Pochi animali estinti sono riconoscibili quanto il dodo (Raphus cucullatus). Questo grande uccello incapace di volare, endemico di Mauritius, è diventato quasi un’icona dell’estinzione stessa. Eppure, nonostante la sua fama, sappiamo sorprendentemente poco di come vivesse.
Quando il dodo scomparve, nella seconda metà del Seicento, nessuno ne aveva studiato sistematicamente il comportamento. Le testimonianze lasciate da chi lo vide in vita sono poche, frammentarie e non sempre affidabili. Non sappiamo con certezza quando fosse più attivo, quali sensi utilizzasse maggiormente o come percepisse l’ambiente che lo circondava. Ma una parte di quella storia è rimasta nelle ossa.
Un nuovo studio pubblicato sul Zoological Journal of the Linnean Society ha utilizzato l’anatomia del cranio per cercare di ricostruire il mondo sensoriale di due grandi Columbiformi estinti delle isole Mascarene: il dodo di Mauritius e il suo parente più prossimo, il solitario di Rodrigues (Pezophaps solitaria).
Sara Citron, dell’Università di Lethbridge in Canada, e un gruppo internazionale di ricercatori hanno confrontato i crani e i calchi virtuali della cavità cranica dei due uccelli estinti con quelli di 36 specie viventi di Columbiformi, il gruppo che comprende piccioni e tortore. Per quanto possa sembrare strano, dodo e solitario erano proprio questo: grandi piccioni insulari che nel corso della loro storia evolutiva avevano perso la capacità di volare.
Leggere i sensi nelle ossa
Vista, olfatto, udito e tatto non lasciano fossili. L’anatomia, però, può conservarne indirettamente le tracce. Negli uccelli, le dimensioni e la forma di alcune strutture anatomiche possono fornire indizi sul funzionamento dei diversi sistemi sensoriali: le orbite sulla capacità di raccogliere luce, alcune regioni cerebrali sull’elaborazione delle informazioni visive, i bulbi olfattivi sull’importanza relativa dell’olfatto.
Anche l’interno del cranio è particolarmente informativo. Il cervello degli uccelli aderisce abbastanza strettamente alla scatola cranica e, attraverso tomografie computerizzate, è possibile produrre “endocalchi” digitali: ricostruzioni tridimensionali dello spazio un tempo occupato dal cervello. Non sono cervelli fossilizzati, naturalmente, ma consentono di confrontare la forma e le dimensioni relative di alcune regioni cerebrali.
È così che i ricercatori hanno provato a ricostruire, almeno in parte, il modo in cui dodo e solitario percepivano il loro ambiente.
Due grandi piccioni, due mondi sensoriali
Il solitario di Rodrigues sembra essere rimasto, dal punto di vista sensoriale, relativamente vicino alla condizione osservata negli altri piccioni. Il dodo racconta invece una storia più particolare.
La differenza più evidente riguarda la vista. Il dodo possedeva orbite relativamente grandi, ma lobi ottici proporzionalmente piccoli. Queste strutture cerebrali partecipano all’elaborazione delle informazioni visive e la loro riduzione distingue nettamente il dodo sia dal solitario sia dagli altri Columbiformi analizzati.
È una combinazione interessante. Occhi relativamente grandi possono favorire la raccolta della luce, mentre modificazioni delle regioni cerebrali associate alla visione possono riflettere un diverso equilibrio tra sensibilità luminosa ed elaborazione dell’immagine.
Gli autori avanzano quindi l’ipotesi che l’attività del dodo potesse estendersi anche alle ore caratterizzate da minore luminosità, per esempio all’alba o al tramonto. Non significa che fosse un animale notturno, e su questo punto il paper è molto prudente. Un’attività più flessibile avrebbe potuto permettergli di evitare le ore più calde della giornata o di modificare i tempi di alimentazione, ma queste restano ipotesi ecologiche, non comportamenti dimostrati.
