Nel regno del gioco: quando la crisi si fa seria, la risposta è giocare
Nel suo nuovo libro David Toomey attraversa oltre un secolo di studi sul gioco animale e sulle sue possibili funzioni evolutive. Mariagrazia Portera riflette sul gioco come allenamento all’imprevisto e come possibile strumento per affrontare le crisi del nostro tempo.
Titolo: Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli elefanti che fanno lo scivolo nel fango
Autore: David Toomey
Editore: Adelphi
Anno: 2026
Pagine: 329
ISBN: 9788845941047
Note: traduzione di Isabella C. Blum; 10 immagini in bianco e nero.
La questione del gioco è uno di quei temi per i quali calza a pennello il noto argomento agostiniano sul tempo: se nessuno ti chiede che cos’è, lo sai; se qualcuno ti chiede di spiegarglielo, non ne sai più nulla. Così, se da un lato è vero che tutti abbiamo giocato da bambini e che una buona parte di noi continua a farlo anche in età adulta (pensiamo, ad esempio, ai videogiochi oppure ai giochi di ruolo), pochi sarebbero in grado di dare una definizione formale del fenomeno se esplicitamente richiesti. Questa difficoltà – che si amplifica notevolmente se includiamo, tra i giocatori, non solo gli esseri umani ma anche tutti gli altri animali – è uno dei punti di partenza di David Toomey nel suo Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli elefanti che fanno lo scivolo nel fango (Adelphi 2026).
Il volume attraversa quasi un secolo e mezzo di ricerca sul gioco a partire dal “primo libro dedicato al gioco degli animali” (p. 41), che rivendica sin dal titolo l’apertura di un nuovo campo di studi: si tratta di Die Spiele der Tiere (I giochi degli animali), di Karl Groos, del 1896. Muovendo da Groos, Toomey rileva come, nonostante il gioco degli animali sia uno dei comportamenti che più suscitano stupore e meraviglia negli esseri umani, “gli studi sul gioco sono molto scarsi. Non ci sono riviste specializzate, nessun manuale universitario o enciclopedia sull’argomento, e nemmeno istituti, college o università con dipartimenti accademici dedicati. In più di centoventi anni, soltanto cinque libri hanno trattato il tema in modo esclusivo” (pp. 10-11). Così, la prima parte del volume è una disamina dei (non molti, secondo l’autore) lavori scientifici e teorie che hanno cercato di gettare luce sul gioco animale, con riferimento anzitutto ai “magnifici cinque” appena citati sopra, vale a dire Karl Groos, Marc Bekoff e John A. Byers, Gordon Burghardt, Robert M. Fagen e Sergio e Vivien Pellis.
La narrazione di Toomey, che insegna corsi di scrittura e storia della scienza presso l’Università del Massachusetts, attraversa con agilità storie di api, bombi, tordi, corvi, uccelli giardiniere, polpi, oltre a suricati, maiali, elefanti e capre, tutti impegnati in complesse attività che, in maniera niente affatto scontata, arriviamo (forse) a definire gioco. Infatti, torniamo anzitutto alla questione di partenza: in che modo definiamo il gioco? Che cos’è “gioco”, quando abbiamo a che fare con animali non-umani?
Tra gli esiti più convincenti e, per chi si occupa di gioco in etologia, anche ormai “classici”, c’è il procedimento indiziario di Gordon Burghardt, che nel suo volume del 2005 dedicato a The Genesis of Animal Play: Testing the Limits sosteneva: “il gioco è un comportamento non funzionale, volontario, caratterizzato da movimenti ripetuti ma variati ed eseguito da un animale ben nutrito, al sicuro e in buona salute” (p. 205). Detto altrimenti, e in modo un po’ più operativo, ogni volta che vediamo “un animale che si comporta in modo non funzionale, volontario, e caratterizzato da movimenti ripetuti ma variati; e se quell’animale è ben nutrito, al sicuro e sano, secondo il professor Burghardt [stiamo] osservando un animale che gioca” (p. 33). Possiamo provare allora a fare un esperimento: chi legge potrebbe senza troppo indugio mettere alla prova la definizione di Burghardt andando a indagare da vicino il proprio cane, il proprio gatto, il canarino oppure la lucertola sul davanzale, quando si lasciano andare a movimenti ripetuti ma non troppo stereotipati (cioè variati), come far rimbalzare una palla oppure tirare o trattenere un legnetto o cercare di strappare la linguetta di una lattina. Hanno fame? Hanno sete? Hanno dormito abbastanza? Sono al sicuro? Si tratta di movimenti volontari oppure di stereotipie involontarie? È puro piacere esplorativo oppure quella curiosità specifica che si accompagna al gioco? Come nota Toomey, “l’esplorazione e il gioco sono simili, soprattutto quando comportano l’uso di oggetti, ma esiste una fondamentale differenza […]. [U]n animale che esplori un oggetto sta raccogliendo informazioni su di esso; quando invece ci gioca, sta scoprendo che cosa possa farci” (p. 34). Burghardt ci offre un’utile cassetta degli attrezzi per orientarci nel ricco mondo del gioco animale, cercando di individuare regolarità in comportamenti intrinsecamente variati e complessi.
Una questione al centro del volume di Toomey, accanto a quella relativa alle definizioni possibili di gioco (al “che cos’è e come funziona”, per dir così), riguarda l’origine del gioco dal punto di vista evoluzionistico: l’“a che cosa serve?”. Perché gli animali hanno cominciato a giocare e perché l’evoluzione ha favorito questo comportamento in così tante linee evolutive diverse?
