Bioarcheologia: la prof.ssa Beatrice Demarchi svela i segreti delle biomolecole antiche

Rubrica di Pikaia

La prof.ssa Beatrice Demarchi è la protagonista della nuova intervista di “L’evoluzione non ha genere”. Abbiamo parlato di bioarcheologia e delle collezioni antropologiche accademiche.

La prof.ssa Beatrice Demarchi è professoressa ordinaria di Metodologie della Ricerca Archeologica all’Università di Torino dove dirige l’ArchaeoBiomics Lab. È specializzata in archeologia biomolecolare: il suo lavoro unisce cioè l’archeologia e la biologia molecolare per esplorare come le biomolecole antiche rivelino vite, ambienti e pratiche culturali del passato. L’ho intervistata online, nel mese di luglio, e ha risposto alle nostre domande per la rubrica “L’evoluzione non ha genere”, portandoci in un viaggio alla scoperta della bioarcheologia. In qualità di ricercatrice principale dell’ERC Consolidator Grant “AviArch: Avifauna in Archaeoecological Networks” e di altri progetti internazionali, si impegna a promuovere la collaborazione, a sviluppare metodi innovativi e a sostenere la prossima generazione di ricercatori. AviArch, nello specifico, si propone di ottenere informazioni sulle interazioni comunità umane-ambiente in epoche preistoriche caratterizzate da rapide ed intense fluttuazioni climatiche. La prof.ssa Demarchi scrive anche su Frida, il portale dell’Università di Torino dove ricercatrici e ricercatori raccontano in prima persona i loro progetti, come nascono e quali strade prendono, qual è la scintilla che li porta a passare le giornate in ufficio o in laboratorio a studiare, provare, cercare, avanzando passo dopo passo nell’ignoto.

Iniziamo l’intervista partendo dagli scrittori romani come Cicerone, Tito Livio, Plinio il Vecchio, i quali hanno riportato l’uso degli animali nei rituali. Tuttavia, le prove archeologiche raramente hanno consentito di associare i resti zooarcheologici raccolti a una specifica pratica culturale o a una singola divinità o evento. Il suo lavoro dal titolo Birds for Isis: The evidence from Pompeii contribuisce a comprendere il ruolo del sacrificio di uccelli nel culto di Iside a Pompei (I secolo d.C.). Come lavora un archeozoologo? Quali sono le principali evidenze archeozoologiche del lavoro?

Il lavoro archeozoologico, basato sull’osteologia e sulla morfologia, è stato svolto interamente dalla collega Chiara Corbino, che ha analizzato tutti i resti osteologici del contesto. E questo è il cuore del lavoro dell’archeozoologa/o: comprendere a fondo il contesto archeologico di provenienza, identificare, caratterizzare e quantificare i resti degli animali e interpretarne la presenza.

Nel caso di Birds for Isis avevamo la fortuna di partire da un contesto molto ben conservato, riferibile a un singolo episodio rituale avvenuto nell’area del tempio di Iside a Pompei, pochi anni dopo il terremoto del 62 d.C. Il lavoro archeozoologico è stato integrato con tutte le altre fonti disponibili: i reperti archeologici, le evidenze archeobotaniche, le fonti iconografiche e le fonti letterarie antiche.

Gli uccelli dominano nettamente il campione e il pollo è l’animale più rappresentato: sono stati identificati almeno otto individui, quasi tutti giovani. Erano presenti anche oca, piccione o colombella, tortora, oltre a pochi resti di maiale e di molluschi. Le parti anatomiche rappresentate e le tracce di combustione permettono anche di ricostruire alcuni aspetti della preparazione: gli animali erano stati macellati, porzionati e cucinati e le ossa erano ancora coperte di carne quando furono esposte al fuoco rituale.

Quando questi dati vengono messi in relazione con le altre fonti, il quadro diventa molto più preciso. Le fonti antiche, per esempio, raccontano che le oche venivano offerte a Iside e la dea stessa era conosciuta come “l’Uovo dell’Oca”. Nel tempio di Iside a Pompei esisteva inoltre un affresco che raffigurava una piccola oca bianca insieme a frutta e uova. Abbiamo, quindi, resti animali, immagini e testimonianze scritte che convergono sulla stessa pratica rituale.

Anche l’insieme dei recipienti ceramici associati alle offerte fornisce informazioni: ha permesso di ipotizzare la partecipazione al rito di tre persone, probabilmente sacerdoti. Una parte del cibo potrebbe essere stata consumata da loro e un’altra destinata alla dea.