Anche l’olfatto offre indizi interessanti, ma più difficili da interpretare. Un precedente studio aveva suggerito che dodo e solitario avessero bulbi olfattivi particolarmente sviluppati. Il nuovo confronto quantitativo non conferma questa interpretazione per il solitario, che rientra sostanzialmente nella norma dei piccioni.
Nel dodo la situazione è meno chiara. Dei tre crani analizzati, soltanto due permettono di ricostruire adeguatamente i bulbi olfattivi, e i risultati differiscono molto tra loro. Nel complesso emerge la possibilità di un maggiore sviluppo dell’olfatto, ma il campione è troppo piccolo e variabile per arrivare a una conclusione solida.
Anche il grande becco del dodo conserva qualche traccia sensoriale. Una delle aperture attraversate dal nervo trigemino è insolitamente grande, ma questo non significa necessariamente che l’animale possedesse un tatto particolarmente raffinato: potrebbe semplicemente riflettere la necessità di innervare una superficie del becco molto estesa.
Oltre il dodo “stupido”
Lo studio permette anche di riconsiderare uno degli stereotipi più persistenti associati al dodo. Nelle ricostruzioni popolari l’animale è stato a lungo descritto come goffo, ingenuo e soprattutto “stupido”, un’immagine alimentata anche dalle testimonianze sulla sua scarsa diffidenza nei confronti degli esseri umani. Ma quel comportamento può essere letto in modo molto diverso.
Il dodo si era evoluto a Mauritius in assenza di grandi mammiferi predatori terrestri. Non aveva quindi una storia evolutiva in cui fosse vantaggioso reagire a un grande mammifero terrestre come a una minaccia immediata. La sua apparente docilità racconta dunque prima di tutto qualcosa dell’ambiente in cui si era evoluto, e molto poco delle sue capacità cognitive.
Anche l’anatomia cerebrale non sostiene l’idea di un dodo cognitivamente meno capace degli altri piccioni. Il telencefalo, regione coinvolta in numerose funzioni cognitive, ha dimensioni relative compatibili con quelle degli altri Columbiformi analizzati.
Naturalmente, da un cranio non possiamo ricostruire ciò che un dodo pensasse o quanto fosse “intelligente” nel senso comune del termine. Possiamo però evitare di trasformare un comportamento perfettamente comprensibile alla luce della sua storia evolutiva in una prova di stupidità.
Una storia scritta nelle collezioni
Un altro aspetto interessante di questo lavoro è che, per ricostruire il mondo sensoriale di animali scomparsi da secoli, i ricercatori hanno utilizzato esemplari conservati nelle collezioni dei musei di storia naturale, analizzandoli con tecnologie che chi raccolse quei reperti non avrebbe potuto immaginare.
Un cranio conservato in un museo non è quindi soltanto la testimonianza materiale di una specie perduta. Nuove tecniche di imaging e nuovi metodi di analisi permettono di ricavare informazioni sull’evoluzione, sui sensi e forse persino sul comportamento di animali che nessuno può più osservare in vita.
Non possiamo vedere un dodo muoversi nelle foreste di Mauritius. Non possiamo sapere con certezza in quali ore del giorno fosse più attivo, quali odori guidassero la ricerca del cibo o come apparisse ai suoi occhi ciò che lo circondava. Possiamo però tornare ai pochi resti che ci ha lasciato e, con strumenti nuovi, ricostruire un altro frammento del suo mondo perduto.
Riferimenti
Citron S. et al. (2026), The sensory world of the Dodo and Solitaire revealed by endocast and skull anatomy, Zoological Journal of the Linnean Society, 207(4), zlag123. DOI: 10.1093/zoolinnean/zlag123.
Immagine: Roelant Savery, The Dodo, fine anni 1620, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Chiara Ceci, naturalista, si occupa di comunicazione della scienza. Fa parte del direttivo del Charles Darwin Trust ed è Fellow della Linnean Society. Autrice di “Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca” (Sironi, 2013).