Le storie del clima che cambia nel bacino del Congo

Foto di Milena Beekman

Nella Riserva comunitaria del Lago Télé, le conoscenze ecologiche locali e i dati meteorologici raccontano come temperature in aumento e piene fuori stagione stiano modificando foreste, fauna e mezzi di sussistenza.

Fra gli alberi caduti in acqua, appoggiati sul letto del fiume e capaci di frammentarne il corso, una piroga avanza placida a colpi di remo.

«È come se il terreno stesse cambiando, come se se ne stesse andando. L’erosione trascina via la terra: in un campo una palma è caduta in acqua, ed è pericoloso».

Joachin solleva il remo e si avvicina a un tronco abbattuto. Gli argini si stanno disgregando.

«Secondo me il terreno si rompe perché rimane sotto l’acqua delle inondazioni; poi, con il caldo della stagione secca, si asciuga, si sfalda e l’erosione avanza».

La piroga prosegue quasi abbandonata al flusso del fiume. Qualche colpo di remo ne corregge la rotta. Lungo le sponde, gli alberi lasciano a tratti spazio a tronchi bruciati e aperture nel fogliame. Il caldo è insolitamente intenso. Una macchia nera, lontana, nello zoom della macchina fotografica di Milena Beekmann diventa un gorilla.

«Le foreste lungo il fiume sono scomparse davanti ai miei occhi. Nei periodi di siccità bruciano, bruciano e bruciano».

Gli alberi, però, non muoiono soltanto per il fuoco. Le inondazioni più estreme colpiscono anche le foreste vicine ai corsi d’acqua. Il remo affonda di nuovo.

«Raccoglievo la manioca con l’acqua fino al petto. Ho dovuto immergere la testa. Abbiamo sofferto molto. Ho dovuto raccogliere prima, perché normalmente le inondazioni arrivano a novembre ed è allora che raccogliamo. Ho perso i miei tre campi». Poi aggiunge: «Abbiamo visto dei pesci nella piantagione di cacao».

Beekmann guarda lo schermo della macchina fotografica. Joachin riprende a remare: «Prima, quando andavo a pescare, non vedevo molti nidi di gorilla. Questa volta ce n’erano tanti e avevo persino paura di andare a pescare. Forse hanno avuto molti piccoli, oppure sono fuggiti dall’acqua in cerca di cibo». Indica la foresta: nello zoom compare un altro gorilla.

Fuori dall’ombra degli alberi, il caldo brucia la pelle.

«Oggi fa troppo caldo, punge persino la pelle. Le foglie degli alberi si stanno diradando e anche i frutti diminuiscono. Persino quelli della palma (Raphia mbila) sono piccoli. Gli aranci sono scomparsi a causa del caldo».

Anche gli animali, prosegue Joachin, cercano riparo: «Quando il caldo è troppo forte, sono infastiditi. Se il sole arriva dove si trovano, si spostano altrove, dove è più fresco».

La piroga raggiunge la sponda. I due camminano nel fango verso il villaggio, circondato dalle palme e invaso dall’acqua. Joachin racconta che le famiglie devono cambiare il modo di coltivare.

«Devo preparare un campo più grande sulla terraferma, perché non si allaga. Prima i nostri genitori facevano i campi una sola volta, ma ora dobbiamo farlo due volte a causa della malattia (mosaico africano della manioca)».

Dove le piene hanno distrutto i raccolti, è cambiato anche il rapporto tra agricoltura e pesca: «La quota destinata alla vendita è cambiata. Bisogna comprare più manioca perché non ci sono più campi: le inondazioni hanno cambiato la nostra gestione».

L’acqua più alta può aprire nuove vie nella foresta e favorire alcune attività. «Il disturbo causato dalle inondazioni nella foresta ha dato un vantaggio. Poiché le piene sono aumentate, la pesca è favorita e i giovani hanno potuto entrare più spesso nella foresta per pescare».

È diventato più facile anche raggiungere le zone dove si raccolgono le foglie di rafia: «Quest’anno ci sono stato tre volte, prima una sola. L’acqua più alta mi ha permesso di entrare nella foresta con la piroga».

Ma nella sua voce non c’è entusiasmo. Alza appena le spalle: «Stiamo solo sopportando. Che cosa possiamo fare?».

