Andare a caccia di mostri è una scienza

criptozoologia okapi

La criptozoologia è considerata una pseudoscienza, ma alcuni dei suoi principi possono essere applicati alla conservazione della natura senza rinunciare al rigore scientifico


Tradotto e adattato da The Science of Monster Hunting, pubblicato dagli autori Lorenzo Rossi (Museo dell’Ecologia di Cesena) e Veronica Padovani (Università di Modena e Reggio Emilia) sugli Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena (2021)

Riassunto

La criptozoologia è una controversa disciplina, spesso annoverata tra le cosiddette pseudoscienze, dedita allo studio di specie animali la cui esistenza non è supportata da solide prove empiriche. Nonostante sia caratterizzata da una generale mancanza di metodo, prenderemo qui in esame alcuni suoi aspetti elaborati e utilizzati con successo nell’ambito delle scienze biologiche. In un’epoca caratterizzata da una sempre maggiore perdita di biodiversità, complessi rapporti sociali e conflitti tra uomo e fauna, in cui l’interdisciplinarietà è uno strumento ormai indispensabile per la conservazione, un approccio scientifico alla criptozoologia potrebbe essere incluso in questo processo arrecando benefici.

Introduzione

Da tempo la conservazione della biodiversità è considerata un’impresa che non può più essere affrontata dalle sole scienze biologiche. Oltre agli aspetti etici, politici e sociali più “tradizionali”, potrebbero avere un ruolo anche campi definibili come “non convenzionali” nella comprensione e nella risoluzione di queste problematiche.

Una delle visioni più ambiziose in epoca moderna è stato il tentativo dello zoologo franco-belga Bernard Heuvelmans (1916-2001) di istituire una branca della zoologia chiamata criptozoologia, da lui definita nel 1988 come:

“Lo studio scientifico degli animali nascosti, cioè di forme animali ancora sconosciute sulle quali esistono solo avvistamenti e prove circostanziali, o prove materiali considerate da alcuni insufficienti”

Anche se spesso dipinta dai critici come una pseudoscienza dedicata alla ricerca di mostri e ad altre creature zoologicamente improbabili, alcuni aspetti della criptozoologia e delle idee di Heuvelmans hanno “anticipato” concetti che poi sono stati scientificamente affrontati, elaborati ed approfonditi in modo indipendente da altri autori in epoca successiva. Uno dei concetti proposti da Heuvelmans sull’utilità e necessità della criptozoologia, per esempio, era quello di aiutare la conservazione di specie e popolazioni animali “accelerando” i processi alla base della loro scoperta e descrizione. Solo ciò che è scientificamente riconosciuto, infatti, può beneficiare di studi e attenzioni da parte degli scienziati, e quindi protezione.

Dagli ‘ignoti’ alle ‘specie Lazzaro’

Fra le categorie zoologiche che Heuvelmans indicò come oggetto di studio della criptozoologia vi erano i taxa considerati estinti e la cui possibile sopravvivenza era ignorata alla scienza.

All’epoca Heuvelmans era stato ispirato dalla scoperta, nel 1938, del celacanto dell’Oceano Indiano Occidentale (Latimeria chalumnae), un rappresentante attuale dell’ordine Coelacanthiformes, precedentemente considerato estinto da 65 milioni di anni. Nel 1972 era stato invece trovato il pecari chacoano (Catagonus wagneri). Fino a quel momento l’animale era conosciuto alla scienza solo come fossile, ed era ritenuto estinto da 20.000 anni. Era noto invece ai nativi del Gran Chaco, che lo chiamavano curé-buro

celacanto criptozoologia

Un celacanto tassidermizzato in mostra al Museo di Storia Naturale di Vienna

Nel tentativo di sintetizzare le idee di Heuvelmans, comparse senza soluzione di continuità nelle più disparate pubblicazioni e in diverse lingue, il coordinatore di ricerca dell’Università dell’Arizona Richard Greenwell (1942-2005) distinse, in una pubblicazione del 1985, varie categorie di animali rilevanti per criptozoologia, tra cui:

“Categoria IV: Taxa noti che si suppongono estinti in tempi storici, ma che potrebbero essere sopravvissuti molto più di quanto si credesse, o che potrebbero sopravvivere tuttora”

“Categoria V.: Rappresentanti di forme fossili credute estinte in tempi geologici, ma sopravvissute in tempi storici o addirittura nel presente”

