Il leone delle caverne che sopravvisse a una frattura scomposta

Reperto esposto nella mostra PALEOTAC. Come guardare attraverso i fossili credit Sistema Museale di Ateneo Universita di Bologna

La TAC di un omero fossile conservato a Bologna mostra che un giovane leone eurasiatico riuscì a guarire da una grave lesione dell’arto anteriore e visse fino a un’età avanzata. Il reperto risale al Pleistocene medio, circa 164 mila anni fa

L’omero è accorciato, deformato e attraversato dalle tracce di una lunga frattura a spirale. Le due parti dell’osso si erano sovrapposte, ruotate e saldate in posizione disallineata, modificando l’orientamento dell’intero arto. Il leone a cui apparteneva sopravvisse però abbastanza a lungo perché la frattura guarisse completamente e l’osso si rimodellasse durante la crescita.

Il fossile proviene dal giacimento di Kanegra, in Istria, ed è conservato nella Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” dell’Università di Bologna. Secondo uno studio pubblicato su Quaternary International, rappresenta il primo caso conosciuto di un giovane leone delle caverne sopravvissuto fino all’età adulta dopo la frattura completa di un arto anteriore.

«Quando ho visto quell’omero di leone e la frattura profonda, mi sono bloccata dall’emozione perché ho capito subito che si trattava di un reperto eccezionale. Abbiamo pochissimi resti di ossa di leone delle caverne con patologie evidenti, e gran parte delle ricerche precedenti si sono concentrate sul confronto tra i pochi esempi conosciuti, per la maggior parte provenienti da grotte in Germania. Segni di trauma sono ancora meno frequenti, e non sono certamente all’altezza del reperto da noi studiato» racconta Elena Ghezzo, ricercatrice al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova e prima autrice dello studio.

Uno dei più antichi casi conosciuti

L’omero non è stato datato direttamente. Le ricercatrici e i ricercatori hanno analizzato con il metodo uranio-torio le incrostazioni carbonatiche presenti su una mandibola di leone proveniente dallo stesso livello fossilifero. La datazione ha restituito un’età di 164 mila anni, con un margine di incertezza di 42 mila anni.

La mandibola e l’omero erano associati alla stessa matrice rossastra, ricca di argilla e concrezioni carbonatiche, caratteristica del secondo livello del deposito. Gli autori attribuiscono quindi entrambi i reperti alla stessa popolazione del tardo Pleistocene medio. L’omero costituisce così uno dei più antichi casi datati con sicurezza di grave patologia postcraniale nella linea evolutiva dei leoni delle caverne.

La classificazione richiede comunque una certa cautela. La forma e le dimensioni delle ossa fanno pensare a Panthera spelaea, il leone delle caverne propriamente detto. La popolazione di Kanegra visse però vicino alla fase di transizione tra questa specie e il più antico Panthera fossilis, mentre i resti disponibili non consentono di distinguerle con sicurezza. Nello studio gli autori parlano quindi più genericamente di leoni eurasiatici estinti.

La frattura vista dall’interno

L’omero è stato esaminato con una tomografia computerizzata, o TAC, presso il Centro di Anatomia dell’Università di Bologna. Le scansioni hanno rivelato una frattura prodotta probabilmente da una forte torsione dell’osso. Dopo il trauma, i due segmenti si erano saldati sovrapponendosi e ruotando l’uno rispetto all’altro. L’omero era così rimasto più corto e l’arto doveva apparire deviato lateralmente.

Attorno alla lesione si era formato un callo osseo denso e regolare, successivamente rimodellato. Mancavano invece le alterazioni caratteristiche di un’osteomielite cronica, permettendo di attribuire la deformazione a un trauma e di escludere un’infezione dell’osso. Il piccolo filo metallico visibile nelle scansioni appartiene a un vecchio intervento di restauro del reperto.

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Rendering della tac che evidenzia la densità dei diversi tessuti dell’osso.

