Proteine di un rinocerontide risalente a oltre 21 milioni di anni riscrivono la storia evolutiva del gruppo

Copilot 20250801 133402

Una ricerca internazionale pubblicata su Nature che porta la firma di due ricercatrici dell’Università di Torino ha recuperato sequenze proteiche da un fossile di antico rinocerontide (genere Epiaceratherium), segnando una svolta nella ricostruzione dell’evoluzione delle specie estinte

Un importante studio internazionale appena pubblicato su Nature ha recuperato sequenze proteiche da un fossile di Epiaceratherium, un lontano parente dei rinoceronti moderni risalente a oltre 21 milioni di anni, spostando indietro nel tempo i limiti della paleoproteomica di ben dieci volte rispetto a quelli del DNA antico.

La ricerca, che segna una svolta nella ricostruzione dell’evoluzione delle specie estinte, vede coinvolte due ricercatrici dell’Università di Torino: Meaghan Mackie, dottoranda del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi di UniTo e dell’University College Dublin, e la sua supervisor, la Prof.ssa Beatrice Demarchi, docente ordinaria presso l’Ateneo torinese ed esperta di biomolecole antiche.

Lo studio, coordinato dal Globe Institute dell’Università di Copenaghen, ha ricostruito sequenze proteiche dallo smalto dentale di questo antico rinocerontide, vissuto nell’attuale Artico canadese (cratere di Haughton, Devon Island) durante il Miocene inferiore (21–24 milioni di anni fa). Grazie alla stabilità dello smalto e alle condizioni ambientali estreme del cratere — freddo costante e permafrost — le proteine sono risultate sorprendentemente ben conservate.

Epiaceratherium era un rinoceronte primitivo, privo di corno, di dimensioni più contenute rispetto ai rinoceronti moderni e adattato ad ambienti temperati-freddi. I fossili di questo gruppo, diffusi nel Nord America del Miocene, offrono una testimonianza delle prime fasi evolutive della famiglia Rhinocerotidae. All’interno di questa famiglia una delle principali divisioni è quella tra le sottofamiglie Rhinocerotinae (che comprende i rinoceronti moderni) e i giganteschi Elasmotherinae che si estinsero alla fine dell’era glaciale.

Epiaceratherium era ritenuto da alcuni un rappresentante della sottofamiglia Rhinocerotinae, quindi vicino agli attuali rinoceronti, ma le analisi hanno permesso di collocare l’animale al di fuori dei gruppi di rinoceronti moderni ed elasmoteri: la sua linea evolutiva si è separata prima della divergenza tra le due sottofamiglie. I dati suggeriscono inoltre che questa divergenza tra Elasmotheriinae e Rhinocerotinae sia avvenuta durante l’Oligocene (34–22 milioni di anni fa), più recentemente di quanto ipotizzato in precedenza.

Il contributo del team dell’Università di Torino è stato cruciale per la validazione dei dati e l’interpretazione dei processi di diagenesi proteica.

“Abbiamo calcolato – spiega la Prof.ssa Beatrice Demarchi – che la bassa temperatura ha reso l’età termica del campione equivalente a quella di un reperto dieci volte più giovane in un luogo con temperatura media di 10°C, il che significa che le proteine erano significativamente meno danneggiate rispetto a quelle che si trovano in luoghi della stessa età geologica ma con clima più caldo”.

“È stato sorprendente – commenta Meaghan Mackie -. Il primo campione che ho analizzato pensavo non contenesse nulla, perché troppo antico! Sono rimasta a fissare lo schermo del computer per un minuto”.

Questo risultato apre nuove prospettive per la ricerca evolutiva e la paleoproteomica perché permette di ricostruire la storia evolutiva di specie estinte da milioni di anni, ben oltre i limiti del DNA e, in prospettiva, potrebbe riaccendere le speranze per lo studio della biologia di specie dell’era Mesozoica. Indagini future su fossili della Formazione di Haughton e di altri contesti simili potrebbero far emergere ulteriori tracce di questa straordinaria conservazione biomolecolare.

“Si profila una nuova fase per la biologia evolutiva – aggiunge la Prof.ssa Demarchi – in cui le proteine antiche diventano preziosi testimoni della storia più remota della vita sulla Terra. Per l’Università di Torino, questo risultato conferma il ruolo di primo piano nell’ambito della paleobiologia molecolare internazionale”.

Fonte: comunicato stampa Università di Torino

Immagine: realizzata con IA