Nello stesso periodo in ambito paleontologico fu coniato e successivamente approfondito il concetto di Lazarus effect, riferito alla ricomparsa di taxa dopo lunghi periodi di apparente scomparsa dal record fossile. Successivamente questo concetto è stato esteso, con la notazione di “un caso molto particolare Lazarus effect” alla scoperta in vita di taxa considerati estinti. Il caso più emblematico è quello del ratto delle rocce laotiano (Laonastes aenigmaeus), roditore appartenente alla famiglia Diatomyidae, (precedentemente considerata scomparsa da 11 milioni di anni) e scoperto in vita nei primi anni del XXI secolo nella regione di Khammouan (Laos).

laonastes criptozoologia

Un giovane di Laonastes aenigmamus (Jean-Pierre Hugot, CC BY 2.5, via Wikimedia Commons

Il termine “Lazarus effect” è oggi comunemente utilizzato in biologia per indicare la sopravvivenza di qualunque taxon considerato estinto (a prescindere dal lasso di tempo trascorso) e poi “ricomparso”. I casi in letteratura sono innumerevoli: una review del 2011 ne contava 351 nei precedenti 122 anni e dalla sua pubblicazione se ne possono elencare diversi altri.

L’importanza dello studio delle “specie Lazzaro” ai fini della conservazione fu affrontato dall’ornitologo Nigel Collar quando nel 1998 coniò il termine “errore di Romeo”, ispirato dalle vicende della famosa tragedia shakespeariana. Questo concetto indica che i biologi conservazionisti non devono incorrere nell’errore di presumere prematuramente estinta di una specie, facendo cessare in questo modo ogni tentativo di salvaguardarla. L’autore trasse ispirazione dal caso dell’isola di Cebu nelle Filippine, storicamente colpita dal problema della deforestazione e dalla quale le due specie e otto sottospecie endemiche di uccelli erano considerate quasi tutte completamente scomparse già dal 1907.

Alla fine degli anni ‘50 sembrava non esistesse più nessun lembo di foresta originaria e quindi dagli anni ‘60 Cebu fu per lungo tempo ignorata dai biologi, fino a quando nel 1992 il birdwatcher e ornitologo Robert Timmins si recò sull’isola riuscendo a localizzare un piccolo lembo di foresta oggi noto come “Tabunan”, nel quale individuò quattro dei dieci “taxa perduti”. Paradossalmente questo frammento di foresta sopravvissuta si trova in un’area che era stata dichiarata protetta già dal 1936 (Cebu National Park), ma che di fatto era rimasta un “parco di carta” che solo di recente, grazie alla scoperta di Timmins, sta venendo effettivamente protetto e valorizzato.

Questo non è un caso isolato: determinare l’estinzione di una specie può rivelarsi straordinariamente difficile, anche per quanto riguarda animali di grandi dimensioni che presumibilmente dovrebbero essere più semplici da individuare. Ad esempio, la tigre del Caspio (Panthera tigris virgata), fu dichiarata estinta all’inizio degli anni ‘70, ma probabilmente sopravvisse in Turchia sino agli anni ‘90, mentre il leone berbero (Panthera leo leo), considerato estinto dal 1958, era probabilmente ancora presente all’inizio degli anni ‘60 in Algeria e Marocco. In entrambi i casi, per via dell’averne presunto l’estinzione, non è stato possibile fare nulla per proteggere ciò che restava di quelle popolazioni.

Di norma quando una popolazione raggiunge numeri molto bassi divenendo in questo modo rara e difficile da osservare, le informazioni che giungono sulla loro possibile presenza possono essere difficili da giudicare e spesso sono ritenute non attendibili dagli zoologi. La tendenza ad avvistare animali che presumibilmente non esistono più è stata definita “effetto tilacino”, dalla nota specie di carnivoro marsupiale (Thylacinus cynocephalus) estintasi in epoca recente in Tasmania, ma di cui, sebbene sempre caratterizzati dall’assoluta mancanza di prove oggettive, non passa anno senza che vengano registrati presunti avvistamenti sia in Tasmania che in Australia continentale.

tilacini criptozoologia

1908, una coppia di tilacini allo Hobart Zoo. Benjamin, l’ultimo esemplare, è morto in cattività nel 1936.

I biologi australiani David Watson e Robert Davis, nel loro articolo del 2017 Hopeful monsters – In defense of quests to rediscover long-lost species, hanno però sottolineato come un atteggiamento troppo scettico da parte del mondo accademico faccia sì che spesso le notizie di spedizioni alla ricerca di specie considerate estinte vengano considerate con sufficienza, spesso danneggiando la reputazione di chi le conduce e conseguentemente rendendo molto difficile ottenere fondi per questo tipo di ricerche, spesso condotte solo da appassionati naturalisti nel loro tempo libero. Eppure è importante sottolineare che potenzialmente da queste ricerche potrebbero derivare benefici per la conservazione anche quando la specie oggetto dell’indagine non venisse trovata.

