Sulle Alpi il ghiaccio nascosto può proteggere la biodiversità dal riscaldamento
Quando il ghiaccio è isolato da uno spesso strato di rocce e detriti, può conservarsi più a lungo nonostante il riscaldamento globale. Sulle Alpi, alcune specie hanno colonizzato questi ambienti e riescono a vivere anche dove l’aria è relativamente più calda
Sulle Alpi esistono distese di rocce che nascondono il ghiaccio al loro interno. A prima vista possono sembrare semplici pietraie, ma tra i detriti mantengono condizioni più fredde e umide rispetto agli ambienti circostanti. Per alcune specie adattate alle basse temperature possono quindi rappresentare un rifugio dagli effetti del riscaldamento globale.
A mostrarlo è uno studio pubblicato su Ecography, realizzato da ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e del MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Analizzando la distribuzione di 209 specie vegetali e animali sulle Alpi italiane, gli autori hanno individuato nove specie che sembrano beneficiare della presenza del ghiaccio nascosto sotto le rocce.
Il ghiaccio sotto le pietre
Lo studio riguarda due ambienti diversi. I ghiacciai neri sono ghiacciai la cui superficie è coperta in gran parte da detriti caduti dalle pareti montuose. Sotto le pietre continua quindi a esserci una massa di ghiaccio simile a quella di un normale ghiacciaio.
I ghiacciai di pietra, o rock glaciers, sono invece grandi masse composte soprattutto da rocce, con ghiaccio negli spazi tra i detriti o raccolto in un nucleo interno. Il ghiaccio si deforma lentamente e trascina con sé il materiale roccioso: per questo l’intera massa si sposta verso valle, anche se soltanto di pochi centimetri o metri all’anno.
In entrambi i casi le rocce possono proteggere il ghiaccio dal calore esterno. Se la copertura di detriti è abbastanza spessa, funziona come uno strato isolante e rallenta la fusione. Il ghiaccio sottostante contribuisce a sua volta a raffreddare il terreno e gli spazi tra le pietre, creando piccoli ambienti più freddi di quelli che si trovano alla stessa quota nelle vicinanze.
Questo può fare la differenza per gli organismi d’alta montagna. Con l’aumento delle temperature, molte specie adattate al freddo si spostano progressivamente verso quote superiori. Ma più si sale, più diminuiscono lo spazio e gli ambienti disponibili, fino al punto in cui non rimane altra montagna da colonizzare.
Un rifugio climatico è un luogo in cui particolari condizioni locali permettono a una specie di resistere anche mentre il clima generale diventa meno favorevole. In questo caso, il rifugio può trovarsi tra i detriti che ricoprono o racchiudono il ghiaccio.
Piante, ragni e coleotteri in 471 punti
I ricercatori hanno riunito i dati raccolti tra il 2010 e il 2018 in 471 punti, distribuiti in 15 località delle Alpi italiane tra 1875 e 2475 metri di altitudine.
I punti di campionamento comprendevano ghiacciai neri e ghiacciai di pietra, ma anche ghiaioni, pendii stabili, nevai e terreni rimasti scoperti dopo il ritiro dei ghiacciai. In questo modo è stato possibile confrontare ambienti vicini e situati a quote simili, ma con caratteristiche fisiche differenti.
In ogni punto sono state censite le piante vascolari presenti in una superficie di 25 metri quadrati. Ragni e coleotteri carabidi, animali che vivono soprattutto sul terreno, sono stati raccolti con piccole trappole interrate. Piante, ragni e carabidi sono stati scelti perché rispondono alle condizioni locali e perché comprendono numerose specie d’alta quota sensibili ai cambiamenti climatici.
Per ciascuna specie, gli studiosi hanno verificato dove fosse presente e hanno confrontato questi dati con la temperatura media, la quantità di radiazione solare, le caratteristiche del suolo e il tipo di ambiente.
Lo scopo era capire se le specie legate al freddo diventano meno frequenti dove la temperatura è più elevata, stabilire se quando sotto le rocce è presente del ghiaccio qualcuna riusciva a vivere anche in luoghi che sarebbero altrimenti troppo caldi.
Un rifugio per nove specie
Tra le 209 specie incluse nell’analisi, 43 erano più frequenti nei punti freddi e diventavano più rare con l’aumentare della temperatura.
Per nove di esse, però, questo effetto era meno evidente sui ghiacciai neri e sui ghiacciai di pietra. In altre parole, in questi ambienti le specie riuscivano a essere presenti anche in località dove la temperatura media dell’aria sarebbe stata normalmente poco favorevole.
Il gruppo comprende sette piante e due coleotteri carabidi. Nessuna delle specie di ragni studiate mostrava lo stesso andamento. La presenza del ghiaccio non offre quindi un rifugio a tutti gli organismi adattati al freddo: alcune specie non riescono a vivere tra detriti instabili, suoli poco sviluppati e superfici continuamente modificate dal gelo.
Uno degli esempi più evidenti è il ranuncolo dei ghiacciai (Ranunculus glacialis), una pianta caratteristica delle fasce alpine più elevate. Sul ghiacciaio del Belvedere, nel massiccio del Monte Rosa, è stata trovata a 1895 metri, una quota insolitamente bassa per questa specie. Il ghiaccio nascosto sotto i detriti sembra ricreare localmente le condizioni fredde che il ranuncolo incontra normalmente più in alto.
Tra i coleotteri c’è invece Nebria germarii simonyi, un carabide incapace di volare che vive soltanto in una parte delle Alpi orientali. È scomparso da diverse zone delle Dolomiti prive di ghiacciai neri e ghiacciai di pietra, mentre è ancora presente in gruppi montuosi vicini dove questi ambienti esistono.
«I risultati mostrano che i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri non sono soltanto forme del paesaggio di interesse geomorfologico o glaciologico, ma sono importanti per la conservazione della biodiversità d’alta quota», spiega Barbara Valle, corresponding author dello studio.
Rifugi destinati a durare?
Il ghiaccio nascosto può rallentare gli effetti del riscaldamento su alcune specie, ma non rende questi ambienti immuni al cambiamento climatico.
Non sappiamo fino a quale aumento della temperatura i ghiacciai di pietra riusciranno a conservare la loro funzione di rifugio. Il riscaldamento può provocare la perdita del ghiaccio interno, rendere le superfici più instabili e accelerarne il movimento, modificando le condizioni che oggi permettono alle specie di sopravvivere. Anche i ghiacciai neri continuano a perdere massa, sebbene la copertura rocciosa possa rallentarne la fusione.
Si tratta quindi di rifugi locali e probabilmente temporanei. La loro presenza può però concedere ad alcune specie più tempo e diventare importante nella scelta delle aree da studiare e proteggere.
Riferimenti
Gobbi M., Valle B., Brambilla M., Tampucci D. e Caccianiga M. (2026), “Global threats, local opportunities: ice-related landforms provide refugia for high-elevation plants and arthropods”, Ecography.
In apertura: Saxifraga bryoides, Sforzellina (SO). Via comunicato stampa UNIMI

