Nel buio della Bàsura, con rami di pino accesi

ricostruzione

Uno studio sulla grotta della Bàsura ricostruisce come un gruppo di Sapiens si mosse al buio circa 14.400 anni fa, usando piccoli rami di pino come fonti di luce.

Circa 14.400 anni fa, un piccolo gruppo di Homo sapiens entrò nella grotta della Bàsura, a Toirano, in Liguria. Le impronte conservate nel fango raccontano una camminata nel buio: adulti e bambini avanzarono nella cavità, accompagnati da un canide di grande taglia. Perché lo fecero resta difficile da stabilire: forse per esplorare, forse per gioco, forse per motivi simbolici o rituali.

Per muoversi in una grotta profonda, però, serviva luce. Ed è qui che entrano in gioco i carboni rimasti nella cavità: frammenti di legno bruciato sul pavimento e tracce carboniose sulle pareti, sul soffitto e sulle concrezioni, alcune interpretate come il risultato dello sfregamento di legno bruciato contro la roccia. Un nuovo studio pubblicato su Quaternary International ha analizzato questi indizi per capire come quel gruppo riuscì a orientarsi nell’oscurità.

Il gruppo non usò grandi torce ricavate da rami di grosso calibro, ma probabilmente piccoli ramoscelli di pino, accesi singolarmente o raccolti in piccoli fasci: torce leggere, con fiamme deboli ma sufficienti per illuminare il terreno senza produrre troppo fumo e senza abbagliare chi camminava davanti.

Una grotta riletta con nuovi metodi

La grotta della Bàsura, nel complesso delle grotte di Toirano, è uno dei siti paleolitici più importanti dell’Italia settentrionale. La parte interna fu scoperta nel 1950, quando un gruppo di giovani del posto aprì un passaggio che fino ad allora aveva impedito di accedere alle sale più profonde. Fin dai primi studi, la grotta attirò l’attenzione per la presenza di impronte umane, segni lasciati con le dita, tracce di carbone sulle pareti e un grande deposito di ossa di orso delle caverne. Negli ultimi anni, il progetto Bàsura Revisited ha ripreso lo studio del sito con un approccio multidisciplinare, mettendo insieme archeologia, geologia, studio delle impronte, analisi dei sedimenti, dei pollini, dei carboni e dei resti animali.

Come spiega Elisabetta Starnini, professoressa di Preistoria e Protostoria all’Università di Pisa e tra le autrici dello studio, le nuove ricerche hanno cambiato in modo sostanziale le ipotesi precedenti. Il gruppo di camminatori non era formato da Neanderthal, come si pensava negli anni Sessanta, ma da Sapiens, tra cui anche bambini. Le analisi hanno poi permesso di precisare la cronologia della camminata e di riconoscere, accanto alle impronte umane, anche quelle di un cane di grande taglia: «un cagnolone di circa 39 kg», nelle parole della ricercatrice.

Il nuovo lavoro si inserisce in questa serie di studi e si concentra su una domanda concreta: come faceva quel gruppo a muoversi in una grotta buia?

Il problema della luce

Entrare in una cavità profonda non significa soltanto avere il coraggio di farlo. Nel buio completo bisogna vedere dove si mettono i piedi, superare restringimenti, evitare ostacoli, non perdere il contatto con gli altri e avere abbastanza autonomia per tornare indietro.

«Ci siamo posti il problema di come potevano entrare nell’oscurità di questa cavità abbastanza profonda», spiega Starnini. «Sicuramente avevano bisogno di illuminazione». Gli indizi erano ancora nella grotta: carboncini a terra e tracce di carbone sulle pareti.

I ricercatori hanno concentrato l’attenzione soprattutto sulla Sala dei Misteri, una delle parti più interne della grotta. Qui gli scavi hanno mostrato che gli strati sotto la superficie non contenevano tracce archeologiche legate alla frequentazione umana, ma solo resti di orso. I carboni collegati al passaggio dei Sapiens, invece, erano conservati in superficie.

L’analisi di quei carboni ha mostrato che provenivano soprattutto da rametti di piccolo diametro, inferiori a 2-3 centimetri, attribuibili a pini del tipo Pinus sylvestris/mugo. L’assenza di tracce di degradazione da funghi suggerisce che non si trattasse di legno morto raccolto casualmente a terra, ma di rami prelevati da piante vive e probabilmente lasciati asciugare prima dell’uso. Potevano essere queste le torce usate dal quintetto?

