Articolo pubblicato originariamente su I Nuovi Fogli dell’Orso, n. 8, luglio 2026. I Fogli dell’Orso sono nati nel 2002 nell’ambito del progetto Life Ursus e hanno raccolto per dieci anni notizie, approfondimenti e analisi sullo stato di conservazione dell’orso sulle Alpi centrali. Dopo la chiusura nel 2012, con 30 numeri e 319 articoli pubblicati, nel 2024 sono tornati come I Nuovi Fogli dell’Orso, pubblicati online dal Parco Naturale Adamello Brenta per contribuire al dibattito sulla coesistenza con i grandi carnivori. L’articolo presenta il lavoro del progetto Bears & Humans, coordinato dal MUSE – Museo delle Scienze di Trento per ricostruire l’evoluzione del rapporto tra esseri umani e orsi nella preistoria del Trentino-Alto Adige. Lo studio riunisce reperti provenienti da una quarantina di siti archeologici e combina archeozoologia, analisi tafonomiche, genetica, isotopi e archeologia sperimentale.
“finalmente due cacciatori riescono a scorgere l’orso che stavano seguendo. È uscito dal bosco per affacciarsi su una radura. Sta brucando erba. La posizione è favorevole, la copertura anche. Uno di loro tende l’arco. La freccia lo colpisce sul fianco destro penetrando dritta verso i polmoni. L’orso scappa, ma non lo farà per molto”
A Riparo Cornafessa, nel comune di Ala, circa 12 mila anni dopo viene scoperta la costola di un giovane orso bruno con incastrati i frammenti della punta di freccia che probabilmente lo ha ucciso. Una traccia di 6 millimetri su un osso che racconta un’istantanea perduta nel Paleolitico.
“il lago è calmo, le palafitte si riflettono nell’acqua. Dalle passerelle in legno la comunità si raccoglie in silenzio. Non è un momento ordinario. Su una piattaforma due saggi sono già all’opera sul cranio e la mandibola dell’orso portato nel villaggio; i gesti sono precisi, i colpi controllati. La litania alza il suo volume, le ossa vengono mostrate. I canti si alzano e ora non sono più solo ossa, qualcosa si è trasformato. Il ciclo si ripete”

Tra i reperti emersi dagli scavi del villaggio palafitticolo che sorgeva sulle sponde del lago di Ledro circa 4 mila anni fa, a distanza di circa 90 anni dalla loro scoperta, decine di mandibole e crani forati raccontano pratiche cultuali e comportamenti simbolici verso l’orso bruno. Un interesse speciale per questo animale da parte di una piccola comunità a tradizione agro-pastorale.
Il rapporto tra esseri umani e orso bruno sulle Alpi rappresenta oggi un tema di grande rilevanza scientifica e mediatica. Le dinamiche di convivenza tra questa specie e le comunità umane sono infatti al centro del dibattito contemporaneo, soprattutto in relazione alla gestione e alla conservazione dei grandi carnivori.
Tuttavia, questa relazione non è recente. Al contrario, affonda le sue radici nella preistoria e si sviluppa lungo un arco temporale di migliaia e migliaia di anni. Capire quanto sia radicato questo rapporto, come si è sviluppato e come è cambiato in concomitanza alle mutazioni ambientali e al susseguirsi delle comunità umane preistoriche è, ed è stato negli ultimi anni, una delle linee di ricerca del gruppo di Preistoria dell’Ufficio Ricerca e collezioni del MUSE.
Come riportato nelle due scene iniziali, sicuramente l’immaginazione aiuta. Almeno ha aiutato gli archeologi a tradurre freddi dati scientifici ottenuti dallo studio di ossa animali provenienti da due importanti siti archeologici in scenari accurati e istantanee di vita. Il progetto di ricerca Bears & Humans Project – A new Tale of Bears and Humans in Trentino throughout Prehistory, cofinanziato dal MUSE e dalla Fondazione CA.RI.TRo, è nato infatti con l’obiettivo di ricostruire, in prospettiva diacronica, l’origine e l’evoluzione del rapporto tra umanità e orso bruno nel territorio del Trentino-Alto Adige lungo un arco temporale di circa 10 mila anni. Una lunga relazione che parla al presente, in quanto oggi l’orso è tornato al centro del dibattito e la sua presenza sulle Alpi divide, affascina, suscita speranze ma anche paure.