La scena appena descritta è una ricostruzione narrativa: Joachin è un personaggio di fantasia nel quale confluiscono persone e situazioni diverse. Le parole tra virgolette, rese in italiano e in alcuni casi abbreviate, sono tratte dalle testimonianze anonime riportate in una ricerca coordinata da Carlo Rondinini, del Dipartimento di biologia e biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza Università di Roma. Nel 2023 la prima autrice dello studio, Milena Beekmann, ha lavorato nella Riserva comunitaria del Lago Télé, nel nord della Repubblica del Congo. I risultati sono stati pubblicati nel 2026 sulla rivista Ecology and Society.

La ricerca ha coinvolto quattro villaggi scelti per rappresentare ambienti e condizioni differenti: foreste paludose, foreste stagionalmente allagate e zone di terraferma, con diverso accesso ai mercati. Il gruppo ha condotto complessivamente 196 interviste e 11 discussioni di gruppo, accompagnando inoltre gli abitanti durante attività quotidiane come la coltivazione e la pesca.

Il punto di partenza sono le conoscenze ecologiche locali: il sapere costruito da chi vive nello stesso ambiente per molti anni, osservando stagioni, piene, piante e animali. Nel bacino del Congo queste informazioni sono particolarmente preziose, perché la scarsità di serie climatiche, idrologiche ed ecologiche rende difficile misurare i cambiamenti e distinguerne le cause. Una precedente revisione degli studi sul bacino del Congo, firmata anche da Beekmann e Rondinini, aveva già mostrato quanto siano frammentarie le conoscenze sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla biodiversità della regione.

Le interviste non sono state usate soltanto come raccolte di racconti. I ricercatori hanno trasformato le osservazioni degli abitanti sul clima in indicatori confrontabili, come l’aumento delle temperature, la diminuzione della nebbia o la diversa distribuzione stagionale delle piogge. Quando possibile, questi indicatori sono stati messi a confronto con le serie mensili di temperatura e precipitazioni registrate tra il 1990 e il 2023 dalla stazione meteorologica di Impfondo e fornite dall’Agenzia nazionale dell’aviazione civile del Congo.

Per nove indicatori climatici è emersa una concordanza completa o parziale fra le testimonianze e i dati strumentali; per cinque non è stata trovata una corrispondenza, mentre altri otto non potevano essere verificati con le informazioni disponibili. Il confronto non era invece possibile per le osservazioni sulle piene: la stazione meteorologica misura temperature e precipitazioni, ma nella riserva mancano serie continue sui livelli dell’acqua. In questo caso, le conoscenze degli abitanti costituiscono quindi una fonte di informazioni particolarmente importante.

I dati di Impfondo mostrano che tra il 1990 e il 2023 la temperatura media annua è aumentata di 1,29 °C, circa 0,39 °C per decennio, mentre la temperatura massima annua è cresciuta di 1,71 °C. Per le precipitazioni non emerge una tendenza significativa nella media annua, anche se è aumentata la variabilità tra un anno e l’altro. Durante la lunga stagione secca è stato inoltre rilevato un aumento delle piogge di circa 26 millimetri per decennio.

È proprio sul regime delle piene, non documentato da serie strumentali adeguate, che le testimonianze restituiscono alcuni dei cambiamenti più netti. Cinquantasei persone hanno descritto inondazioni di intensità e durata mai sperimentate prima, mentre ventisei hanno riferito che in alcuni anni l’acqua è arrivata già a marzo anziché a settembre. Nel 2023 i campi agricoli sono stati allagati in tutti e quattro i villaggi studiati, comprese aree di terraferma che in precedenza non erano state raggiunte. In alcuni villaggi le perdite dei raccolti sono state quasi totali.

Come spiega Beekmann, gli effetti più preoccupanti si manifestano su tre livelli strettamente intrecciati:

«Il primo è il regime delle inondazioni: un calendario completamente stravolto, con l’acqua che arriva mesi prima del previsto e raggiunge zone di terraferma che non si erano mai allagate, come le piantagioni di cacao. Il secondo livello riguarda la biodiversità: abbiamo osservato, per esempio, un aumento della mortalità degli alberi legato alle inondazioni prolungate, una riduzione della produzione di frutti selvatici da cui dipendono sia le comunità sia la fauna, tra cui il gorilla di pianura occidentale, e una disorganizzazione dei percorsi migratori dei pesci. Il terzo livello è umano: la sicurezza alimentare delle famiglie è direttamente minacciata, con perdite di raccolto quasi totali in alcuni villaggi e un aumento dei casi della malattia del mosaico africano della manioca».

