Il costo invisibile del cibo che importiamo
Un nuovo studio ricostruisce il rischio per la biodiversità legato a 157 prodotti agricoli. Per capire il danno non basta sapere quanta foresta scompare: bisogna anche sapere quale.
Uno studio su 157 prodotti agricoli ricostruisce il rischio per la biodiversità associato alla deforestazione e al commercio alimentare mondiale, seguendo le filiere tra 166 paesi produttori e 195 paesi consumatori.
La deforestazione associata a molti prodotti agricoli avviene lontano dai paesi in cui vengono consumati. Caffè, cacao, olio di palma, soia e gomma naturale possono attraversare migliaia di chilometri; la perdita di habitat e specie resta invece nei territori di produzione.
Un gruppo di ricerca delle Università di Torino e Milano ha provato a misurare questo legame tra consumi, deforestazione e perdita di biodiversità. Lo studio, pubblicato su Ecological Economics, è firmato da Stella Lauro, Silvana Dalmazzone, Giorgio Vacchiano e Marco M. Bagliani. Bagliani, scomparso nel 2024, aveva partecipato alla definizione della ricerca e alle sue prime fasi di sviluppo.
Un ettaro non vale l’altro
Le statistiche sulla deforestazione misurano quanta foresta è stata persa, ma dicono meno su ciò che viveva in quella foresta. Abbattere un ettaro in un’area con specie diffuse non ha le stesse conseguenze che perderlo dove sono concentrate specie endemiche, presenti soltanto in una regione ristretta, o già esposte a un forte rischio di estinzione.
Per tenere conto di questa differenza, gli autori hanno sviluppato un indicatore chiamato Biodiversity Risk. Il calcolo parte dai dati satellitari sulla deforestazione, identifica la produzione agricola che ha preso il posto della foresta e pesa la superficie convertita in base alla vulnerabilità e all’endemismo delle specie. Considera sia il danno immediato dovuto alla trasformazione dell’habitat, sia quello legato all’occupazione agricola del suolo negli anni successivi.
Una volta calcolato, lo stesso Biodiversity Risk viene presentato con due contabilità. La prima lo assegna al paese in cui la foresta è stata convertita e la merce prodotta, anche se poi viene esportata. La seconda segue le merci attraverso il commercio e lo attribuisce ai paesi che le consumano. Non cambia il rischio associato a ogni ettaro: cambia il paese al quale viene imputato. Il confronto mostra quanto dipende dai consumi interni e quanto viene trasferito da un paese all’altro con importazioni ed esportazioni.
L’analisi copre il periodo 2005-2022 e mette in relazione la produzione di 157 merci agricole in 166 paesi con i consumi di 195 paesi. È questa estensione mondiale a permettere di seguire l’impatto lungo la filiera, dal luogo in cui una materia prima viene prodotta a quello in cui viene consumata.
Come spiegano Stella Lauro e Silvana Dalmazzone nel comunicato stampa diffuso dall’Università Statale di Milano:
«Le nostre scelte di consumo possono avere conseguenze molto lontane da noi, ma non per questo meno rilevanti».
Una mappa mondiale, filiera per filiera
Il confronto tra Brasile e Indonesia usa il primo conteggio, quello che attribuisce il Biodiversity Risk al paese di produzione. Tra il 2005 e il 2022, il Brasile ha concentrato il 31,74% della deforestazione dovuta all’espansione agricola considerata dallo studio, contro il 14,79% dell’Indonesia. Per il rischio sulla biodiversità, però, l’ordine si rovescia: l’Indonesia rappresenta il 31,32% del totale mondiale e il Brasile il 17,53%.
La differenza dipende anche dall’uso delle terre disboscate. In Brasile l’83,98% è stato convertito in pascoli; in Indonesia l’83,64% ha lasciato il posto a colture permanenti, fra cui la palma da olio. Le foreste tropicali indonesiane ospitano inoltre moltissime specie endemiche e minacciate. Per questo l’Indonesia, pur avendo meno della metà della deforestazione brasiliana, raggiunge un Biodiversity Risk quasi doppio.
L’olio di palma mostra che cosa cambia quando il medesimo rischio viene attribuito ai paesi consumatori. Dal lato della produzione, il 75,81% del Biodiversity Risk mondiale legato a questa merce ha origine in Indonesia, il 15% in Malaysia e il 2,08% in Papua Nuova Guinea: insieme, i tre paesi concentrano il 93% del totale. Ripartendo lo stesso totale in base ai consumi, la quota attribuita all’Indonesia scende al 26,92%, mentre all’India spetta il 12,03% e alla Cina il 9,23%. Per India e Cina si tratta quasi interamente di rischio associato a olio di palma importato.
Le filiere non si comportano tutte allo stesso modo. Per carne, mais, riso, manioca e canna da zucchero, il paese in cui il rischio si genera coincide spesso con quello a cui viene attribuito dal lato dei consumi. Per olio di palma, soia, gomma naturale e cacao, invece, produzione e consumo sono molto più distanti. Se si considera soltanto il Biodiversity Risk incorporato nelle merci agricole esportate, più della metà, il 54,66%, ha origine in Indonesia.
Oltre la “deforestazione zero”
Lo studio riguarda direttamente le politiche sulle catene di approvvigionamento. Il regolamento europeo sui prodotti a deforestazione zero richiede alle imprese di dimostrare che cacao, caffè, olio di palma, soia, gomma naturale, legno e bovini non provengano da terreni deforestati. La tracciabilità è essenziale, ma il nuovo indicatore segnala un limite: foreste diverse non sono ecologicamente intercambiabili e la loro conversione può produrre perdite biologiche molto diverse.
Integrare il rischio per la biodiversità nei controlli, nelle certificazioni e nelle scelte di approvvigionamento permetterebbe di riconoscere le aree nelle quali il danno potenziale è maggiore. Non renderebbe accettabile la conversione delle altre foreste, né trasformerebbe un singolo numero in un marchio di sostenibilità. Servirebbe piuttosto a evitare che la stessa superficie venga considerata equivalente ovunque.
Nello stesso comunicato, Giorgio Vacchiano richiama il rapporto tra comportamenti individuali e decisioni politiche:
«Le scelte quotidiane contano, ma diventano davvero decisive quando contribuiscono a cambiare le regole del mercato».
Il Biodiversity Risk non comprende tutti gli effetti dell’agricoltura: non misura con la stessa precisione il degrado delle foreste che restano in piedi, l’uso di pesticidi e fertilizzanti, il consumo d’acqua o la frammentazione degli habitat. Non è quindi una classifica dei prodotti “buoni” e “cattivi”. Offre però una lettura più precisa di un costo che il commercio tende a spostare lontano da chi consuma e aiuta a capire dove le politiche di conservazione possono incidere di più.
Riferimenti
Lauro S., Dalmazzone S., Vacchiano G., Bagliani M. M. (2026), “Eating nature: Revealing the ecological cost of food trade through a global biodiversity-risk footprint”, Ecological Economics, 250, 109142.
Fonte: comunicato stampa delle Università di Torino e di Milano.