La storia evolutiva di esseri umani e orsi è caratterizzata da una lunga prossimità biogeografica e ha inevitabilmente prodotto influenze reciproche considerando, tra l’altro, che il rapporto tra Homo e Ursus è antico quanto la nostra stessa presenza in questi territori. Comprendere questi aspetti significa andare oltre l’attualità e riconoscere che questa relazione è il risultato di un lunghissimo percorso, fatto di adattamenti reciproci, coesistenza, condivisione di habitat e rifugi, cambiamenti ambientali e trasformazioni culturali.
Negli ultimi tre decenni la disciplina dell’archeozoologia ha compiuto notevoli progressi nello studio degli insiemi faunistici: nuovi metodi nell’analisi delle superfici ossee (cioè metodi di analisi tafonomica) hanno infatti permesso di riesaminare materiali provenienti da vecchi scavi e di identificare e ricostruire in maniera dettagliata episodi e dinamiche di interazione tra umanità e fauna.
Il territorio del Trentino-Alto Adige costituisce un’area particolarmente favorevole per comprendere la genesi e lo sviluppo del rapporto tra umanità e orsi. L’archivio preistorico di questa regione documenta infatti una presenza pressoché continua di resti di orso bruno dalla fine del Paleolitico fino all’età del Ferro. Il progetto di ricerca Bears & Humans, infatti, ha preso in considerazione reperti provenienti da circa 40 siti archeologici pluristratificati, documentanti quindi più fasi di occupazione nel corso del tempo, distribuiti tra le province di Trento e Bolzano. Una presenza di ossa di orso (e di individui stimati) che non è mai numericamente abbondante negli accampamenti delle comunità nomadi paleo-mesolitiche e nei primi villaggi dell’età dei metalli (salvo rari casi), ma risulta molto ricca e densa di informazioni agli occhi di un archeozoologo.
Questa “onnipresenza” lungo la preistoria della regione è un fattore di unicità rispetto ad altri panorami archeologici nazionali e internazionali, che permette di tracciare un racconto lungo oltre 10 mila anni di “storia”.

Agli albori del rapporto
Durante il Paleolitico, uomini e orsi frequentavano alternativamente gli stessi spazi, lasciando tracce distinte della loro presenza. Tuttavia, l’associazione tra resti di orso e manufatti archeologici non implica necessariamente un’interazione diretta tra le due specie. In alcuni casi le analisi hanno però evidenziato prove di interesse umano sia verso le specie speloidi estinte (Ursus spelaeus sensu lato, in quanto riconosciuto ormai come un complesso di diverse linee genetiche) sia verso l’orso bruno attuale (Ursus arctos). Tali evidenze consistono in tracce lasciate, spesso accidentalmente, dall’attività umana: segni di taglio e fratture prodotte da manufatti in pietra durante le attività di macellazione di carcasse, colorazioni brune o nerastre delle ossa derivanti dalla combustione delle ossa per la cottura delle carni. In rarissimi casi, alcune lesioni ossee causate dall’impatto di armi da caccia hanno fornito informazioni sulle tecniche venatorie e sull’equipaggiamento utilizzato dai cacciatori durante le varie fasi del Paleolitico, come documentato in alcuni siti quali Potočka Zijalka in Slovenia, Hohle Fels in Germania e la Grotte du Bichon in Svizzera.
Grazie a questo insieme di dati è oggi possibile far risalire le interazioni tra uomo e orso ad almeno un milione di anni fa nel celebre sito spagnolo della Gran Dolina, nella Sierra di Atapuerca, dove un giovane orso veniva macellato per il ricavo della carne; l’umanità presente in quell’area era della specie Homo antecessor e gli orsi erano Ursus dolinensis. In territorio italiano simili evidenze sono più recenti; nel sito paleontologico e archeologico di Isernia La Pineta in Molise, circa 500 mila anni fa uomini e donne della specie Homo heidelbergensis sfruttavano individui di Ursus deningeri per ricavarne pelliccia e midollo.
