Stambecchi e cacciatori nelle Alpi, 13.000 anni fa

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Presso il sito paleolitico di Riparo Dalmeri (TN) 13.000 anni fa le popolazioni di Homo sapiens cacciavano una popolazione di stambecco oggi estinta. Rispetto agli stambecchi attuali, questi individui probabilmente non riuscirono ad adattarsi alle nuove condizioni ambientali. La loro estinzione è probabilmente legata alla pressione esercitata dalla caccia dei gruppi umani e ai rapidi cambiamenti climatici e ambientali verificatisi tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene

Un recente articolo dal titolo Ecology and demographic structure of an extinct ibex population in late Upper Palaeolithic Italian Alps, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, affronta il tema dell’ecologia e della struttura demografica di un ramo genetico oggi estinto di stambecco nelle Alpi italiane alla fine del Paleolitico superiore.

Un gruppo di ricercatori e ricercatrici coordinati dall’Università di Bologna, dall’Università di Modena e Reggio Emilia e dal MUSE – Museo delle Scienze di Trento ha affrontato con un approccio multidisciplinare la ricostruzione della storia evolutiva e il rapporto con l’ambiente di una popolazione di stambecco alpino presente nel territorio montano del Trentino più di 13.000 anni fa.

Riparo Dalmeri: un sito specializzato nella caccia agli stambecchi

Il Riparo Dalmeri, posizionato nelle Alpi nord-orientali italiane, in Trentino, a 1.240 m sul livello del mare, venne frequentato a più riprese da gruppi umani di cacciatori-raccoglitori, particolarmente specializzati nella caccia allo stambecco. Le datazioni al radiocarbonio di campioni di carbone e ossa collocano le principali fasi di occupazione umana, a cavallo tra il Pleistocene e l’Olocene, in un intervallo compreso tra 13.400 e 11.500 anni fa, la cui articolazione cronologica è ancora in parte dibattuta.

L’intensa attività di caccia, diretta alla cattura e al consumo dello stambecco, è testimoniata dalla consistente presenza dei resti di questa specie negli insiemi faunistici individuati a Riparo Dalmeri: la loro percentuale si aggira tra l’80 e il 93% in tutte e tre le principali fasi di frequentazione umana del riparo. Nonostante la sua presenza sia considerevole anche in altri siti coevi dell’Italia settentrionale, sia di fondovalle sia di media montagna, Riparo Dalmeri resta un sito eccezionale, tanto da renderlo ideale per lo studio delle relazioni tra umani e stambecchi durante un periodo di transizione climatica.

Le datazioni al radiocarbonio hanno confermato una maggiore intensità delle attività umane durante le prime due fasi principali di occupazione del sito. La prima, datata tra 13.550 e 12.950 anni fa, corrisponde all’interstadio Bølling-Allerød e alla ricolonizzazione della montagna da parte dei cacciatori-raccoglitori del Tardo Epigravettiano.

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Il sito archeologico di Riparo Dalmeri, in Trentino. Foto © MUSE.

Lo stambecco alpino: un simbolo delle Alpi

Lo stambecco alpino, noto con il nome scientifico di Capra ibex, è da sempre un simbolo delle Alpi. Nonostante la sua presenza in questi luoghi sia molto antica – è infatti attestato fin dal Pleistocene superiore – le attività umane ne hanno spesso compromesso la sopravvivenza, così come avvenuto agli inizi del XIX secolo quando la caccia intensa lo portò quasi all’estinzione. In quel caso, la specie fu in grado di riprendersi grazie a una piccola popolazione sopravvissuta all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi non è più considerata una specie a rischio, ma i suoi habitat naturali continuano a essere minacciati dal riscaldamento globale.

Gli studi sul suo DNA non solo hanno evidenziato una storia demografica piuttosto complessa in Europa, caratterizzata da importanti eventi noti come colli di bottiglia dovuti sia ai cambiamenti ambientali sia all’eccessivo sfruttamento umano, ma hanno anche permesso di utilizzare queste popolazioni come indicatori per la ricostruzione degli ambienti del passato e dei cambiamenti che la specie stessa ha attraversato.

Uno studio multidisciplinare

Lo studio multidisciplinare, attraverso l’analisi sui denti di stambecco di Riparo Dalmeri, ha permesso di ottenere nuove datazioni dirette al radiocarbonio, che fanno luce sull’occupazione umana del sito. A queste si aggiungono le analisi degli isotopi dello stronzio, del carbonio e dell’ossigeno per ricostruire la dieta e la mobilità dello stambecco alpino e per risalire al clima che caratterizzava le Alpi nel passato. Infatti, i denti di stambecco rappresentano un ottimo indicatore paleoclimatico per la ricostruzione dell’ambiente in cui quella popolazione viveva e si spostava.

