A Sulawesi le più antiche tracce dell’uso abituale di una pianta psicoattiva
Due cacciatori-raccoglitori vissuti a Sulawesi a migliaia di anni di distanza mostrano sui denti le tracce della stessa abitudine: succhiare noci di areca. Il reperto più antico risale fino a 25.000 anni fa
La storia del consumo di droghe da parte della nostra specie potrebbe essere cominciata molto prima delle società agricole, della formazione delle città e delle prime civiltà. Probabilmente non è nata nemmeno dalla ricerca dello “sballo” come lo intendiamo oggi. Nella preistoria, sostanze capaci di modificare le sensazioni e lo stato di coscienza potevano essere utilizzate per alleviare un dolore, curare un disturbo o accompagnare pratiche rituali.
Una delle testimonianze più antiche mai rinvenute dell’uso abituale di una sostanza psicoattiva arriva dall’isola di Sulawesi, nell’attuale Indonesia. Qui gli archeologi hanno individuato nei denti di due cacciatori-raccoglitori preistorici i segni del consumo di noci di areca, i semi delle palme del genere Areca. Questi contengono diversi alcaloidi, tra cui l’arecolina, una sostanza psicoattiva che agisce sul sistema nervoso.
La scoperta, pubblicata il 9 settembre su Science Advances, nasce dall’analisi di due scheletri parziali rinvenuti a Sulawesi.
La stessa abitudine a migliaia di anni di distanza
La cosa più particolare è che i due individui non appartenevano alla stessa epoca. Il primo era un uomo morto probabilmente tra i 40 e i 50 anni e vissuto tra circa 25.000 e 16.000 anni fa, in un periodo che comprende il massimo glaciale dell’ultima glaciazione. Il secondo individuo, morto all’incirca alla stessa età, visse molto più tardi, tra circa 7.600 e 6.300 anni fa.
Entrambi presentano sui denti profonde scanalature provocate da un’usura anomala, compatibili con un’abitudine ripetuta per anni: tenere tra i denti e succhiare a lungo noci di areca intere. Le analisi biomolecolari hanno inoltre rilevato arecolina nei tessuti dentali, mentre alcuni esperimenti hanno mostrato che il semplice contatto prolungato della noce con la saliva è sufficiente a liberarne quantità capaci di produrre effetti fisiologici.
La presenza dello stesso comportamento in due individui separati da migliaia di anni suggerisce quindi che si trattasse di una pratica molto antica e duratura. Non permette però, da sola, di dimostrare una trasmissione ininterrotta di generazione in generazione.
Un rimedio che finiva per peggiorare il problema
Perché questi nostri antenati succhiavano così spesso le noci di areca? Una delle spiegazioni proposte dagli autori è la stessa che ci porta oggi a chiedere aiuto a un dentista: il dolore.
Entrambi gli individui avevano infatti seri problemi dentali e l’arecolina ha anche proprietà analgesiche. Succhiare le noci poteva quindi servire ad alleviare il mal di denti. Non sappiamo se fosse questa la ragione principale del loro utilizzo: gli effetti psicoattivi dell’areca, che comprendono una maggiore vigilanza e una lieve euforia, potrebbero aver avuto un ruolo altrettanto importante.
Ancora oggi le noci di areca sono consumate in molte regioni dell’Asia e dell’Oceania, ma non in questo modo: vengono masticate all’interno di un betel quid, una preparazione che comprende noce di areca, foglie di betel, calce spenta e, a seconda delle tradizioni locali, altri ingredienti. Il semplice succhiamento prolungato della noce intera, ricostruito per i due cacciatori-raccoglitori di Sulawesi, è invece una modalità d’uso finora sconosciuta, che gli autori interpretano come un possibile precursore della pratica moderna.
Paradossalmente, se serviva ad alleviare il mal di denti, questa abitudine finiva per contribuire a provocarne altro. Le noci, dure e abrasive, consumavano progressivamente lo smalto e la dentina. In uno dei due individui le scanalature erano tanto profonde da raggiungere la cavità pulpare, la parte interna del dente attraversata da nervi e vasi sanguigni: una lesione molto dolorosa, che poteva rendere difficile mangiare e favorire le infezioni.
Si poteva creare così un circolo vizioso: il consumo delle noci poteva alleviare temporaneamente il dolore, mentre l’usura provocata dal loro uso prolungato peggiorava le condizioni dei denti. Gli autori ipotizzano inoltre che la persistenza di un comportamento tanto dannoso possa essere spiegata anche da una dipendenza fisica dalle sostanze contenute nell’areca. È un’interpretazione: i resti archeologici mostrano direttamente che l’abitudine fu intensa e protratta per anni, non che i due individui fossero dipendenti nel senso clinico moderno.
Droghe prima dei campi coltivati
Questa scoperta contribuisce anche a risolvere un antico dilemma che impensierisce il sonno di alcuni storici. Per la nostra specie era necessario diventare agricoltori e vivere in comunità stabili per sviluppare un consumo abituale di droghe?
I reperti di Sulawesi suggeriscono di no. I due individui erano cacciatori-raccoglitori vissuti prima dell’arrivo dell’agricoltura nella regione, e il più antico precede di migliaia di anni anche le prime società agricole del Vicino Oriente. L’uso regolare di una sostanza psicoattiva poteva dunque svilupparsi sfruttando le piante disponibili nell’ambiente, senza bisogno di coltivarle.
Il dato sposta molto indietro nel tempo una pratica di cui finora le testimonianze archeologiche erano assai più recenti. Come sottolineano gli autori, l’uso delle noci di areca come droga potrebbe avere origini molto più antiche di quanto si pensasse, risalenti alle società di cacciatori-raccoglitori del Pleistocene superiore.
Parlare di “droga” e soprattutto di “dipendenza” nella preistoria può comunque essere fuorviante se applichiamo automaticamente categorie moderne a comportamenti molto più antichi. Una stessa pianta può essere, a seconda del contesto, alimento, medicina, sostanza rituale o agente psicoattivo. E nella preistoria non c’erano molti modi per sfuggire al dolore provocato da una carie o da un’infezione.
Riferimenti
Brumm, A. (2026). Betel nut sucking is the earliest recorded evidence for the habitual use of a neuroactive plant drug. Science Advances.
In apertura: il cranio di uno degli scheletri analizzati, crediti: Fakhri, via Eurekalert
Laureato in Scienze naturali e in Biodiversità e Biologia ambientale presso l’Università di Palermo, si iscrive al Master in Comunicazione scientifica dell’Università di Parma perché profondamente innamorato della divulgazione della scienza. Appassionato di natura, buone letture, film e videogiochi, desidera dirigere le sue passioni verso futuri e stimolanti progetti culturali.