L’interesse per gli ursidi da parte del genere Homo si fa via via più frequente durante il Paleolitico medio a Biache-Saint-Vaast in Francia, Taubach in Germania e a Krapina in Croazia quando gruppi neandertaliani sfruttavano l’orso delle caverne (Ursus spelaeus sensu lato). Anche in Italia le prove di relazione neandertal-orso sono ben documentate: in territorio ligure, tracce di taglio per il ricavo di risorse dalle carcasse sono state individuate a Badalucco e presso la Grotta delle Fate mentre in territorio piemontese, alla Ciota Ciara sul Monfenera.
Al Nord-est, gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi neandertaliani ricavavano pelliccia, carne e midollo da carcasse sia di orsi delle caverne che dai coevi orsi bruni. Ciò è documentato a Grotta di Rio Secco, sull’altopiano di Pradis (PN), a Grotta di San Bernardino, sui Colli Berici (VI) e a Grotta di Fumane, sulle propaggini meridionali dei Monti Lessini (VR), in un orizzonte temporale che va dai 49 ai 44 mila anni dal presente.
Anche dopo la scomparsa dell’uomo di neandertal, avvenuta circa 40 mila anni fa, i sapiens hanno continuato a ricercare gli ultimi nuclei europei di orso delle caverne, già ridotti numericamente per motivi climatici e ambientali, come documentato sui Colli Berici (VI) al Covolo Fortificato di Trene e alla Grotta del Buso Doppio del Broion. Quelle di Trene sono tra le ultime testimonianze della presenza degli orsi delle caverne i quali si estingueranno intorno a 23 mila anni fa. Da questo momento la documentazione archeologica del versante meridionale delle Alpi si interrompe per alcune migliaia di anni, e con essa i dati scientifici sulle interazioni umanità-ursidi: le condizioni climatiche dell’Ultimo Massimo Glaciale (avvenuto all’incirca 24.000 anni fa) stressano le comunità vegetazionali e faunistiche verso sud e con esse anche i gruppi umani. Solo il graduale riscaldamento climatico del Tardoglaciale riporterà condizioni ambientali favorevoli per il ripopolamento umano delle zone di altura e del territorio alpino, tra le quali anche l’attuale Trentino.
L’approccio metodologico del progetto Bears & Humans
La multidisciplinarietà degli approcci, ormai alla base di ricerche scientifiche in ambito preistorico, ha permesso di arricchire il quadro interpretativo dello studio del piccolo (poco più di 700 ossa), ma denso di informazioni, insieme osseo regionale. Al di là delle metodologie archeozoologiche consolidate in ambito internazionale quali la quantificazione degli elementi scheletrici e loro indici di frequenza e il riconoscimento delle tracce – sulle superfici ossee – lasciate da agenti post deposizionali naturali capaci di raccontare la “storia tafonomica” e l’evoluzione del paesaggio nelle prossimità del sito, la pluralità delle expertise messa in campo ha posto attenzione su diverse questioni molto rilevanti:
- determinazione dell’età e del sesso degli individui (tramite la proteina amelogenina presente nello smalto dentale) allo scopo di definire possibili modalità di “scelte” o “gestioni” della risorsa orso nel passato;
- determinazione della stagione di morte tramite cementocronologia e use-wear analysis sui denti, utile a comprendere l’evoluzione delle dinamiche insediative dei gruppi umani in contesti cronologici così diversi;
- riconoscimento di traumi, lesioni e shock violenti (PIM, Projectile Impact Marks) derivanti dall’impatto delle armi da caccia sulle ossa, tracce che sono fondamentali per identificare le strategie di caccia utilizzate e, in base alla forma della traccia stessa (morfometria 3D), utili alla ricostruzione del tipo di arma utilizzato. Queste due indicazioni ci permettono di tracciare il cambiamento del comportamento venatorio umano nel corso del tempo;
- identificazione delle modalità di sfruttamento delle carcasse, attraverso lo studio delle tracce di taglio (cut marks) e di fratturazione sulle ossa, ponendo attenzione all’instaurarsi di eventuali “tradizioni” o di fenomeni di continuità e discontinuità nel corso del tempo;
- lettura di eventuali trattamenti delle vestigia ossee legati alla nascita di comportamenti simbolici e “culturali” nei confronti dell’orso, sia in contesti abitativi che in siti sepolcrali;
- pianificazione di rigidi protocolli di archeologia sperimentale utili all’interpretazione del dato insieme all’approfondimento di fonti etnografiche relative ai rituali e ai cerimonialismi associati all’orso.