Ad esempio, la cosiddetta “protezione a ombrello” può coinvolgere interi ecosistemi associati a una “specie perduta”, come nel caso del picchio dal becco avorio (Campephilus principalis). Considerato potenzialmente estinto in tutto il suo areale, dal 2004 si ebbero diverse segnalazioni che sembravano indicarne la sopravvivenza, che nonostante non furono mai confermate permisero l’istituzione di un consorzio per la gestione delle foreste native della valle del Mississippi valley.

Maschio (sx) e femmina (dx) di Campephilus principalis ritratti da John James Audubon (circa 1830)

È interessante notare come il concetto di “categoria IV” ispirato da Heuvelmans combaci per molti aspetti con quello di “ignoti noti” (ispirato dalla famosa frase pronunciata nel 2002 da Donald Rumsfeld) che nell’articolo del 2016 Known Knowns and Unknowns in Biology di Hugh Loxdale, Belinda Davis e Robert Davis:

“Gli ignoti noti, quelle specie che sappiamo essere esistite e presumiamo essere ora estinte per varie ragioni, ma che per carenza di dati, incluse le scarse osservazioni e lo scarso campionamento, non possiamo dimostrare in un senso o nell’altro”.

Criptozoologia ed etnozoologia

Un aspetto affrontato da Heuvelmans nella sua elaborazione della criptozoologia è l’importanza del ruolo delle popolazioni native nell’indirizzare la scoperta o riscoperta di specie animali:

“La scienza degli animali nascosti.. a cui più in generale ci si riferisce come “ignoti”, anche se sono tipicamente conosciuti dalle popolazioni locali per lo meno abbastanza da far sì che se ne conosca indirettamente l’esistenza e certi aspetti del loro aspetto e comportamento” (Heuvelmans, 1982).

“Sono, per dirla in breve, conosciuti dai nativi o, se si vuole usare il gergo scientifico, etnognostici. Pertanto, prove più circostanziali possono essere estratte dal criptozoologo da fonti etnografiche” (Heuvelmans, 1988).

Sebbene Heuvelmans citi fonti etnografiche, non menziona mai l’etnozoologia, termine coniato nel 1899 dall’etnologo statunitense Otis Tufton Mason. Heuvelmans utilizzò per la prima volta il termine criptozoologia in una pubblicazione nel 1965, ma la sua prima apparizione in letteratura si deve al francese Lucien Blancou che dedicò nel 1959 uno dei suoi libri a Heuvelmans definendolo “il padre della criptozoologia”.

In realtà, Heuvelmans utilizzò questo termine prima di allora nelle sue numerose corrispondenze private, ma sembra lo stesso strano che non fosse a conoscenza del termine “etnozoologia”. È probabile che il suo non utilizzo fosse volontario, forse perché a differenza dell’etnobotanica, che si sviluppò con grande successo a partire dal 1895, l’etnozoologia non fu presa in particolare considerazione per diversi anni. Inoltre, Mason lo proponeva come una branca della zootecnologia dedicata ai soli aspetti utilitaristici delle specie animali per le popolazioni locali.

Successivamente gli statunitensi Junius Henderson e John Peabody Harrington la ridefinirono come “lo studio delle culture esistenti e delle loro relazioni con gli animali negli ambienti circostanti”. Questo permise ulteriori sviluppi della disciplina, che iniziò a concentrarsi anche sugli aspetti folkloristici, ma tra i diversi campi in cui si è evoluta l’etnozoologia il dibattito sull’esistenza di possibili nuove specie, sulla sopravvivenza di specie lazzaro, o su specie conosciute in areali non documentati da parte degli etnozoologi è ancora piuttosto infrequente se non con qualche rara eccezione.

Gli zoologi hanno dibattuto e tuttora dibattono sull’affidabilità scientifica delle conoscenze ecologiche tradizionali, ma nonostante queste possano condurre a nuove scoperte scientifiche (Johannes, 1981) restano generalmente riluttanti a indagare su queste tematiche. L’ostacolo maggiore sembra essere la necessità di utilizzare gli strumenti delle scienze sociali e la riluttanza dei ricercatori a collaborare con le popolazioni autoctone.

D’altro canto, anche in quelle rare occasioni in cui gli etnozoologi si sono avvicinati alle questioni criptozoologiche, sembravano in generale trascurare le scienze zoologiche, propendendo esclusivamente per gli aspetti sociali e folkloristici. Questa mancanza di permeabilità da entrambe le parti rende la criptozoologia una sorta di “ponte” che il biologo e sociologo della scienza Benoit Grison ha definito come “una forma particolare di etnozoologia”.