C’era però una categoria di reperti archeozoologici molto più difficile da identificare: i frammenti di guscio d’uovo. Il guscio presenta caratteristiche microscopiche che possono fornire indicazioni tassonomiche, ma l’identificazione su base morfologica non è agevole, soprattutto quando si lavora su frammenti molto piccoli. Qui entra il mio contributo.

 

Ed è qui che si passa alla paleoproteomica?

Esattamente. Da più di dieci anni il nostro team sviluppa metodologie basate sull’analisi molecolare delle proteine antiche. Nel guscio d’uovo alcune proteine rimangono intrappolate nella struttura minerale e possono conservarsi per tempi lunghissimi. Sono tracce invisibili, ma direttamente legate alla biologia dell’organismo che le ha prodotte. Così come la forma caratteristica di un osso permette all’archeozoologo di riconoscere il taxon a cui apparteneva un animale, determinate sequenze proteiche possono contenere un’informazione tassonomica.

In questo caso abbiamo utilizzato la spettrometria di massa e siamo riusciti a identificare, nei frammenti di guscio, marcatori proteici che hanno permesso l’attribuzione a Gallus, quindi al pollo.

C’è poi un ulteriore livello di informazione. Le proteine del guscio erano conservate peggio di quanto normalmente osserviamo in questo materiale. Anche questo dato ha però un significato: è coerente con l’esposizione alle alte temperature durante il rito, a cui si è probabilmente aggiunto il calore prodotto dall’eruzione del 79 d.C. Nonostante questa storia termica, una parte dell’informazione biologica era ancora conservata e ha permesso l’identificazione tassonomica. Quindi, la molecola può dirci chi ha prodotto quel guscio, ma può conservare anche tracce di quello che è successo al reperto nel corso della sua storia. Ed è qui che si vede bene come, nell’archeologia contemporanea, il visibile e l’invisibile si mescolino sempre di più: la forma delle ossa, le tracce del fuoco, i recipienti ceramici, gli affreschi e le testimonianze degli autori antichi dialogano con molecole invisibili rimaste intrappolate nei materiali per quasi duemila anni. Sono evidenze complementari che, messe insieme, permettono di ricostruire in maniera molto concreta comportamenti e pratiche rituali del passato.

foto demarchi offuscata
Attività di birdwatching dell’ArchaeoBiomics Lab. Foto fornita dalla prof.ssa Beatrice Demarchi e scattata dal dott. Scott Haddow.

Anche in un altro lavoro a cui si è dedicata, le proteine conservate nelle ossa e nei gusci d’uovo di uccelli antichi sono state fondamentali per l’avanzamento delle conoscenze di bioarcheologia. Come utilizzare in maniera adeguata i frammenti proteici antichi per studi tassonomici e l’identificazione di relazioni evolutive? Tali risultati quali contributi forniscono per identificare le specie presenti nei siti archeologici e per ricostruire il rapporto tra esseri umani e uccelli nel passato, anche quando il DNA non si è conservato?

Anche qui torna il tema dell’integrazione tra visibile e invisibile: la morfologia del reperto ci dà un’informazione, le molecole ne aggiungono un’altra.

Le proteine antiche possono contenere peptidi diagnostici, cioè differenze nella sequenza degli amminoacidi che permettono di distinguere gruppi tassonomici diversi. A seconda della proteina, della conservazione e dei dati di riferimento disponibili, possiamo arrivare alla famiglia, al genere e in alcuni casi alla specie. Le stesse differenze possono essere utilizzate per studiare le relazioni evolutive, perché la sequenza di una proteina riflette la storia evolutiva dell’organismo. Questo è particolarmente utile quando il DNA non è conservato, perché alcune proteine possono sopravvivere molto più a lungo, soprattutto in tessuti mineralizzati come ossa, denti e gusci d’uovo.

 

Ci può fornire un esempio?

Un esempio è quello di Genyornis, un grande uccello australiano estinto. Per decenni si era discusso sull’attribuzione di alcuni frammenti di guscio d’uovo e sulla possibilità che fossero stati consumati dai primi Homo sapiens arrivati in Australia. L’analisi delle proteine del guscio ha permesso di attribuire quelle uova a Genyornis. I gusci mostrano tracce compatibili con la cottura e il consumo da parte degli esseri umani circa 50.000 anni fa, un dato importante nella discussione sul possibile contributo umano alla sua successiva estinzione.