Inoltre, attraverso approcci d’analisi in campo genetico (mtDNA e nDNA) e isotopico (attraverso campionamenti di piccole quantità di osso e smalto) è stato possibile raccogliere dati riguardo la storia genetica euroasiatica e la dieta (rapporto isotopico C/N, cioè carbonio/azoto) dell’orso bruno, delineando eventuali cambiamenti in corrispondenza all’evoluzione del paesaggio trentino nell’arco di circa 10 mila anni e confrontandoli con individui attuali deceduti qualche anno fa in territorio trentino. Infine, attraverso le analisi degli isotopi dell’ossigeno e dello stronzio si è provato a verificare eventuali variazioni nella mobilità della specie e di conseguenza a comprendere quali fossero le zone di “approvvigionamento” delle prede da parte dei cacciatori.
L’orso nel Paleolitico e Mesolitico del Trentino
L’azione distruttiva e l’erosione dei depositi archeologici causata dall’avanzamento e dall’arretramento delle masse glaciali durante l’Ultimo Massimo Glaciale non permettono (ad oggi) di poter individuare ed indagare in Trentino-Alto Adige accampamenti conservati sottoroccia più antichi di circa 14.000 anni fa. Di conseguenza, vengono a mancare dati sull’utilizzo del territorio e sull’interazione con la fauna, orsi compresi, da parte degli ultimi neandertaliani e dei primi sapiens d’Italia. È solamente in concomitanza con la progressiva deglaciazione del comparto alpino che si assiste nel Tardoglaciale (19-11,5 mila anni fa) alla graduale trasformazione del paesaggio, alla stabilizzazione dei versanti e alla lenta espansione delle specie arboree in senso altitudinale. A queste trasformazioni climatico-vegetazionali segue la rioccupazione degli spazi montani da parte delle comunità paleolitiche di cacciatori-raccoglitori. Questo processo vede inizialmente la frequentazione dei fondovalle e degli altipiani a media quota per poi proseguire, con qualche millennio di ritardo, anche sulle alte quote montane e nelle valli interne del comparto alpino. Il sistema insediativo che si viene a creare assume le caratteristiche di una rete logistica di accampamenti ad utilizzo stagionale caratterizzati da diverse vocazioni funzionali complementari tra loro.
Le strategie di sussistenza sono basate essenzialmente sullo sfruttamento di individui adulti di ungulati di media e grande taglia, le cui percentuali variano all’interno dei siti in base alla relativa disponibilità ecologica. Il cervo e lo stambecco sono registrati come le specie cacciate più abbondanti rinvenute nei siti paleo-mesolitici del Trentino. In questo quadro l’orso bruno svolge un ruolo secondario in termini di rilevanza economica ma risulta quasi sempre presente negli insiemi ossei in questa fase cronologica.
In territorio trentino due siti collocati sopra i 1.200 m di quota hanno restituito i dati più rilevanti rispetto alla tematica affrontata in questo contributo: Riparo Dalmeri (Altopiano della Marcesina, Grigno) e Riparo Cornafessa (Monti Lessini, Ala).
