The Major Transitions Revisited

Come sempre per questo tipo di avvenimento, che si tiene almeno due volte l’anno presso il KLI, si e’ cercato di unire allo stesso tavolo di lavoro sia biologi che filosofi. In un’atmosfera rilassata, nella mansione dove Konrad Lorenz nacque, visse e lavoro’, e dove ha sede l’Istituto, per tre giorni i partecipanti al workshop hanno cercato, ognuno dal proprio

Come sempre per questo tipo di avvenimento, che si tiene almeno due volte l’anno presso il KLI, si e’ cercato di unire allo stesso tavolo di lavoro sia biologi che filosofi. In un’atmosfera rilassata, nella mansione dove Konrad Lorenz nacque, visse e lavoro’, e dove ha sede l’Istituto, per tre giorni i partecipanti al workshop hanno cercato, ognuno dal proprio particolare ambito di specializzazione, di  vivisezionare l’originale contributo di Maynard-Smith e Szathmary e di delineare gli scenari di una ricerca futura. Eors Szathmary era presente come testimone diretto, assieme ad emergenti filosofi della biologia quali Samir Okasha, e ad altri ormai solidi membri della stessa comunita’ come appunto Sterelny e Peter Godfrey-Smith. Oltre a Szathmary, gli scienziati presenti includevano tra gli altri i giovani Ben Kerr  e Carl Simpson, oltre i piu’ navigati Andrew Knoll e Rick Michod.

I temi affrontati nel workshop potrebbero essere divisi in questo modo. Primo, si e’ puntato il dito sui nuovi sviluppi teorici e sperimentali del lavoro sul tema della selezione multi-livello, e sui criteri necessari per identificare individui biologici. Secondo, si e’ posta particolare enfasi sui nuovi sviluppi in biologia, in particolare nell’ambito della plasticita’ fenotipica, dell’evo-devo, della modularita’ e sul loro possibile contributo alla analisi dei fenomeni biologici che hanno portato alle major transitions. Terzo, si e’ cercato di sviluppare un concetto teorico di evolvibilita’ che possa essere usato per identificare con rigore la “major transitions”, data la mancanza di consenso all’interno della comunita’ sulla definizione di transizione. Quarto, si e’ cercato di identificare i processi biologici ed i fattori causali ambientali che portarono all’emergere di nuove transizioni, con particolare enfasi sul ruolo giocato dalla selezione, dalla contingenza e dalle variabili ecologiche. Quinto, si e’ cercato di analizzare la connessione fra il concetto di evolvibilita’ e il concetto di teleologia.

La mancanza di un criterio rigoroso per definire e identificare le importanti transizioni biologiche ha evidenziato lo scettismo di alcuni partecipanti nei confronti della originaria classificazione di Maynard-Smith e Szathmary. Ad esempio, alcuni negavano lo status di “major transition” all’evoluzione culturale tramite linguaggio simbolico sulla base del fatto che essa non richiede l’emergere di un nuovo livello di individualita’. Szathmary ha fatto notare con acume e vigore che la transizione che ha portato all’emergere della molecola del DNA non comporta chiaramente l’emergere di un nuovo livello di individualita’, e che al tempo stesso non considerare la transizione non determinante sarebbe negare significato ad una vera a propria rivoluzione biologica. Il dibattito e’ stato ricco, intenso e proficuo, ed un volume di contributi uscira’ l’anno prossimo presso MIT Press.

Di particolare interesse filosofico e’ risultata una tematica connessa al quinto tema sopra descritto. Vi erano partecipanti che pensavano alle “major transitions” nei termini di un susseguirsi di eventi locali che portano all’emergere della transizioni per circostanze in gran parte fortuite e casuali (Szathmary e Knoll),  mentre altri partecipanti non riuscivano a non vedere nel susseguirsi della serie di eventi di origine biologica ed ecologica una sorta di inevitabilita’ dell’emergenza della transizione (Michod e Simpson). I primi ponevano enfasi sull’importante ruolo della contingenza, casualita’ e serendipita’ nei fenomeni che portarono alle transizioni, e sull’intrinseca impossibilita’ di prevedere la prossima transizione o di delineare anche a posteriori un trend ben specifico. Gli altri ritenevano che esista un pattern che unifica le maggiori transizioni (in particolare l’emergere di un nuovo livello di selezione e individualita’, conseguenza del trade-off fra un livello crescente di variabilita’ accompagnato ad un livello descrescente di fertilita’ degli organismi costituenti il nuovo emergente individuo), e che sia possibile prevedere in linea di principio la natura delle prossime transizioni. Questi ultimi partecipanti si avventurarono anche nel delineare scenari evolutivi fantascientifici, di una societa’ umana strutturata come la societa’ delle formiche, ovvero con bassi livelli di riproduzione (ossia alta percentuale di organismi costituenti la popolazione che non si riproducono)  ma alti livelli di aspettative di vita. E interpretano gli odierni processi di omologazione e globalizzazione linguistica e culturale, nonche’ i bassi tassi di natalita’ nelle societa’ occidentali (quantomeno rispetto al passato), come evidenza anedottica in favore della loro tesi.

La prospettiva di arrivare ad una struttura sociale simile a quella delle formiche non sembra esaltante. Ma chissa’ come la penseremo tra qualche millennio.


Davide Vecchi