La paleoproteomica è stata usata anche per identificare rinoceronti estinti e per affrontare alcuni grandi problemi dell’evoluzione umana. Proteine recuperate da resti molto antichi hanno permesso di collocare fossili nelle ricostruzioni evolutive anche oltre i limiti temporali del DNA antico. Gli studi su Paranthropus, ominino appartenente alle australopitecine, per esempio, mostrano bene il potenziale di questo approccio per affrontare questioni tassonomiche ed evolutive.

In alcuni casi è possibile ottenere anche un’informazione ulteriore: il sesso biologico dell’individuo. Le proteine dello smalto dentale, in particolare le amelogenine AMELX e AMELY, possono permettere di distinguere individui geneticamente femminili e maschili anche in assenza di DNA.

Quindi, da frammenti molto piccoli di osso, dente o guscio possiamo recuperare informazioni sull’identità tassonomica, sulle relazioni evolutive e talvolta sul sesso biologico. Applicate ai siti archeologici, queste informazioni ci aiutano poi a ricostruire quali animali erano presenti e quale tipo di rapporto gli esseri umani costruivano con loro.

 

Cambiamo argomento e cerchiamo di chiarire un concetto legato alla stanzialità della specie umana. In un video pubblicato su Lucy sui mondi lei racconta come l’umanità è diventata stanziale e ha iniziato a costruire case. La spiegazione classica attribuisce questa trasformazione all’agricoltura, eppure, la bioarcheologia e l’archeologia ci raccontano una storia più complessa, dove la stanzialità è comparsa ben prima dell’avvento dell’agricoltura. Può dirci i principali dati a sostegno di questo scenario?

La visione tradizionale è molto lineare: per gran parte della nostra storia siamo cacciatori-raccoglitori mobili; poi inventiamo l’agricoltura, abbiamo bisogno di rimanere vicino ai campi e quindi diventiamo sedentari e costruiamo villaggi. Oggi sappiamo che questa sequenza è troppo semplice.

Mobilità e sedentarietà sono due condizioni opposte, ma non sono mutualmente esclusive. Una comunità può avere una residenza relativamente stabile mentre alcuni suoi membri si spostano, anche su lunghe distanze, per cacciare, procurarsi materie prime o mantenere reti di scambio. L’archeologia preistorica mostra spesso questa combinazione: permanenze prolungate in territori più o meno circoscritti, gestione e stoccaggio delle risorse locali e, contemporaneamente, mobilità di individui e contatti a lunga distanza.

Il caso forse più noto è quello dei Natufiani nel Levante, tra circa 15.000 e 12.000 anni fa. Erano cacciatori-raccoglitori e non praticavano ancora un’economia agricola, eppure costruivano strutture con fondazioni in pietra, utilizzavano intensamente gli stessi luoghi e in alcuni siti abbiamo evidenze di occupazione durante tutto l’anno. Compaiono insediamenti più grandi, architetture durevoli, sepolture associate agli spazi abitati e strumenti per macinare e lavorare le risorse vegetali. Tutto questo precede l’agricoltura vera e propria.

Va anche ricordato che quando parliamo di case, il record archeologico ci restituisce soprattutto quelle costruite con materiali durevoli. Ma una casa può essere fatta anche di legno, fibre vegetali, pelli e altri materiali deperibili, che lasciano tracce molto più difficili da riconoscere. È quindi possibile che forme di abitazione stabile o semi-stabile siano state più antiche e più diffuse di quanto il record archeologico riesca a mostrarci. Il caso dei Natufiani è particolarmente evidente proprio perché le strutture in pietra si conservano bene, ma non dobbiamo confondere ciò che si conserva meglio con l’inizio del fenomeno.

 

È un fenomeno esclusivamente vicino-orientale?

Anche nel Mesolitico europeo troviamo cacciatori-raccoglitori con mobilità residenziale molto ridotta, insediamenti occupati a lungo e territori gestiti in maniera continuativa. In ambienti ricchi di risorse e relativamente prevedibili — coste, laghi, zone umide, grandi sistemi fluviali — caccia, pesca, raccolta e possibilità di conservare e immagazzinare il cibo possono sostenere una permanenza prolungata senza bisogno di praticare l’agricoltura. Per questo oggi è spesso più utile parlare di continuità residenziale che dividere le società in “mobili” e “sedentarie”. In alcuni casi ciò che rimane stabile è un intero territorio, con luoghi abitativi, aree di approvvigionamento e strutture mantenute nel tempo, mentre le persone continuano a muoversi al suo interno.