A Riparo Dalmeri, nel corposo insieme faunistico sopravvissuto si sono conservati alcuni elementi scheletrici di orso bruno che ci permettono di arricchire un complesso scenario di vita, pregno di elementi simbolici e artistici datato a circa 13 mila anni fa. A fronte di centinaia di migliaia di frammenti ossei di erbivori come stambecchi, cervi e alci, i pochi resti di orso rinvenuti appartengono sia ad individui adulti (7 individui) che a giovani (8 individui con meno di un anno).
La presenza di giovani risulta interessante alla luce della non corrispondenza del riparo alle caratteristiche morfologiche tipiche di una “grotta ad orso”, ad esempio una cavità adatta ad essere occupata durante il letargo invernale che potrebbe causare la morte accidentale degli individui giovani o fragili e portare dunque al rinvenimento di queste classi d’età nello spettro faunistico. Tra le ossa rappresentate, soprattutto denti ed elementi delle zampe, alcune hanno conservato segni di taglio riconducibili a gesti funzionali al ricavo della pelliccia e alla rimozione delle masse muscolari.
Oltre a ciò, i reperti di Riparo Dalmeri ci hanno lasciato anche un altro tipo di informazioni: alcuni tagli su una terza falange e delle incisioni sulla radice di un premolare descrivono l’utilizzo dell’artiglio e di un dente d’orso come oggetto di ornamento o di utilizzo simbolico.
Spostandoci verso ovest, sul confine tra i Monti Lessini trentini e veronesi nel comune di Ala, il sito di Riparo Cornafessa ha rivelato come questo riparo sottoroccia sia stato abitato circa 12 mila anni fa, in corrispondenza dell’ultima fase fredda che caratterizza il Paleolitico. Tra le migliaia di piccoli frammenti scheletrici ritrovati, decine di ossa di orso hanno conservato segni di taglio legati alla rimozione degli organi interni e delle masse carnee. Tra questi, un ritrovamento particolarmente importante è rappresentato da una costola appartenente a un giovane orso bruno che ha conservato un taglio molto profondo lungo circa 6 mm originatosi dalla perforazione del costato da parte di una freccia scagliata da un cacciatore. La scoperta rappresenta un unicum nel panorama scientifico nazionale perché permette di ricostruire un’istantanea del più antico episodio documentato di caccia all’orso con arco e frecce.
I dati di Riparo Dalmeri e Riparo Cornafessa si inseriscono in un panorama tardo-paleolitico con strategie di sussistenza basate essenzialmente sullo sfruttamento degli erbivori. Cacciare un orso non significava solamente ottenere una pelliccia pregiata con elevata capacità termica e grandi quantità di risorse: l’attrattività del target ursino doveva andare al di là del fabbisogno alimentare e utilitaristico, inducendo i gruppi umani a considerarlo come altamente desiderabile in termini di prestigio, rilevanza e distinzione sociale.
Con la transizione tra Pleistocene e Olocene (intorno a 11,5 mila anni fa) e l’ingresso nel Mesolitico, le trasformazioni del territorio offrono nuove inaspettate risorse ai gruppi di cacciatori raccoglitori che occupano sempre più frequentemente il fondovalle atesino per lo sfruttamento delle risorse presenti nelle aree umide ivi sviluppatesi. I dati archeozoologici evidenziano un ampliamento sensibile delle specie cacciate in un ecosistema composto da versanti sfruttati da diverse specie di ungulati e carnivori già presenti nel Paleolitico ma anche (e forse soprattutto) da aree lacustri e paludose popolate da pesci, molluschi, castori e lontre.