Qui l’attenzione dell’autore si concentra su un grappolo di teorie tese a spiegare il gioco come un modo “per far fronte all’imprevisto”, cioè una specie di palestra per abituarci (tutti noi animali) a reagire in modo efficace all’inatteso. Di possibili spiegazioni circa la funzione del gioco, infatti, ce ne sono più d’una: l’ipotesi del surplus energetico (l’evoluzione ha favorito lo sviluppo di una tendenza comportamentale al gioco perché si tratta di un utile dispositivo di sfogo delle energie in eccesso); l’ipotesi del training (il gioco da cuccioli è funzionale ad allenare competenze di base utili alla sopravvivenza in età adulta, come i comportamenti di predazione oppure i display di corteggiamento, i quali appunto, nel gioco da cuccioli, sono performati senza incorrere in rischi effettivi); l’ipotesi sociale (giochiamo perché il gioco, in vario modo, favorisce l’instaurazione di saldi legami sociali). L’attenzione di Toomey, come anticipato, va alle teorie che vedono nel gioco una sorta di improvvisazione deliberata, cioè una controllata perdita di controllo.
Attraverso l’esposizione attivamente ricercata (perché dà piacere) a situazioni di svantaggio e auto-sabotaggio, l’animale addestra la capacità indeterminata di far fronte non a questa o quella situazione specifica di difficoltà (da adulto) ma al rischio del possibile in generale. Ciò ha a che fare – ed è un punto importante – anche con le emozioni: “Messo di fronte a un evento inatteso, un animale che è solito giocare sperimenterà una reazione fisiologica allo stress meno pronunciata e si riprenderà da una collisione o da una caduta in tempi più brevi. Avrà meno probabilità di farsi prendere dal panico mentre fugge dai predatori” (pp. 73-74). Toomey ci racconta di maialini, suricati e ratti, ad esempio, che si lanciano deliberatamente a pancia all’aria, che in un confronto con un conspecifico si lasciano cadere all’indietro ponendosi in una situazione di sicuro svantaggio, che ricercano (diremmo, un po’ antropomorfizzando, “intenzionalmente”) ambienti che limitino la loro mobilità: tutto questo lo fanno per gioco, perché è divertente e piacevole, e perché può addestrarli utilmente a improvvisare in seguito sull’imprevisto. In uno dei capitoli conclusivi del volume (p. 233 ss.) Toomey discute teorie come, ad esempio, la “selezione organica” o “effetto Baldwin”, ipotizzando sulla scorta di studi sul tema che il gioco possa aver rappresentato uno di quei comportamenti plastici e creativi, anzitutto a livello di risposta comportamentale, a partire dal quale la selezione ha poi fornito un adattamento su base genetica. È un’ipotesi complessa, che si àncora a una linea interpretativa – quella che fa capo appunto alla selezione organica di Baldwin e alla cosiddetta plasticity-first hypothesis – essa stessa non aliena da elementi controversi o ancora non completamente chiariti.
In generale, si tratta comunque di uno spunto molto interessante che, a partire da Toomey, vorrei tirare sino alle sue conseguenze. Guardare al gioco come a un allenamento all’imprevisto, frutto di un esercizio di creatività comportamentale che a un certo punto potrebbe esser stato favorito dall’evoluzione, può significare che il gioco è strumento tanto più utile in situazioni di crisi, cioè in situazioni nelle quali, strutturalmente, un certo assetto di cose e di relazioni sta tramontando e uno nuovo è ancora lontano dall’emergere in modo definito. In questa frattura tra vecchio e nuovo, che espone all’imprevisto, il gioco è dispositivo comportamentale che consente di navigare l’incertezza.
C’è un altro punto interessante, con riferimento a questa linea di lettura. Verso la fine del lavoro (pp. 273-274), Toomey cita gli studi sul gioco interspecifico (cani-cavalli) svolti presso l’Università di Pisa dall’etologa Elisabetta Palagi, che mettono in luce una forma interspecifica di gioco in cui animali che appartengono a specie diverse passano del tempo in attività verosimilmente piacevoli, compiendo azioni ripetute, esagerate, praticando l’autosabotaggio, scuotendo la testa e rotolandosi sul dorso.
Così, vorrei chiudere questa recensione spostandomi dal piano delle indicazioni di Toomey nel libro a una riflessione sulla crisi socio-ecologica nell’Antropocene, in cui noi esseri umani e tutte le altre specie del pianeta siamo implicati. Se fosse proprio questo, cioè il giocare, l’elemento utile anche (e anzitutto) per noi umani per affrontare la crisi? La crisi antropocenica espone alla necessità di individuare forme e modi nuovi per prepararsi all’imprevisto e all’improbabile, e per cominciare a praticare quella che le Environmental Humanities, cioè le scienze umane per l’ambiente, chiamano “convivialità multispecie”, vale a dire un modo più sostenibile di coesistenza con il vivente più-che-umano. Detto altrimenti: si tratta di ripensare i modi dello stare insieme, noi e gli altri animali, secondo un piano orizzontale di relazioni sistemiche – pur complesse, a volte anche conflittuali – e non esclusivamente verticale di sovra-ordinazione e subordinazione. E se proprio il gioco fosse la chiave e il segnavia?
Così, giocare finisce per essere un invito che risuona nel nostro tempo, in cui abbiamo bisogno urgente di due cose: di re-inventarci un modo per stare insieme, in ottica multi-specifica, e di addestrarci a quello che, sino a ieri, sembrava impossibile, e invece è già realtà.

È professoressa associata di Estetica presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Si occupa di approcci interdisciplinari all’estetica, in particolare di estetica evoluzionistica, estetica ambientale, Environmental humanities, e di temi di storia dell’estetica moderna e contemporanea in area inglese e tedesca.