 

Qual è stato il ruolo del clima nel processo di stanzialità?

Il clima ha certamente un ruolo, perché modifica la distribuzione e la prevedibilità delle risorse, ma non funziona come un interruttore. Lo stadiale del Dryas recente (Younger Dryas), un periodo di tempo breve caratterizzato da un abbassamento globale della temperatura, circa 12.900–11.700 anni fa, porta nel Levante un ritorno a condizioni più fredde e modifica gli ecosistemi. Ma le architetture durevoli e forme di permanenza prolungata dei Natufiani erano già comparse prima di questo cambiamento climatico.

Il clima fondamentalmente crea opportunità e pressioni ambientali alle quali le comunità rispondono in modi diversi. La sedentarietà emerge dall’interazione fra ambiente, disponibilità e prevedibilità delle risorse, tecnologie, capacità di conservazione del cibo, organizzazione sociale e scelte culturali. Quindi, l’agricoltura arriva dentro una storia già in movimento.

1787155494332
Attività di scavo e campionamento: osso di uccello da Chania, Creta. Foto fornita dalla prof.ssa Beatrice Demarchi

Soffermiamoci adesso su un sito del Parco Nazionale del Pollino in Calabria. Nella Grotta di Pietra Sant’Angelo è stato trovato un individuo sepolto che vi ha sorpreso, anche solo per la difficile posizione da raggiungere. In che modo i risultati paleogenomici e il profilo bioarcheologico dell’individuo contribuiscono a una nuova comprensione delle pratiche funerarie delle popolazioni neolitiche dell’Italia meridionale, rispetto ai siti coevi?

La sepoltura di Grotta di Pietra Sant’Angelo è particolare per posizione, modalità di deposizione e contesto. L’individuo, un maschio di circa trent’anni, era stato deposto prono, con il volto verso terra, in posizione fortemente contratta, senza corredo e con pietre disposte sopra il corpo. Inoltre, il luogo è molto difficile da raggiungere e lontano dagli insediamenti noti.

Per studiarlo è stato un lavoro fortemente multidisciplinare, nel quale abbiamo, anche qui, integrato evidenze visibili e invisibili: il contesto archeologico e lo scheletro da una parte, le informazioni biomolecolari e anche il DNA antico dall’altra, focalizzandoci questa volta sull’umano.

Il profilo bioarcheologico mostra alcuni elementi particolari. Ci sono marcatori compatibili con attività fisiche ripetute e posture abituali e, soprattutto, un’usura molto marcata degli incisivi. Questa usura è compatibile con un uso non masticatorio dei denti, quindi con l’idea della bocca utilizzata anche come una sorta di “terza mano” nella lavorazione di materiali o fibre.

Geneticamente l’individuo rientra nella variabilità delle popolazioni neolitiche italiane e mediterranee e mostra affinità con gruppi neolitici del Peloponneso e dell’Anatolia. Quindi, non abbiamo evidenza che la particolarità della sepoltura dipendesse dal fatto che fosse geneticamente estraneo alla popolazione di riferimento. Questo non ci dice perché sia stato sepolto in quel modo, e il lavoro lascia aperta l’interpretazione. Mostra però che nel Neolitico dell’Italia meridionale le pratiche funerarie potevano essere più variabili di quanto emerga dai contesti più conosciuti.

Il punto, quindi, è che la sepoltura è particolare, mentre l’individuo non risulta geneticamente estraneo alla popolazione neolitica di riferimento. È l’integrazione tra dati archeologici, osteologici e paleogenomici che permette di dirlo.

 

Sempre in riferimento al lavoro Bioarchaeological and paleogenomic profiling of the unusual Neolithic burial from Grotta di Pietra Sant’Angelo, c’è anche un altro aspetto interessante: l’analisi del microbioma orale. Quali informazioni racchiude?

Il tartaro dentale è una matrice molto particolare, perché durante la sua formazione intrappola microrganismi, proteine e piccoli residui presenti nella bocca. Possiamo quindi analizzarlo utilizzando approcci molecolari diversi, che ci danno informazioni complementari.

Con il DNA antico, attraverso la metagenomica (Disciplina che studia il materiale genetico complessivo di comunità microbiche), possiamo ricostruire soprattutto la composizione tassonomica del microbioma orale: quali microrganismi erano presenti e in quali relazioni rispetto ad altri individui o popolazioni. In questo caso il microbioma dell’individuo di Pietra Sant’Angelo rientra abbastanza bene in quello osservato in altri individui neolitici.