Nei depositi archeologici mesolitici di fondovalle (Romagnano Loc III, Riparo Pradestel, Riparo Gaban, Doss de La Forca) l’orso continua ad essere rappresentato e sporadicamente sfruttato per le sue risorse (pelliccia e carne) con rari elementi riconducibili a fenomeni di simbolismo, come nel caso di un I metacarpo, ritrovato a Romagnano Loc, caratterizzato da una serie di tacche incise sia parallelamente che trasversalmente all’asse principale dell’osso, parzialmente obliterate di ocra rossa. Un’evidenza che chiaramente va al di là di esigenze alimentari o utilitaristiche. Sembra quindi che i reperti di Riparo Dalmeri e Romagnano Loc III, tra Paleolitico e Mesolitico, marchino dei timidi segnali verso una visione dell’animale orso bruno che si arricchisce di connotazioni simboliche. Tuttavia riuscire a definire quando questo rapporto abbia assunto anche connotazioni culturali, a tratti artistici o religiosi, è una grande sfida per l’archeologia. Per trovare altre testimonianze archeologiche chiaramente riconducibili all’esistenza di una ben codificata ritualità o relazione simbolica occorre aspettare qualche migliaio di anni, fino al Neolitico e all’età dei Metalli.

L’orso nel Neolitico e nell’età dei metalli del Trentino
Con l’avvento delle comunità agro-pastorali del Neolitico e delle età dei metalli, il rapporto con l’ambiente cambia radicalmente, seppur non in maniera istantanea. L’antropizzazione del territorio e la gestione delle risorse animali introducono nuove dinamiche di interazione con i grandi carnivori e probabilmente mutano la concezione che si aveva di essi. L’umanità non vive più solo di caccia e raccolta ma trasforma il territorio, costruisce insediamenti, introduce animali domestici in luoghi in cui prima non vi erano mai stati.
In questo “nuovo mondo”, l’orso non è più soltanto una risorsa. Risulta plausibile pensare che diventi un vicino scomodo, dannoso per il bestiame, un concorrente per le risorse, ma non solo. In queste fasi, l’orso sembra assumere un ruolo più complesso, che può includere anche dimensioni simboliche e culturali più strutturate, sebbene i dati disponibili richiedano ancora approfondimenti.
Nell’addentrarsi in queste cronologie è necessario tenere presente come, a partire dal Neolitico, la sempre maggiore diffusione degli scambi commerciali tra comunità anche distanti tra loro abbia certamente aumentato in maniera esponenziale la circolazione di materie prime, usanze e culture. Alla luce di ciò, non si può escludere che la presenza di resti ossei di orso bruno nei siti archeologici, magari conservanti tracce di taglio, ossa trasformate in utensili o oggetti ornamentali possa essere frutto di importazioni da altre zone e altri contesti insediativi. Determinare quindi se il campione faunistico (in particolare per specie selvatiche) di un determinato sito archeologico sia frutto di caccia da parte di una comunità umana in una determinata zona diventa più complesso.
Durante la protostoria le ossa di orso iniziano a divenire poco rappresentate nei record archeologici ma tuttavia sempre presenti; gli elementi scheletrici ritrovati e le tracce sulle superfici ossee descrivono alcune fasi della catena di macellazione della carcassa suggerendo la permanenza di un interesse relativo all’utilizzo di vari prodotti e risorse (carne, pelliccia, tendini, ossa per la fabbricazione di strumenti).
Senza escludere, come detto, l’ipotesi dell’introduzione di pellame già processato nei siti, conservanti al loro interno le ossa delle zampe, l’azione di spellamento è documentata presso Dos de la Forca di Mezzocorona (Neolitico), Laces/Latsch (tardo Neolitico e età del Rame), Colombo di Mori (Bronzo antico), Pizzini di Castellano a Villa Lagarina (Bronzo antico), Riparo del Santuario a Lasino (Bronzo antico e medio), Sotćiastel a Badia (Bronzo medio e recente), Castelliere di Nössing a Varna (Bronzo antico e medio), Stufles – Hotel Dominik a Bressanone (Età del Ferro) e Laion – Wasserbühel (Età del Ferro).
La diffusione delle tradizioni pastorali dedite all’allevamento di ovicaprini, bovini e maiali fa assumere al consumo della carne d’orso un ruolo decisamente secondario nel bilancio nutritivo generale. Tuttavia cut marks localizzati in punti diagnostici di ossa lunghe e vertebre, funzionali all’estrazione dei potenti muscoli degli arti, del collo e della schiena sono stati riscontrati a Sotćiastel (Bronzo medio e recente), Appiano (Bronzo finale), Laion – Kofler Moos (Età del Ferro) e Stufles – Hotel Dominik (Età del Ferro).
