa, ma la sua influenza si farà sentire ancora: in effetti, è proprio perché lasciava le persone libere di fare quello che riusciva loro bene se esistono le pubblicazioni di cui abbiamo parlato. La prof.ssa ha sempre agito per l’empowerment delle persone con cui lavorava: senza essere ingombrante, con le sue maniere garbate e sottili, ha tracciato una strada di lavoro virtuosa (intervista al dott. Giobbe Forni, 26-6-2026).
Conclusione
I tre collaboratori della prof.ssa Barbara Mantovani concordano sui caratteri che l’hanno sempre contraddistinta: il rigore scientifico, l’essere esigente nel lavoro, la responsabilizzazione degli studenti. A questo si aggiungano il grande supporto affettivo e umano nei confronti di discenti e collaboratori.
Il prof. Fausto Tinti ha messo in evidenza i punti salienti della ricerca condotta con e dalla prof.ssa Mantovani, riconoscendo di aver portato avanti un metodo di lavoro in cui le analisi molecolari sono diventate nel tempo uno strumento di riferimento affidabile per affinare la tassonomia e la sistematica e per riesaminare i caratteri diagnostici ai fini della descrizione e dell’identificazione delle specie di interesse. Questo è stato possibile grazie alla sua curiosità: il prof. Andrea Luchetti racconta di quanto fosse aperta al nuovo e lavorasse su linee di ricerca parallele, coinvolgendo molto i colleghi.
Infine, il dott. Giobbe Forni riconosce la difficoltà, in Accademia, di trovare il giusto equilibrio nei rapporti interpersonali, soprattutto con i discenti, un equilibrio che oscilla tra la confidenza e il distacco. Questa semplice constatazione lo porta a elogiare la sua mentore: la prof.ssa Mantovani mostrava un equilibrio virtuoso perché era apprezzata da tutti; riconosciuta autorevole e non autoritaria; stimata e rispettata dalla comunità dei pari e da quella studentesca; innegabilmente amata, in particolare, da studenti e collaboratori. La prof.ssa Mantovani esprimeva una professionalità spiccata e mostrava un’umanità che non aveva bisogno di proclami: era elegante anche nei rapporti umani.
L’impegno instancabile nei confronti della scienza non si è fermato alla ricerca accademica. Essa, infatti, era una ferma sostenitrice del valore civile del pensiero scientifico e dell’importanza della comunicazione. A tal fine, è stata socia fondatrice e membro attivo della comunità di Parliamone Ora, associazione di docenti e ricercatori dell’università di Bologna accomunati dall’obiettivo di colmare il distacco tra università e società civile attraverso la divulgazione dei saperi.
Si ringraziano per la collaborazione i professori Fausto Tinti e Andrea Luchetti, il dott. Giobbe Forni. Inoltre, si ringrazia il divulgatore scientifico Willy Guasti (Zoosparkle) per il proficuo confronto e la disponibilità.
Approfondimenti:
- Giobbe Forni, Alex Cussigh, Paul D Brock, Braxton R Jones, Filippo Nicolini, Jacopo Martelossi, Andrea Luchetti, Barbara Mantovani, Taxonomic revision of the Australian stick insect genus Candovia (Phasmida: Necrosciinae): insight from molecular systematics and species-delimitation approaches, Zoological Journal of the Linnean Society, Volume 197, Issue 1, January 2023, Pages 189–210, https://doi.org/10.1093/zoolinnean/zlac074
- Giobbe Forni, Jacopo Martelossi, Pablo Valero, Frank H Hennemann, Oskar Conle, Andrea Luchetti, Barbara Mantovani, Macroevolutionary Analyses Provide New Evidence of Phasmid Wings Evolution as a Reversible Process, Systematic Biology, Volume 71, Issue 6, November 2022, Pages 1471–1486, https://doi.org/10.1093/sysbio/syac038
- Luchetti, A., Forni, G., Skaist, A.M. et al. Mitochondrial genome diversity and evolution in Branchiopoda (Crustacea). Zoological Lett 5, 15 (2019). https://doi.org/10.1186/s40851-019-0131-5
- Giobbe Forni, Federico Plazzi, Alex Cussigh, Oskar Conle, Frank Hennemann, Andrea Luchetti, Barbara Mantovani, Phylomitogenomics provides new perspectives on the Euphasmatodea radiation (Insecta: Phasmatodea), Molecular Phylogenetics and Evolution, Volume 155, 2021, 106983, ISSN 1055-7903, https://doi.org/10.1016/j.ympev.2020.106983.
- Forni, G., Fusco, G., Nicolini, F., Bruce, H. and Luchetti, A. (2026), Loss, persistence and reversal of phenotypic traits. Biol Rev. https://doi.org/10.1002/brv.70168

Dopo la laurea magistrale in Neurobiologia presso l’Università La Sapienza di Roma nel 2015, ho conseguito il Dottorato di ricerca in scienze biomediche sperimentali all’Università di Padova nel 2020. Da ottobre 2019 sono un’insegnante di scuola secondaria di secondo grado. Ad ottobre 2022 ho concluso il Master in Comunicazione della Scienza dell’Università di Parma, grazie al quale ho iniziato a collaborare con Pikaia.