Piante cattive: la Natura, verde di spine e veleni

Fiore di Hydnora africana

Dal panace di Mantegazza alle ortiche tropicali, fino a fiori e frutti dall’aspetto inquietante: un viaggio tra le difese delle piante e le stranezze che le fanno sembrare uscite da un racconto dell’orrore.

Il poeta inglese Alfred Tennyson dava questa definizione del mondo animale:

«La Natura, rossa di zanne e d’artigli» (“Nature, red in tooth and claw”).

Ma non sapeva cosa possono fare le piante per difendersi… vediamolo.

L’orrore che venne dal Caucaso

Iniziamo con un vero fenomeno vegetale: si tratta di un’Ombrellifera gigantesca, alta fino a 5 m, una specie incredibile, ma molto pericolosa … è il panace di Mantegazza, Heracleum mantegazzianum, una pianta della famiglia delle Apiacee (o Ombrellifere), originaria del Caucaso. Il suo nome si deve ai botanici Levier e Sommier, che la dedicarono all’amico antropologo Paolo Mantegazza.

Il panace di Mantegazza venne importato in Europa dal Caucaso all’inizio del XIX secolo, come pianta ornamentale. Mi chiedo quale giardiniere possa aver compiuto un atto così pericoloso?

La sua linfa contiene sostanze chimiche tossiche, che reagiscono con la luce e a contatto con la pelle umana, causando la formazione di grosse vesciche, che lasciano evidenti cicatrici.

Il panace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum) a Zinal, in Svizzera.
Il panace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum) a Zinal, in Svizzera. Foto: MurielBendel, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.

Se la sua linfa entra in contatto con gli occhi, può causare cecità momentanea o permanente. Queste reazioni sono dovute alla presenza nella pianta di furanocumarine, sostanze in grado di penetrare nel nucleo delle cellule dell’epidermide e legarsi al loro DNA, uccidendole.

È una pianta che si diffonde rapidamente, che quindi deve essere eliminata immediatamente, perché la gente non la conosce; in realtà guardandola bene sembra un’Ombrellifera gigante ed è molto bella. Io la osservai da vicino ed era fantastica, immaginate una pianta di carote alta 5 m, Lewis Carroll l’avrebbe messa nel Paese di Alice!

In Italia la pianta è stata segnalata nelle valli alpine del Nord-Ovest negli scorsi anni.

Gli inglesi chiamano questa specie giant hogweed; vorrei far notare che questo popolo, con un lessico carente, chiama weed tutte le piante infestanti … e stendiamo un pietoso velo sulle bacche: tutte berry!

Il gruppo rock Genesis ha dedicato alla pianta un brano: The Return of the Giant Hogweed, dall’album Nursery Cryme del 1971.

La storia fantasy immagina uno scenario apocalittico in cui la pianta si propaga a dismisura, per vendicarsi di essere stata trapiantata in terre lontane a scopo puramente estetico.

I Genesis in concerto all’Auditorium Theatre di Chicago, il 20 novembre 1974.
I Genesis in concerto all’Auditorium Theatre di Chicago, il 20 novembre 1974. Foto: tony morelli, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons.

La terribile ortica

Urtica ferox, nota comunemente con il grazioso nome maori di ongaonga, è un arbusto legnoso di grandi dimensioni della famiglia delle Urticaceae, endemico della Nuova Zelanda.

A differenza delle nostre ortiche erbacee, l’Urtica ferox si sviluppa come un vero e proprio arbusto ramificato, che può raggiungere un’altezza compresa tra i 2 e i 4 metri. È considerata una delle piante autoctone più pericolose del territorio neozelandese a causa della sua eccezionale tossicità da contatto.

Foglie e peli urticanti dell’ongaonga (Urtica ferox).
Foglie e peli urticanti dell’ongaonga (Urtica ferox). Foto: Avenue, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.