Come detto, a partire dal Neolitico, a fronte della scarsità dei resti archeologici in grado di descrivere la scelta dell’orso come materia prima per il sostentamento, si avverte una tendenza alla trasformazione delle vestigia ossee ursine in utensili e ornamenti, come documentato dal fenomeno dei denti forati per la sospensione e utilizzati a scopo simbolico. Gli esempi più antichi (neolitici) di questa tradizione sono un incisivo inferiore proveniente da Riparo Gaban (Neolitico antico) nel comune di Trento e un canino superiore dalle palafitte di Fiavé (Neolitico tardo), fino a proseguire con altre manifestazioni di canini trasformati in pendagli durante l’età del Bronzo al Colombo di Mori, a Ledro e nel ricco corredo funebre della Vela Valbusa.
![Umanità e orsi in Trentino-Alto Adige: origine ed evoluzione di una relazione preistorica 6 Denti lavorati e denti forati. A. Riparo Dalmeri: terzo premolare superiore; B. Riparo Gaban: primo incisivo inferiore sinistro con foro per la sospensione; C. Fiavé: canino superiore destro con foro per la sospensione; D. Palafitte di Ledro: canino inferiore [didascalia troncata nell’originale].](https://i0.wp.com/pikaia.eu/wp-content/uploads/2026/07/denti-lavorati-e-denti-forati-a-riparo-dalmeri.jpeg?resize=1042%2C912&ssl=1)
Nell’età del Bronzo vanno a inserirsi le evidenze archeologiche che più di tutte permettono di riflettere sull’evoluzione del rapporto uomo-orso e che suscitano una serie di interrogativi. Dal villaggio palafitticolo di Ledro, che sorgeva tra le sponde dell’omonimo lago e le sponde del vecchio emissario Ponale, numerosi resti di orso hanno conservato sulle proprie superfici ossee evidenze di attività umana del tutto singolari. Le tracce di taglio, la loro posizione e la loro schematicità sulle stesse ossa di individui diversi descrivono gestualità e tradizioni standardizzate e ripetute, volte al ricavo di tutte le risorse disponibili dalle carcasse e alla trasformazione delle ossa in utensili.
Per una società palafitticola complessa, caratterizzata da un network di mobilità umana, una metallurgia evoluta, una rete di scambi commerciali che collegava il Nord Europa alla penisola italiana e un’economia basata su allevamento e agricoltura, risulta decisamente insolita un’attenzione così pronunciata verso un animale come l’orso bruno. Tra le ossa di orso ritrovate alle palafitte di Ledro, l’aspetto di unicità riguarda il trattamento degli elementi della testa dell’animale: quasi la totalità delle mandibole e la maggior parte dei crani presentano fori prodotti intenzionalmente utili a un qualche tipo di sospensione. Questa usanza si è protratta per più di 500 anni di vita del villaggio, come definito dalle datazioni al radiocarbonio effettuate su 5 di questi campioni.
Attualmente in corso di interpretazione con l’ausilio di confronti bibliografici etnografici e attraverso dati scientifici prodotti durante sessioni di archeologia sperimentale al MUSE, queste evidenze rappresentano un unicum nel panorama bibliografico internazionale e conferiscono all’orso bruno del Trentino un’importanza cultuale del tutto simile a quelle manifestate da alcune popolazioni siberiane, lapponi, inuit e giapponesi nelle quali sono sopravvissute cerimonie complesse che, in certi casi, prevedono la deposizione rituale delle vestigia dell’animale o la sospensione dei crani su strutture o alberi sacri.
Queste evidenze, insieme al rinvenimento di mandibole e crani d’orso in associazione a resti umani in contesti funerari coevi come ai Calferi di Stenico e a Volano San Rocco in Vallagarina, rinforzano di fatto l’ipotesi di un ruolo centrale rivestito dall’orso nell’immaginario simbolico delle comunità umane pre- e protostoriche del Trentino-Alto Adige.