Le osservazioni più numerose riguardano i pesci, seguiti da piante, mammiferi, bruchi commestibili e uccelli. Gli abitanti hanno descritto pesci che non raggiungono le foreste nel periodo abituale, individui morti che galleggiano durante la stagione secca, alberi incapaci di resistere alle piene prolungate e una minore produzione di frutti selvatici.

Le piene fuori stagione sembrano inoltre spingere diversi mammiferi verso le zone asciutte. L’aumento dei nidi di gorilla osservato vicino a un villaggio, quindi, non indica necessariamente una crescita della popolazione: potrebbe riflettere lo spostamento degli animali in cerca di terraferma e di cibo.

La diminuzione dei frutti, se fosse diffusa in tutta la riserva o nel bacino del Congo, avrebbe conseguenze sia per le persone sia per gli animali frugivori, tra cui il gorilla di pianura occidentale (Gorilla gorilla gorilla), classificato in pericolo critico di estinzione.

Lo studio ha registrato 33 strategie di adattamento, tutte nate all’interno delle famiglie e non da programmi istituzionali. Tra le più comuni ci sono lo spostamento del calendario agricolo, l’aumento delle superfici coltivate, l’acquisto di più attrezzature da pesca e una maggiore frequenza delle battute di caccia.

«Molte di queste strategie sono le stesse registrate in altri siti tropicali: spostare il calendario agricolo, espandere l’area coltivata, intensificare la pesca quando le inondazioni rendono alcune zone più accessibili», prosegue Beekmann. «Alcune sono state difficili da classificare in base al loro impatto sulla biodiversità. Per esempio, alcuni cacciatori ora cacciano per periodi più lunghi o si recano in nuove aree, ma spesso si tratta di uno spostamento spaziale, più che di un’effettiva espansione dello sforzo venatorio».

Alcune risposte possono ridurre le perdite nell’immediato, ma anche esercitare nuove pressioni sulla biodiversità. Espandere i campi può comportare il disboscamento di nuove aree, mentre pescare o cacciare più spesso può aumentare il prelievo di animali. Per molte strategie, tuttavia, l’effetto rimane incerto e dipende dal contesto. Lo stesso vale per la pesca: l’accesso a nuovi ambienti allagati non implica automaticamente catture maggiori.

Tra le poche risposte considerate potenzialmente positive per la biodiversità c’è l’immersione in acqua dei semi di safou (Dacryodes edulis) prima della semina.

«È un metodo per rendere gli alberi da frutto risultanti più resistenti alle inondazioni: una forma di gestione dell’agrobiodiversità a livello familiare», spiega Beekmann.

All’estremo opposto, in un solo villaggio alcune persone hanno preso in considerazione l’emigrazione permanente o la scelta di avere meno figli. «Quelle non erano tanto strategie di adattamento», osserva la ricercatrice, «quanto espressioni di comunità che sentivano di aver raggiunto il limite delle proprie capacità di adattamento».

I risultati non possono essere estesi automaticamente all’intero bacino del Congo. Lo studio riguarda quattro villaggi e gli stessi autori avvertono che l’eccezionale piena del 2023 potrebbe avere concentrato le risposte sulle inondazioni, lasciando in secondo piano altri cambiamenti. Le risposte riguardanti caccia e pesca potrebbero inoltre essere state condizionate dal fatto che queste attività sono sottoposte a restrizioni all’interno della riserva.

Il caso del Lago Télé mostra però quanto rapidamente le conoscenze ecologiche locali possano far emergere segnali che il monitoraggio tradizionale non riesce ancora a cogliere. La ricerca indica anche quali fenomeni occorre osservare con urgenza in altre pianure alluvionali del bacino del Congo: tempi e intensità delle piene, disponibilità dei frutti, spostamenti della fauna e trasformazioni delle attività agricole, di pesca e di caccia.

Integrare queste conoscenze con il monitoraggio degli ecosistemi forestali e con nuove misure meteorologiche, idrologiche ed ecologiche sarà essenziale per capire se gli stessi processi siano in corso anche altrove e per costruire strategie di adattamento che non aggravino la perdita di biodiversità.

Riferimenti

Beekmann, M., C. Rondinini, C.-L. Moungouya-Moukassa, A. Loumouamou, A. Lauta, A. Cuni-Sanchez, and S. Gallois. 2026. “We saw fish in the cocoa farm”: local observations of the impacts of climate change on biodiversity and livelihoods in the Lac Télé Community Reserve, Congo Basin. Ecology and Society 31(2):31. https://doi.org/10.5751/ES-16964-310231

Foto di Milena Beekmann, via comunicato stampa