Ha fusti legnosi e robusti con una base che può misurare fino a 12 cm di diametro.

Le foglie sono di colore verde pallido, di forma ovato-triangolare, con margini profondamente dentati e acuminati.

Presenta orribili e grandi peli urticanti (tricomi). Infatti le foglie e i fusti sono densamente ricoperti da grandi aghi rigidi lunghi fino a 6-10 millimetri. Questi aghi funzionano come vere e proprie siringhe ipodermiche, pronte a spezzarsi al minimo contatto per inoculare il veleno.

Il fluido urticante racchiuso nei tricomi contiene un potente mix di neurotrasmettitori (istamina, serotonina, acetilcolina) associato a specifiche classi di tossine peptidiche. La combinazione di queste sostanze provoca una reazione immediata e violenta.

I sintomi locali sono: dolore bruciante e acuto che può persistere per diversi giorni o settimane, accompagnato da eritemi, forte prurito, intorpidimento e parestesia della zona colpita.

Un contatto esteso con la pianta può scatenare gravi complicazioni neurologiche e sistemiche, tra cui crampi addominali, difficoltà respiratorie, convulsioni, perdita di coordinazione (atassia), disturbi visivi e temporanee paralisi periferiche.

Letalità: la dose di tossine rilasciata è talmente forte da poter uccidere animali di grandi dimensioni come cani, cavalli e bestiame. Nella letteratura medica è riportato un caso di decesso umano a seguito di un contatto esteso con questi arbusti.

Ma …

Nonostante la sua pericolosità per l’uomo e i mammiferi, l’ongaonga svolge una funzione ecologica cruciale nell’ecosistema neozelandese. È infatti la fonte primaria di nutrimento per i bruchi di una specie endemica di farfalle, la farfalla ammiraglio rosso della Nuova Zelanda (Bassaris gonerilla) o kahukura!

La farfalla ammiraglio rosso della Nuova Zelanda (Vanessa gonerilla), detta anche kahukura.
La farfalla ammiraglio rosso della Nuova Zelanda (Vanessa gonerilla), detta anche kahukura. Foto: Tony Wills, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons.

La pianta dei suicidi

Dendrocnide moroides (Wedd.) Chew, che vive in Australia ed è nota comunemente come la pianta dei suicidi, gympie o gympie gympie (così la chiamano gli aborigeni), è una pianta della famiglia delle Urticaceae.

È in cima alla lista nera delle piante più pericolose al mondo. Il contatto con i suoi aculei provoca dei dolori così lancinanti, dovuti alla presenza di tossine peptidiche dette gympietidi, che possono durare anche mesi o anni.

Nel corso dei secoli si sono verificati numerosi incidenti.

Foglie di gympie-gympie (Dendrocnide moroides), a Cairns, nel Queensland.
Foglie di gympie-gympie (Dendrocnide moroides), a Cairns, nel Queensland. Foto: Steve Fitzgerald, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.

Ad aver fatto quest’esperienza traumatizzante è stata Naomi Lewis, un’australiana del Queensland, allora quarantaduenne. Nel giugno 2022 la donna si trovava a Cairns, nei dintorni della propria casa, in sella alla sua mountain bike, quando è accidentalmente caduta su una pianta Gympie-Gympie.

Per Naomi, che ha preso gli aculei in pieno (visto che indossava dei pantaloncini corti), il dolore è stato a dir poco atroce, oltre ogni limite d’immaginazione. Come se il suo corpo stesse andando a fuoco.

“È stato il peggior dolore di sempre – ha raccontato la donna ai microfoni di Abc News – È stato orribile, assolutamente orribile. Nonostante siano trascorsi 9 mesi dall’accaduto, la sofferenza alle gambe resta ancora, soprattutto in presenza di aria condizionata.”

Per poter avvicinare la pianta, le guardie forestali indossano tenute simili a quelle del personale sanitario che viene a contatto con pazienti affetti dal virus Ebola.