La prova sperimentale

Per capire se quei ramoscelli potessero davvero illuminare il percorso, nel 2024 i ricercatori hanno condotto una prova sperimentale. Per non contaminare la Bàsura, l’esperimento si è svolto nella vicina grotta di Santa Lucia Inferiore, simile per dimensioni, colore delle pareti e condizioni microclimatiche. Sono stati raccolti rami di pino silvestre sulle Alpi Marittime, poi fatti asciugare e preparati in tre modi: ramoscelli di circa 1 centimetro di diametro, ramoscelli di circa 2 centimetri e schegge ricavate da rami di 2 centimetri. Durante i test sono stati misurati la durata della fiamma, il consumo del legno, l’intensità luminosa e la possibilità di procedere in sicurezza.

Come racconta Starnini, l’obiettivo era verificare in modo pratico «quanto dura un ramoscello di 20-30 cm e quanta autonomia di luce potevano avere per andare e tornare».

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Nella figura si possono osservare: a) rametti di legno usati per i test sperimentali di illuminazione costituiti da singoli rametti di Pinus sylvestris; b) diagramma di tendenza della durata della combustione di tre diverse torce sperimentali in relazione al tempo (1 = ramoscello 1 cm di diametro; 2 = ramoscello 2 cm di diametro; 3 = scheggia radiale ottenuta da un ramo di 2 cm di diametro). Fotografie e disegni: D. Arobba.

I risultati indicano che rami lunghi 20-30 centimetri potevano funzionare come piccole fonti di luce portatili. Non producevano una fiamma intensa, ma in una grotta questo poteva essere un vantaggio: riducevano il rischio di abbagliare chi camminava davanti, producevano poco fumo e permettevano agli occhi di adattarsi gradualmente all’oscurità.

Secondo l’esperimento, per far procedere in sicurezza un gruppo di cinque persone bastavano due punti luce: uno tenuto dal secondo individuo della fila e uno dall’ultimo. In questo modo chi guidava il gruppo non veniva abbagliato, mentre gli altri potevano restare vicini e percepire meglio irregolarità e ostacoli del percorso. Dopo circa dieci minuti al buio, una sola piccola fiamma permetteva di vedere fino a circa dieci metri.

Le schegge ricavate dai rami si sono rivelate più funzionali dei ramoscelli a sezione rotonda, ma entrambe le soluzioni producevano poca fuliggine e non si spegnevano spontaneamente durante il movimento. I test hanno anche lasciato sulle pareti segni carboniosi e frammenti caduti al suolo molto simili a quelli documentati nella Sala dei Misteri.

Una soluzione semplice, ma organizzata

L’uso di piccoli rametti accesi può sembrare una soluzione elementare, ma richiedeva organizzazione. Bisognava scegliere il legno adatto, prepararlo, accenderlo, sostituirlo quando diventava troppo corto e gestire la luce durante il percorso.

Lo studio stima che il gruppo potesse percorrere l’intero tragitto di andata e ritorno, circa 800 metri, in circa due ore, usando all’incirca venti ramoscelli lunghi una trentina di centimetri. Ogni piccolo ramo forniva quindi una luce limitata nel tempo, ma sufficiente se usato nel modo giusto.

La scena che emerge non è quella di un ingresso improvvisato nella grotta. Un piccolo gruppo procede in fila, si muove vicino alla parete, usa due punti luce, mantiene il contatto e lascia dietro di sé impronte, segni carboniosi e frammenti di legno bruciato. Piccole fiamme trasformano così un ambiente buio e potenzialmente pericoloso in uno spazio percorribile.

Questa parte dello studio risponde al come: come quei Sapiens riuscirono a entrare nella grotta, muoversi al suo interno e tornare indietro. Resta invece da capire il significato complessivo della presenza umana nella Sala dei Misteri.

Perché il gruppo arrivò fino a quel punto? I segni sulle pareti furono solo il risultato del movimento e dell’uso della luce, oppure ebbero anche un valore intenzionale? Starnini conclude: «i significati di quelle tracce li studieremo e cercheremo di spiegarli nella prossima puntata».

Riferimenti

Daniele Arobba, Rosanna Caramiello, Elisabetta Starnini, Ivano Rellini, Marco Avanzini, Isabella Salvador, Paolo Citton, Marco Romano, Fabio Negrino, Marta Conventi, Marta Zunino, “Archaeobotanical investigations and experimental activity performed at Bàsura Cave (Toirano, NW Italy) reveal clues on Epigravettian cave lighting systems”, Quaternary International, 772, 2026, 110335. DOI: 10.1016/j.quaint.2026.110335.

Immagine in apertura: dal comunicato stampa