I dati sul DNA antico, uniti all’analisi proteomica dello smalto dentale, hanno permesso di determinare il sesso degli individui e di ricostruire la struttura genetica della popolazione di stambecchi di Riparo Dalmeri e le sue relazioni con altre popolazioni, antiche e moderne, della medesima specie. Bisogna, inoltre, ricordare che dopo la morte di un organismo il suo DNA non si conserva intatto nel corso del tempo, ma subisce “degradazione”, ovvero i legami tra i suoi componenti (i nucleotidi) si rompono. Di conseguenza, in una fase preliminare, è stato necessario analizzarne la degradazione per verificare che il DNA fosse realmente antico e non il risultato di contaminazioni moderne.

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Un dente di stambecco di Riparo Dalmeri durante il campionamento per le analisi. Foto © Università di Modena e Reggio Emilia.

Dallo studio del DNA alla ricostruzione della storia demografica

Lo studio delle relazioni filogenetiche mitocondriali ha dimostrato che lo stambecco alpino forma un clade monofiletico distinto, ovvero un raggruppamento di organismi che include tutti i discendenti di un unico antenato comune. Inoltre, si ritiene che la divergenza tra questa specie e Capra pyrenaica sia avvenuta intorno a 37.550 anni fa dal presente, posticipando quindi le stime precedenti di circa 10.000 anni.

La popolazione di stambecchi di Riparo Dalmeri forma un ramo distinto, interpretato come una possibile popolazione ancestralegeograficamente isolata ed estinta all’interno della filogenesi del DNA mitocondriale – il materiale genetico localizzato nei mitocondri ed ereditato direttamente dalla madre. Questa struttura potrebbe essersi consolidata durante l’Ultimo Massimo Glaciale (LGM), quando l’espansione dei ghiacciai raggiunse l’estensione massima, occupando ampie zone dell’Europa settentrionale e delle Alpi. Questo isolamento genetico appare anche dal confronto con campioni provenienti da siti coevi e geograficamente vicini, come Riparo Cogola.

L’analisi Bayesian Skyline Plot (BSP), un metodo statistico utilizzato per la ricostruzione dei cambiamenti della dimensione di una popolazione nel corso del tempo, ha permesso di osservare che – dato che i livelli di diversità aplotipica, cioè la varietà degli aplotipi presenti nella popolazione, e di diversità nucleotidica, cioè la frequenza delle differenze nelle sequenze di DNA tra individui della stessa specie, sono coerenti con quelli osservati negli altri campioni antichi – la popolazione di stambecco alpino sembra aver mantenuto una dimensione effettiva sostanzialmente stabile nel corso del Tardo Pleistocene, nonostante la presenza umana e l’intensa attività di caccia.

Infatti, con l’aumento delle temperature e i conseguenti cambiamenti degli habitat naturali nelle Alpi, la dimensione della popolazione non sembra diminuire dopo l’Ultimo Massimo Glaciale. Una forte riduzione della diversità genetica della specie si verificò molto più tardi, tra il XVI e il XVIII secolo, quando l’intensificarsi della pressione antropica, e in particolare della caccia, produsse un grave collo di bottiglia demografico. Lo stambecco alpino arrivò così vicino all’estinzione, sopravvivendo soltanto grazie a una piccola popolazione rifugio nell’area del Gran Paradiso. Questo episodio storico è distinto dalla precedente scomparsa del ramo genetico identificato a Riparo Dalmeri.

Per quanto riguarda l’ecologia di questa popolazione, si nota come fossero presenti all’interno del sito individui di entrambi i sessi e di differenti classi d’età. Dagli studi ecologici moderni è risaputo che gli stambecchi attuali si spostano all’interno del territorio in modo stagionale con migrazioni altitudinali su distanze piuttosto brevi, comprese tra 6 e 22 km. Una differenza interessante emerge tra maschi e femmine, che selezionano habitat differenti nel corso dell’anno; inoltre, i maschi sembrerebbero sfruttare areali più estesi. La variabilità ridotta emersa dal presente studio conferma l’ipotesi di movimenti stagionali molto limitati anche per la popolazione di Riparo Dalmeri.

Dallo smalto dentale alla dieta

L’analisi degli isotopi del carbonio e dell’ossigeno, prelevati da alcuni denti di stambecco di Riparo Dalmeri, ha restituito valori isotopici compatibili con una dieta basata sul consumo di piante a fotosintesi C3, coerentemente con i modelli vegetazionali caratterizzanti l’Europa occidentale.