La cresta deltoidea, sulla quale si inseriscono alcuni muscoli della spalla, si era ingrossata e spostata, adattandosi alla nuova geometria dell’arto. Il passaggio del nervo mediano e dell’arteria brachiale non era stato interessato dalla frattura: la zampa poteva quindi continuare a flettersi e ricevere un’adeguata irrorazione sanguigna.

Il leone doveva avere un’andatura alterata e una mobilità ridotta, soprattutto durante la guarigione. La riorganizzazione delle inserzioni muscolari gli avrebbe però consentito di recuperare un uso efficace dell’arto. Secondo gli autori, una volta completata la crescita l’animale aveva probabilmente riacquistato anche una forza sufficiente per cacciare.

Ferito da giovane, sopravvissuto fino alla vecchiaia

Il grado di rimodellamento dell’osso indica che il trauma avvenne prima della piena maturità scheletrica, probabilmente durante la tarda fase giovanile. A quell’età il tessuto osseo cresce rapidamente e può guarire più facilmente rispetto a quello di un adulto.

Le estremità dell’omero erano però completamente saldate e sull’articolazione erano comparse alterazioni artrosiche. Questi elementi indicano che il leone sopravvisse per molti anni dopo l’incidente, superò la fase di dipendenza dalla madre e raggiunse almeno la maturità sessuale. La grave lesione subita da giovane non gli impedì quindi di arrivare a un’età avanzata.

Resta impossibile ricostruire come abbia superato il periodo più critico. I leoni attuali formano gruppi sociali stabili, ma gli individui gravemente feriti in genere non vengono nutriti dagli altri membri del branco. Possono isolarsi, digiunare e attendere che la ferita guarisca.

Il giovane di Kanegra potrebbe aver avuto accesso al cibo grazie alla presenza del gruppo oppure aver vissuto in condizioni particolarmente favorevoli, con prede abbondanti e una competizione ridotta. La guarigione non dimostra quindi che i leoni delle caverne assistessero i compagni feriti: sia una vita solitaria sia l’appartenenza a un gruppo sono compatibili con le condizioni dell’osso.

Il reperto documenta con maggiore sicurezza la capacità di un singolo animale di resistere a un trauma molto grave, recuperare almeno in parte la funzionalità dell’arto e sopravvivere a lungo.

Una storia conservata in museo

Il giacimento di Kanegra fu scoperto casualmente nel 1930, in seguito a un’esplosione avvenuta in una cava. All’inizio della Seconda guerra mondiale la collezione di fossili venne trasferita all’Università di Bologna per sottrarla al rischio di distruzione.

Nel 1961 undici casse di reperti furono restituite alla Jugoslavia, ma quel materiale risulta oggi irreperibile ed è considerato probabilmente perduto. Anche il sito originario è scomparso a causa della prolungata attività estrattiva. I fossili rimasti a Bologna costituiscono quindi una testimonianza insostituibile del deposito.

L’omero ha conservato per decenni una storia che soltanto le moderne tecniche di analisi hanno permesso di ricostruire. Dopo essere stato presentato nella mostra PALEOTAC, conclusa il 17 maggio 2026, il reperto è rimasto esposto nelle sale della Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” di Bologna.

«Questo lavoro dimostra il valore scientifico che il patrimonio museale può ancora offrire alla ricerca contemporanea, soprattutto grazie alle moderne tecniche di analisi che oggi abbiamo a disposizione» ha spiegato Michela Contessi, curatrice della Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini”.

Riferimenti

Ghezzo E., Contessi M., Vara G., Lodolo E., Ratti S., Funston P. J., Shen C.-C., Huang C.-Y., De Waele J., Fanti F. (2026). An injured lion from Kanegra (Slovenia): CT evidence of survival after severe juvenile forelimb trauma in a MIS6 Eurasian lion. Quaternary International, 772, 110326.

In apertura: Reperto esposto nella mostra PALEOTAC. Come guardare attraverso i fossili (credit: Sistema Museale di Ateneo – Università di Bologna)