 

E le proteine quale valore aggiunto forniscono?

Con le proteine possiamo aggiungere un altro livello, perché non osserviamo soltanto quali organismi erano presenti, ma anche proteine prodotte dall’individuo stesso. Nel tartaro di Pietra Sant’Angelo abbiamo identificato 27 proteine umane e ben 20 sono legate alla risposta immunitaria innata. Questo dato è coerente con quello che vediamo direttamente sullo scheletro: recessione dell’osso alveolare, esposizione delle radici e segni di malattia parodontale. Anche alcuni batteri identificati, come Treponema e Tannerella, sono associati alla patologia parodontale.

E, di nuovo, evidenze visibili e invisibili si completano: l’osso ci mostra gli effetti della patologia e le molecole conservano tracce della risposta biologica dell’organismo.

Il potenziale diventa ancora maggiore quando possiamo confrontare molti individui, perché possiamo iniziare a studiare differenze nella salute orale, nella dieta e nella risposta immunitaria tra popolazioni o attraverso il tempo.

C’è però un limite importante: questo patrimonio molecolare non si conserva sempre. Nel tartaro le molecole possono essere meno protette rispetto ad altre matrici mineralizzate e la conservazione dipende fortemente dalla storia termica e ambientale del reperto. Negli ambienti mediterranei e tropicali, soprattutto quando i resti sono stati esposti a temperature elevate o molto variabili, il segnale può degradarsi fino a scomparire. E con esso perdiamo un patrimonio invisibile di informazioni sulla biologia, sulla salute e sulla vita degli individui del passato.

 

Un altro suo interessante contributo è stato rivolto alle testimonianze biologiche umane antiche del museo di antropologia ed etnografia dell’università di Torino (MAET). Vi sono complesse intersezioni tra tutela, ricerca e nuove forme di fruibilità. Il trasferimento della collezione presso locali più facilmente accessibili quali conseguenze ha avuto sulle dinamiche di confronto, lo stimolo a porsi nuove domande, nonché stabilire relazioni (in)attese fra storia, antropologia e le scienze? In che modo i musei antropologici ed etnografici dialogano con le tecnologie digitali e ci raccontano cosa significa conservare?

È un tema molto complesso, sul quale colleghe e colleghi con competenze specifiche hanno lavorato molto più di me. Dal mio punto di vista, la narrazione di un reperto deve passare attraverso una conoscenza profonda del reperto stesso, anche attraverso la scienza, mantenendo sempre la consapevolezza dei limiti dei nostri metodi, delle nostre tecniche, delle interpretazioni che proponiamo e del framework teorico entro cui formuliamo le domande. Quel framework è storicamente situato: riflette il momento, la cultura scientifica, le categorie e le priorità con cui costruiamo le nostre domande. Anche i metodi che utilizziamo nascono dentro confini disciplinari precisi e rispondono a domande che spesso sono state formulate all’interno di quei confini. Per questo il lavoro interdisciplinare, per me, deve andare oltre il semplice accostamento di competenze. Significa appropriarsi delle domande degli altri e lasciare che gli altri si approprino delle nostre, dei nostri metodi, dei nostri modi di fare ricerca e delle nostre curiosità. Questo può produrre tensione, perché mette in discussione abitudini e confini disciplinari, ma può anche generare una sintesi produttiva.

Nel caso di collezioni come quelle del MAET, è fondamentale che i reperti siano conservati in maniera appropriata e che siano fruibili e accessibili a ricercatrici e ricercatori. È questa possibilità di interrogarli con competenze, domande e strumenti diversi che permette di far emergere informazioni che al momento della raccolta o della musealizzazione non erano nemmeno immaginabili.

Il MAET custodisce una mummia molto particolare: cosa può dirci della “ragazza con vestito plissettato”?

Come gruppo di ricerca lavoriamo in maniera continuativa con il MAET, e la cosiddetta “ragazza con il vestito plissettato” è un buon esempio. Si tratta di una giovane donna dell’Antico Regno che indossa una tunica plissettata in lino. Lo studio ha mostrato la conservazione di proteine antiche e la presenza, sulla pelle e sui bendaggi, di una resina vegetale attribuita alle Pinaceae, quindi derivata da una conifera. Questo ha aperto nuove domande sulle pratiche di trattamento del corpo e ha mostrato quanto patrimonio molecolare possa ancora essere conservato in reperti di questo tipo.