Se da un lato non sono state osservate discrepanze importanti tra le differenti fasi di occupazione, dall’altro appaiono dissimilitudini nella dieta tra maschi e femmine. Va però ricordato che il marcato dimorfismo sessuale, la gravidanza e le cure parentali possono determinare una segregazione degli habitat, fenomeno per cui individui dei due sessi, pur appartenendo alla stessa specie, occupano habitat differenti all’interno della stessa area per ridurre la competizione, e diversi modelli di consumo vegetale nel corso dell’anno da parte di maschi e femmine.

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Stambecchi alpini. Illustrazione di Mauro Cutrona © MUSE.

Climi e ambienti del passato

La ricostruzione del paleoambiente attraverso l’analisi degli isotopi stabili del carbonio restituisce l’immagine di ambienti semiaperti, mentre il clima appare molto più variegato a livello stagionale, in particolare durante la terza principale fase di frequentazione umana, con temperature estive stimate intorno ai 30 °C e temperature invernali stimate intorno ai −5 °C. Questi dati sono in accordo con le moderne oscillazioni stagionali registrate presso la stazione meteorologica di Borgo Valsugana, posizionata a 400 m sul livello del mare e distante 25 km da Riparo Dalmeri.

Infatti, i valori di δ¹⁸O registrati nello smalto dentale sono maggiori nella terza fase di occupazione. Le stime suggeriscono quindi che, durante questa fase, le temperature raggiungessero circa 30 °C in estate e circa −5 °C in inverno.

Lo stesso isotopo dell’ossigeno ha, inoltre, permesso di ottenere informazioni anche sulle fonti idriche locali, dove i valori più bassi e più elevati corrispondono rispettivamente ai mesi invernali e ai mesi estivi. I valori di δ¹⁸O sono caratterizzati graficamente da un andamento sinusoidale, indicativo dei cambiamenti stagionali che avvenivano nel corso dell’anno. I risultati sono piuttosto coerenti tra loro, ad eccezione della terza fase di frequentazione, durante la quale l’analisi isotopica ha dimostrato che l’ambiente era soggetto a variazioni stagionali molto più marcate rispetto alle fasi precedenti, associate ai cambiamenti climatici in atto e al successivo passaggio dal Pleistocene all’Olocene.

Dal passato un modello per affrontare le sfide del presente

Se da un lato i risultati derivanti dalle analisi isotopiche hanno evidenziato un aumento della stagionalità ambientale durante la terza fase di occupazione del sito, dall’altro i dati genetici suggeriscono che le pressioni ambientali, unite alla caccia allo stambecco da parte dei gruppi umani, possano avere determinato cambiamenti nell’ecologia di questa popolazione.

Con il cambiamento del clima, anche lo stambecco modificò probabilmente i propri areali stagionali, influenzando di conseguenza la mobilità dei gruppi umani che basavano gran parte della propria sussistenza sulla sua caccia. Nel corso dell’Olocene lo stambecco rimase confinato nelle zone di alta montagna, probabilmente anche in conseguenza dei cambiamenti climatici: una condizione che presenta analogie con gli attuali spostamenti legati allo stress da calore. È quindi probabile che la popolazione di stambecchi di Riparo Dalmeri non sia sopravvissuta ai rapidi cambiamenti climatici e ambientali e all’aumento della pressione umana che caratterizzarono la fine del Pleistocene, non avendo tempo sufficiente per adattarsi alle nuove condizioni.

In conclusione, questi studi sono interessanti non solo per le preziose informazioni sul passato, ma anche per il contributo che offrono alla comprensione delle nuove sfide che saremo chiamati ad affrontare a causa del clima e degli ambienti naturali in profondo cambiamento.

Come dichiarato nel comunicato stampa dell’Università di Bologna dallo stesso Matteo Romandini, ricercatore dell’Università di Bologna e autore senior dello studio: «Il nostro lavoro dimostra come la combinazione di tecniche archeologiche e biomolecolari possa illuminare non solo il passato, ma anche le sfide di conservazione che oggi questa specie affronta di fronte al riscaldamento globale. Oltre a gettare nuova luce sulla coesistenza tra uomini e stambecchi nel Paleolitico, i nostri risultati possono offrire un modello utile per studiare l’impatto dei cambiamenti climatici e delle attività umane sulla biodiversità».

Riferimenti

Armaroli, E., Fontani, F., Iacovera, R., Cilli, E., Latorre, A., Luiselli, D., Silvestrini, S., Terlato, G., Dalmeri, G., Fontana, A., Nannini, N., Vonhof, H., Calcagnile, L., Quarta, G., Duches, R., Bortolini, E., Cipriani, A., Benazzi, S., Lugli, F. & Romandini, M. (2026). Ecology and demographic structure of an extinct ibex population in late Upper Palaeolithic Italian AlpsScientific Reports16, 9601.

In apertura: scena di vita a Riparo Dalmeri 13.000 anni fa. Illustrazione di Mauro Cutrona © MUSE.