La biogeografia marina scritta dagli tsunami

Lo tsunami che si è generato nel 2011 nel mar del Giappone ha trascinato da un capo all’altro dell’oceano Pacifico più di 300 specie costiere su zattere di materiali plastici. La loro lenta deriva ha permesso agli organismi di sopravvivere acclimatandosi gradualmente alle nuove condizioni ambientali

Che gli tsunami potessero contribuire alla dispersione delle specie marine era noto da tempo (Pikaia ne ha parlato qui), ma un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Science, mette in luce quanto esteso possa essere questo fenomeno. I risultati di questo lavoro mostrano che lo tsunami provocato dal terremoto del Giappone del Marzo 2011, ha trascinato intere comunità di specie costiere, dal mar del Giappone attraverso tutto l’oceano Pacifico fino alle coste delle Hawaii e del nord dell’America, su zattere improvvisate fatte di materiali plastici alla deriva. Dopo sei anni dall’evento, i biologi marini dello Smithsonian Environmental Research Center, Williams College e di altri istituti di ricerca americani, hanno identificato già 289 specie che, per più dei due terzi, non mai erano state osservate in precedenza sulle coste occidentali del Pacifico.

A favorire la sopravvivenza di questa enorme varietà di organismi durante il lungo viaggio transoceanico è stata proprio la disponibilità di tanti supporti galleggianti, costituiti dai rottami di plastica di tutte le dimensioni: da piccoli contenitori, agli scafi delle barche fino ad interi pezzi di moli e banchine, che sono stati trascinati in mare dalla forza distruttiva dell’onda. Tutti questi oggetti, galleggianti e non biodegradabili, hanno fornito dei perfetti supporti a molti organismi diversi per attaccarsi, sopravvivere in mare aperto e, sebbene alla deriva, ricreare le complesse biocenosi tipiche dei loro ambienti costieri di origine.

Gli organismi che sono stati ritrovati in numero maggiore sono stati molluschi bivalvi (come le cozze), ma anche molte specie di anellidi (Anellida), crostacei, fino a organismi come le meduse e gli anemoni di mare (Cnidaria). Si pensava che nessuna di queste specie costiere sarebbe mai potuta sopravvivere così a lungo ad un viaggio transoceanico di questo tipo, perché il mare aperto è un ambiente molto ostile per creature abituate alle condizioni più ospitali delle coste.

Tuttavia, sembra che la lenta velocità di navigazione dei detriti galleggianti, pari a uno o due nodi in confronto ai venti nodi tipici delle navi commerciali, abbia consentito alle specie alla deriva di acclimatarsi gradualmente alle nuove condizioni ambientali incontrate durante il viaggio. Inoltre, il lento ritmo di navigazione di queste “isole galleggianti” ha reso più facile per alcune specie compiere l’intero ciclo vitale e ha permesso alle larve di attaccarsi a loro volta ai detriti e continuare il viaggio transoceanico.

Questo fenomeno ha evidenziato la notevole influenza che gli tsunami possono avere sulla biogeografia (ovvero sulla distribuzione geografica) e sulle modalità di dispersione delle specie marine: questi eventi estremi possono favorire la rapida espansione delle aree di diffusione delle specie e alterare (in tempi relativamente brevi) la composizione di comunità distanti anche migliaia di chilometri. Infine, l’aumento delle infrastrutture costiere e dei detriti di plastica che infestano gli oceani poi, hanno incrementato le fonti di materiali potenzialmente disponibili per la colonizzazione biotica e questo, in combinazione con l’intensificarsi degli eventi estremi causati dal cambiamento climatico, potrebbe intensificare le invasioni delle specie aliene.


Riferimenti:
Carlton et al. Tsunami-driven rafting: Transoceanic species dispersal and implications for marine biogeography. Science 29 Sep 2017: Vol. 357, Issue 6358, pp. 1402-1406 10.1126/science.aao1498

Immagine: detriti plastici galleggianti dopo lo tsunami del 2011 di Alexander Tidd licenza di uso pubblico via Wikimedia Commons.