Da questa esperienza, insieme al Museo e all’Ente di tutela, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino, abbiamo sviluppato un progetto più ampio sui resti umani mummificati conservati al MAET, comprendente circa 80 teste mummificate.

Qui l’integrazione disciplinare è concreta: studio antropologico e biomolecolare, tecnologie digitali e imaging, in particolare la tomografia computerizzata, che permette di osservare l’interno dei reperti senza intervenire fisicamente su di essi. I risultati che stiamo ottenendo documentano pratiche di mummificazione molto antiche, tra cui casi precoci di estrazione del cervello per via transnasale e l’impiego di sostanze per il trattamento del corpo già in epoche molto antiche, anche predinastiche.

Per me, quindi, conservare significa creare un’infrastruttura di ricerca. E con infrastruttura non intendo soltanto quella fisica — spazi adeguati, condizioni ambientali controllate, sistemi di documentazione e accesso — ma anche quella intellettuale: competenze, catalogazione, dati, storia della collezione, possibilità di confronto fra discipline. È questa infrastruttura che permette di continuare a studiare un reperto, di formulare nuove domande nel tempo e di renderlo disponibile alla fruizione da parte di pubblici diversi.

 

Continuiamo a parlare di conservazione. In che modo lo studio di una rara mummia dell’Antico Regno trovata a Gebelein — che integra analisi radiocarboniche, tomografia computerizzata, analisi chimiche dei materiali e tecniche di restauro laser — può aiutarci a capire come gli antichi Egizi iniziavano a sviluppare le prime tecniche di mummificazione e le loro idee sulla conservazione dell’identità dopo la morte?

Questo studio si collega direttamente al discorso precedente sull’infrastruttura di ricerca. In questo caso il punto importante è anche molto concreto: gran parte delle competenze coinvolte lavorava fisicamente nello stesso ufficio o negli stessi spazi. Bioarcheologia, imaging, analisi dei materiali, conservazione e restauro non erano discipline chiamate a contribuire separatamente in momenti diversi. Le persone vedevano gli stessi reperti, discutevano gli stessi problemi e potevano formulare insieme nuove domande man mano che emergevano i dati.

La mummia di Gebelein appartiene all’Antico Regno, alla IV dinastia, quindi a una fase molto antica della storia della mummificazione egizia. La datazione al radiocarbonio ha permesso di collocarla cronologicamente con precisione, mentre la tomografia computerizzata ha permesso di osservare l’interno del corpo e le modalità di preparazione senza intervenire direttamente sul reperto.

Le analisi dei materiali hanno identificato diverse sostanze utilizzate nel trattamento del corpo, tra cui resina, terra e gesso. Già in questa fase vediamo quindi una sperimentazione articolata sui materiali e sulle modalità di trattamento del corpo. C’è poi un elemento molto particolare: i tratti del volto sono stati dipinti sulle bende. La pulitura laser ha permesso di recuperare e rendere leggibile questa rappresentazione senza danneggiare il tessuto sottostante. Per quanto sappiamo, si tratta della più antica mummia datata con sicurezza che presenti questo tipo di rappresentazione pittorica del volto. Questo dato è importante perché la conservazione del corpo si intreccia molto presto con la conservazione dell’identità della persona. La rappresentazione del volto sulle bende sembra inserirsi proprio in questa relazione tra trattamento materiale del corpo e riconoscibilità del defunto dopo la morte.

Questi risultati sono emersi perché le diverse competenze erano in contatto continuo, spesso nello stesso spazio fisico. Una domanda nata osservando l’immagine di una tomografia poteva diventare immediatamente una domanda per chi analizzava i residui organici, per chi studiava il corpo o per chi si occupava della conservazione del reperto.

Ed è qui che emerge anche una difficoltà molto concreta: queste infrastrutture multidisciplinari e transdisciplinari sono difficili da creare e ancora più difficili da mantenere nel tempo. Richiedono spazi, persone, competenze, strumentazione e finanziamenti, ma soprattutto continuità e tempo perché si costruisca un linguaggio comune. La prossimità conta: lavorare sugli stessi reperti, condividere quotidianamente problemi e domande, imparare a capire che cosa possono fare gli altri e lasciare che questo modifichi anche il proprio modo di fare ricerca. Costruire e mantenere queste infrastrutture è quindi una parte fondamentale del fare ricerca, perché è lì che possono nascere domande che nessuna delle singole discipline avrebbe formulato da sola.