L’inaspettata utilità degli animali fantastici

L’aspetto che più ha impedito alla criptozoologia di essere accettata come branca della zoologia è stato sicuramente il fatto di avere guadagnato popolarità presso il pubblico grazie al fascino esercitato da animali la cui esistenza è, da un punto di vista biologico, improbabile.

Sebbene lo stesso Heuvelmans avesse indicato il problema sottolineando che gli animali studiati in criptozoologia devono avere una “certa plausibilità implicita” ed essere “coerenti con le più avanzate conoscenze scientifiche del nostro tempo”, è innegabile che la maggior parte della sua produzione fosse legata ad animali improbabili come presunti dinosauri africani, uomini di Neanderthal e tigri dai denti a sciabola sopravvissuti.

Non va inoltre dimenticato che la stessa concezione di criptozoologia gli fu ispirata durante le sue ricerche relativi ai favolosi “serpenti marini”, dei quali non esitò a descrivere “scientificamente” ben nove diverse specie.

Heuvelmans comprendeva l’importanza dei miti dietro all’identificazione di animali rivelatisi reali, ma fu criticato per la sua tendenza a ridurre ogni mito all’esistenza di un animale sconosciuto senza considerare altre spiegazioni. Ironia della sorte, proprio la semplificazione eccessiva è stata recentemente criticata anche in relazione all’approccio scettico nei confronti degli “animali magici” a causa della mancanza di conoscenza nelle discipline pertinenti.

Questa assenza di visione multidisciplinare impedisce di valutare l’impatto positivo che gli animali fantastici (o gli attributi fantastici di animali reali) possono avere sulla conservazione. Ad esempio, nel 2013 la costruzione di un’autostrada in Islanda fu impedita perché avrebbe attraversato l’habitat di una “specie apprezzata” (sebbene inesistente), ossia gli Huldufólk e nel 2005 il governo butanese ha speso fondi per $700,000 per migliorare la conservazione del Sakteng Wildlife Sanctuary, una riserva creata specificatamente per proteggere l’habitat del migoi (lo yeti locale).

Essendo poco discusse in ambito accademico, le tematiche criptozoologiche sono invece solitamente affrontate dai cosiddetti “scettici” o “debunker”, che spesso esasperano e abusano di concetti come il rasoio di Occam semplificando eccessivamente la spiegazione di un fenomeno, soprattutto quando mancano di conoscenze specifiche che (sbagliando) pensano possano essere sostituite con “atteggiamento critico”.

Nonostante la preferenza per la semplicità sia un retaggio della teologia del XVII secolo e nonostante la scarsità di prove empiriche a favore di un tale approccio nella scienza, l’eccessiva semplificazione è stata spesso utilizzata per fornire spiegazioni in contrasto ad ipotesi apparentemente non scientifiche, spesso senza alcuno sforzo per esaminare i fenomeni nella loro complessità.

Ciò è avvenuto ad esempio con l’impressionante mole di letteratura disponibile circa i serpenti di mare nel periodo che va dal 1800 al 1900. Prendendo in esame il famoso caso del serpente di mare di Gloucester, un grande animale marino apparentemente dotato di numerose gobbe osservato da centinaia di testimoni, lo scettico americano Joe Nickell, limitandosi a un dettaglio estrapolato da un singolo avvistamento, identificò l’animale misterioso con un narvalo (Monodon monoceros), mentre un’analisi approfondita dello studioso americano Robert France ha permesso di scoprire come molti di questi avvistamenti possono essere spiegati con animali marini rimasti intrappolate in reti, lenze e file di boe galleggianti, permettendo così di pre-datare il fenomeno dell’entanglement degli animali marini con detriti di origine umana a ben prima dell’avvento della plastica.

Conclusioni

Per lungo tempo “ghettizzati” dalla comunità scientifica, gli “animali incerti” hanno una rilevanza che solo di recente sembra essere stata riconosciuta da chi si occupa di conservazione.

Per una serie di problematiche mai risolte la criptozoologia resterà sempre una disciplina relegata tra l’indefinito confine che separa scienza e pseudoscienza, ma molti dei suoi concetti e metodi sono stati in realtà utilizzati in più occasioni dagli zoologi.

Con l’attuale tasso di estinzione, che comprende anche specie non ancora scoperte e descritte, la sfida per la conservazione ha l’assoluta necessità di un processo sempre più “aperto” e interdisciplinare che includa un approccio criptozoologico scientifico.

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Immagine in apertura: illustrazione di un Okapi (Okapia johnstoni) simbolo della dissolta International Society of Cryptozoology, Finn, Frank, Public domain, via Wikimedia Commons