Gli animali che la sfiorano (soprattutto cani e cavalli) rischiano la vita. Nel 1866 un bracciante australiano, che lavorava sulle strade del Queensland, raccontò che il suo cavallo impazzì e morì nel giro di due ore.

Che stranezze: e ha anche foglie con la forma a cuore!

Su alcuni animali tuttavia non ha alcun effetto. Un marsupiale australiano simile al wallaby, il Pademelon dalle zampe rosse (Thylogale stigmatica) è goloso di Dendrocnide, ricca di sostanze nutritive come l’azoto e il calcio … de gustibus!

Il pademelon dalle zampe rosse (Thylogale stigmatica), in un’illustrazione di The Mammals of Australia.
Il pademelon dalle zampe rosse (Thylogale stigmatica), in un’illustrazione di The Mammals of Australia. Illustrazione: John Gould, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.

L’Albero della morte

Si tratta della mancinella (Hippomane mancinella L., 1753), una pianta della famiglia delle Euforbiacee, originaria dei Caraibi, del Centro America e della parte nord del Sud America.

Il nome comune “mancinella” è di origine spagnola, dove manzanilla significa “piccola mela”.

La pianta infatti è simile nel suo frutto e nelle foglie ad un melo.

La mancinella può raggiungere i 15 metri di altezza.

Ma il frutto è detto “la mela della morte”, infatti il Guinness World Records nomina la mancinella come uno degli alberi più velenosi al mondo.

Il frutto della mancinella (Hippomane mancinella), fotografato a Panama.
Il frutto della mancinella (Hippomane mancinella), fotografato a Panama. Foto: Dick Culbert, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons.

La parte più pericolosa è la linfa dove sono presenti il forbolo ed altre sostanze irritanti. Il contatto diretto può portare a dermatite bollosa, cheratocongiuntivite acuta e danni corneali. Anche solo sostare sotto l’albero durante la pioggia è pericoloso, perché le gocce d’acqua, passando sulle foglie, possono impregnarsi di linfa.

Poi mangiarne il frutto può essere letale, con senso iniziale di bruciore e poi soffocamento.

In varie parti delle zone di distribuzione gli alberi vengono contrassegnati con cartelli o marchiati con una X rossa sul tronco, ad indicarne la pericolosità.

Invece l’iguana nera (Ctenosaura similis) è stata osservata mentre ne mangiava i frutti e viveva tra i suoi rami. Mah!

Nel 1777 William Ellis, aiutante chirurgo nella spedizione di Cook, raccontò di alcuni marinai rimasti temporaneamente ciechi dopo aver tagliato alberi che chiamò “mancinella”. L’episodio avvenne però a Tonga, nel Pacifico, e riguardava probabilmente un’altra euforbiacea, Excoecaria agallocha.

Erasmus Darwin, nonno del grande Charles, medico, botanico e poeta, nel 1789 pubblicò nel suo poema in versi The Loves of the Plants, una poesia in cui faceva riferimento all’albero malefico e sinistro.

Qui, sul terren se il passeggier riposa

La stanca fronte, al suo muscoso letto

Bieca s’aggira Mancinella intorno,

Mesce l’atro suo suco, e a lui furtiva

Fattasi presso, e su lui china, versa

Il rio velen nel tormentato orecchio.

Infine lo scrittore americano Clive Cussler nel suo romanzo “Tesoro”, romanzo da non leggere prima di prendere un volo intercontinentale, usa la mancinella per avvelenare i pasti serviti a bordo di un aereo e uccidere equipaggio e passeggeri.

Lo scrittore Clive Cussler nel 2011 (ritaglio).
Lo scrittore Clive Cussler nel 2011 (ritaglio). Foto: Hank Hoegen / U.S. Air Force, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.

Hydnora africana

Avete mai sentito parlare di Hydnora africana?