Conclusione
Il quadro delineato attraverso i dati archeozoologici e archeologici del Trentino-Alto Adige restituisce un rapporto tra esseri umani e orso bruno molto articolato, dinamico e profondamente radicato nel tempo. Dalle prime forme di sfruttamento opportunistico documentate nel Paleolitico fino alle complesse espressioni cultuali e sociali delle età dei metalli, l’orso emerge come una presenza costante, capace di attraversare mutamenti ambientali, economici e culturali mantenendo un ruolo significativo all’interno delle comunità umane.
In questo contesto, il progetto Bears & Humans si inserisce come uno strumento fondamentale per rileggere in chiave integrata e diacronica una relazione millenaria, offrendo nuove prospettive interpretative grazie all’applicazione di metodologie innovative e a un approccio fortemente multidisciplinare. La possibilità di combinare dati archeozoologici, tafonomici, genetici e isotopici consente infatti non solo di ricostruire le modalità di caccia e sfruttamento dell’orso, ma anche di indagare aspetti più ampi legati alla mobilità, all’ecologia di questi animali e alle trasformazioni del paesaggio alpino nel lungo periodo.
Le ricadute di questa ricerca non si esauriscono tuttavia nell’ambito strettamente scientifico. Comprendere la profondità storica del rapporto uomo-orso contribuisce a contestualizzare il dibattito contemporaneo sulla presenza di questo grande carnivoro nelle Alpi. La consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e fauna selvatica, orso compreso, rappresenti una condizione storica di lunga durata, caratterizzata da adattamenti reciproci e da una pluralità di significati, può favorire una riflessione più informata e consapevole sulle strategie di gestione e conservazione attuali.
Nicola Nannini, Alex Fontana, Rossella Duches, MUSE – Museo delle Scienze di Trento
In apertura: Riparo Cornafessa. Disegno di Mauro Cutrona.
Bibliografia
Duches R., Nannini N., Fontana A., Boschin F., Crezzini J., Bernardini F., Tuniz C., Dalmeri G. 2019. Archaeological bone injuries by lithic backed projectiles: new evidence on bear hunting from the Late Epigravettian site of Cornafessa rock shelter (Italy). Archaeological and Anthropological Sciences 11, Issue 5, pp 2249-2270
Fiore I., Tagliacozzo A. 2008. Oltre lo stambecco: gli altri mammiferi della struttura abitativa dell’US 26c a Riparo Dalmeri (Trento). Preistoria Alpina 43, pp. 209-236.
Fontana A., Nannini N., Duches R. 2022. “Bear and Human project”: un nuovo racconto del rapporto tra orsi e uomini in Trentino durante la preistoria. Studi Trentini di Scienze Naturali 100, pp. 113-132.
Gamble C., Clark R. 1984. The faunal remains from Fiavè: pastoralism, nutrition and butchery, in Scavi archeologici nella zona palafitticola di Fiavè-Carera; parte 2: Campagne 1969-1976. Resti della cultura materiale, metallo-osso-litica-legno, a cura di R. Perini, pp. 423-445.
Hallowell A.I. 1926. Bear ceremonialism in the northern hemisphere, “American Anthropologist”, new series, 28, pp. 1-175.
Nannini N., Terlato G., Fontana A., Duches R., Peresani M., Romandini M. (in stampa). Bear-Human Interactions in the Middle and Upper Palaeolithic of Northeastern Italy. In Maraschi A & Montanari A. A. (Eds.), Bears Among Us: A Cultural and Genetic History of Our Coexistence, Trivent Publishing, Budapest, Hungary
Riedel A. 1976. La fauna del villaggio preistorico di Ledro. Archeo-zoologia e paleo-economia. Studi Trentini di Scienze Naturali, 53, pp. 1-120.
Toniato G., Russo G., Verheijen I., Serangeli J., Conard N.J., Leder D., Terberger T., Starkovich B.M., Münzel S.C. 2024. A diachronic study of human-bear interactions: An overview of ursid exploitation during the Paleolithic of Germany. Quaternary Science Reviews, 333.