Conosciuta anche come “cibo per sciacalli” o “Jakkalskos“, questa pianta sorprende per il suo aspetto (vedi foto in apertura), la sua biologia insolita, il suo orribile odore e i suoi affascinanti adattamenti.

Considerata da molti esperti una delle piante più rare ed enigmatiche al mondo, l’Hydnora africana sfida l’idea convenzionale di come dovrebbe essere una pianta: vive sottoterra, è priva di foglie e clorofilla, è parassita e il suo fiore (20 cm) potrebbe facilmente essere scambiato per la bocca di una creatura aliena. Sbuca dal terreno con una “bocca” carnosa che si apre come un Alien, un Demogorgone o un Tremors (per i più nostalgici). Devo confessarvi che a me piace molto!

I frutti del Diavolo

La castagna d’acqua (Trapa natans) è una pianta acquatica annua. Si radica al fondo melmoso mediante radici avventizie o galleggia sull’acqua; il fusto è lungo sino a 2 metri.

Ha frutti duri e spinosi. In passato è stata cibo comune, perché il gusto somiglia alle castagne, oggi spesso è vista come infestante.

Il frutto, in realtà, ha una forma impressionante che ricorda un pipistrello o una testa demoniaca con corna minacciose ed è tra i più iconici “mostri vegetali”; in passato era utilizzato, in alcune zone d’Italia, per creare monili e ciondoli.

Frutti della castagna d’acqua (Trapa natans).
Frutti della castagna d’acqua (Trapa natans). Foto: Steve Hurst / USDA-NRCS PLANTS Database, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.

I “teschi” della Bocca di leone

Chi poteva immaginare che le bocche di leone (Antirrhinum majus), dopo la magnifica fioritura, presentassero capsule secche che somigliano a piccoli teschi ghignanti?

Nell’antichità si pensava che proteggessero i giardini da malattie, maledizioni e stregoneria.

Il nome inglese snapdragon forse qualche sospetto lo crea!

Le capsule secche della bocca di leone ricordano piccoli teschi.
Le capsule secche della bocca di leone ricordano piccoli teschi. Foto: BARAKAT2011, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.

Giglio del Diavolo

Questa pianta ha un fiore nero-violaceo con una lunga lingua fallica.

Le piante crescono spesso in coppia, tanto da sembrare due corna sataniche.

Il Dracunculus vulgaris è una robusta pianta erbacea perenne che può arrivare a misurare oltre il metro di altezza. Cresce nelle foreste miste, in ambienti di macchia mediterranea. Nel periodo che va tra aprile e maggio produce un’infiorescenza pesante e di grandi dimensioni composta da una spata, di colore violaceo all’interno, e verde all’esterno, che può raggiungere l’ampiezza di 50 centimetri, contenente i fiori veri e propri, sia quelli maschili, sia quelli femminili.

Una particolarità del Dracunculus vulgaris è l’odore, sgradevolissimo, puzzolente come carne in decomposizione, che accompagna la fioritura, ma in realtà è solo per attirare gli insetti.

Il giglio del diavolo (Dracunculus vulgaris) a Thasos, in Grecia.
Il giglio del diavolo (Dracunculus vulgaris) a Thasos, in Grecia. Foto: Jörg Hempel; ritaglio di Bff, CC BY-SA 3.0 de, da Wikimedia Commons.

Bibliografia:

Elizabeth A. Dauncey e Sonny Larsson, Piante che uccidono. Gli effetti tossici delle piante più velenose del mondo, Ricca Editore, 2019.

Chris Thorogood, Weird Plants, nuova edizione, Kew Publishing, 2026.

Chris Thorogood, Nel labirinto della foresta. La spedizione per salvare il fiore più grande del mondo, Codice Edizioni, 2026.

Immagine in apertura: il fiore di Hydnora africana. Foto: Seth (Seth Musker), CC BY 4.0, da Wikimedia Commons (fonte: iNaturalist).