Dalla Grecia le tracce dei più antichi manufatti in legno?

Ricostruzione artistica di una donna paleolitica di Marathousa 1 mentre realizza un bastone da scavo a partire dal tronco di un piccolo ontano, il tipo di legno utilizzato per il bastone da scavo di Marathousa, servendosi di un piccolo utensile in pietra. L’analisi delle tracce d’uso su strumenti litici di questo tipo rinvenuti a Marathousa 1 mostra evidenze di lavorazione del legno (illustrazione originale di G. Prieto, copyright K. Harvati)

Nuove evidenze dal sito greco di Marathousa 1 rivelano l’uso di strumenti portatili in legno già 430.000 anni fa, offrendo uno sguardo inedito sulla complessità tecnologica e comportamentale degli ominini del Pleistocene Medio.

Il Pleistocene Medio, la cui cronologia è compresa tra 774.000 e 129.000 anni fa dal presente, rappresenta un’epoca geologica molto complessa e affascinante, caratterizzata dalla presenza di numerose e differenti specie umane, da un’espansione del cervello senza precedenti e importanti innovazioni tecnologiche.

In altre occasioni qui su Pikaia abbiamo avuto modo di spiegarvi come la maggior parte delle informazioni tecnologiche riguardanti la preistoria sia giunta fino a noi grazie alla maggiore conservazione dei manufatti in pietra scheggiata. In virtù della nostra consapevolezza della complessità umana, che emerge sempre più grazie alle nuove tecnologie applicate all’archeologia, è però lecito pensare che i manufatti litici costituissero solo una parte dello strumentario utilizzato dagli ominidi per modificare la materia e piegarla ai loro bisogni in funzione dell’ambiente e delle prede cacciate.

A tal proposito, utilizzavano tutto ciò che la natura metteva loro a disposizione: non solo pietre ma anche arbusti e piante. Ed è proprio al Pleistocene Medio, infatti, che risalgono alcuni oggetti che dimostrano l’utilizzo del legno per realizzare veri e propri strumenti. Ricordiamo i siti di Clacton-on-Sea (Regno Unito, 400.000 anni fa), Kalambo Falls (Zambia, tra 390.000 e 324.000 anni fa), Schöningen (Germania, 300.000 anni fa), Gantangqing (Cina, 300.000 anni fa) e Poggetti Vecchi (Italia, 171.000 anni fa), dove sono stati recuperati manufatti in legno, tra cui lance, manici e bastoni da scavo. Finora, non possedevamo esempi di strumenti in legno più antichi di questi, sebbene recenti scavi presso Kalambo testimonino l’uso di grandi elementi in legno per scopi strutturali intorno a 476.000 anni fa.

Una recente ricerca pubblicata su PNAS amplia ulteriormente le nostre conoscenze. Ha analizzato reperti in legno recuperati nel sito di Marathousa 1 (in Grecia) tra il 2015 e il 2019. Di questi, due sono manufatti datati a 430.000 anni fa e che quindi rappresenterebbero la più antica testimonianza di strumenti in legno, mentre un terzo oggetto mostra una particolare alterazione superficiale forse legata all’attività di carnivori presenti nel sito.

Il sito all’aperto di Marathousa 1 (Grecia)

Il sito all’aperto di Marathousa 1, situato a quota 350 m sul livello del mare all’interno del bacino di Megalopolis, venne scoperto nel 2013 grazie alle attività di estrazione della lignite. L’area – caratterizzata anche da sedimenti di altra natura, quali argilla lacustre, limo e strati sabbiosi – è nota per i suoi giacimenti fossiliferi e una lunga sequenza stratigrafica che va da 900.000 a 150.000 anni fa.

Marathousa 1 è senza dubbio uno dei più antichi siti all’aperto dell’Europa sud-orientale ed è stato datato a 430.000 anni fa dal presente, ovvero in pieno MIS (Stadio Isotopico Marino) 12 – una delle glaciazioni più severe del Pleistocene. Subito dopo la sua scoperta, ebbero inizio gli scavi archeologici portati avanti fino al 2019 e focalizzati su due aree principali, denominate A e B. Entrambi questi settori hanno restituito depositi del Pleistocene Medio caratterizzati dalla presenza di resti di micro e macrofauna – come insetti, ostracodi, molluschi, pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi – in alcuni casi con tracce di modificazione umana. Sono altresì presenti industrie litiche del Paleolitico inferiore (si contano oltre 2.000 manufatti di piccole dimensioni), manufatti in osso, e resti di micro e macroflora.

In base ai resti faunistici e paleobotanici è stato possibile ricostruire l’ambiente lacustre circostante. Infatti, oltre alla presenza di mammiferi terrestri e semiacquatici, molluschi d’acqua dolce, tartarughe e uccelli, sono emerse anche piante acquatiche e ripariali. Ulteriori dati basati sul multiproxy – ovvero, una metodologia che sfrutta più tipi indipendenti di indicatori per ricostruire condizioni climatiche e ambientali del passato – testimoniano la presenza di un corpo d’acqua dolce permanente, temperature medie annuali relativamente fredde (da 5 a 6,8°C) associate a una stagionalità moderata, e la presenza di una vegetazione boschiva aperta. Tutte queste caratteristiche evidenziano il ruolo del bacino di Megalopolis come microrifugio glaciale.

L’eccezionale stato di conservazione dei materiali di natura organica suggerisce che il sito sia stato seppellito rapidamente e che sia rimasto in contesti umidi nelle fasi successive.

Un’analisi complicata dall’assenza di confronti

Gran parte del lavoro successivo ad uno scavo archeologico riguarda l’analisi dei materiali recuperati, grazie soprattutto alla possibilità di poter effettuare dei confronti. Purtroppo, i manufatti paleolitici in legno sono molto rari per via della loro natura estremamente deperibile. Quindi, come comportarsi di fronte a materiali archeologici talmente tanto rari da avere a disposizione esigue collezioni di confronto?

Solo negli ultimi anni sono stati sviluppati nuovi metodi e approcci sistematici per guidarne l’identificazione e l’interpretazione. Nel caso di Marathousa 1 le indagini macro e micromorfologiche, condotte presso il Laboratorio M.H. Wiener per le Scienze Archeologiche dell’American School of Classical Studies di Atene, allo scopo di individuare segni di alterazione antropica nei resti lignei, si sono basate su molteplici tecniche e tecnologie per sopperire la scarsità dei dati a nostra disposizione. Oltre alle analisi al microscopio e alle scansioni tramite tomografia computerizzata – che hanno permesso di approfondire le caratteristiche esterne ed interne dei reperti – è stata condotta un’analisi funzionale degli strumenti in legno basata su studi sperimentali e il controllo incrociato per il riconoscimento della natura dei segni presenti sulle superfici. I potenziali parallelismi funzionali, dove evidenziabili, si basano su parallelismi morfologici valutati in base alla presenza o meno, su un determinato strumento, di un’area concentrata di micro o macro-tracce compatibili con un potenziale utilizzo. Infine, la creazione di modelli 3D ha permesso di esaminare i reperti da più angolazioni, fornendo un importante ulteriore supporto alle analisi delle superfici.

I manufatti in legno di Marathousa 1

Dei 144 reperti in legno recuperati solo due presentano tracce collegate ad attività di natura antropica, ed entrambi provengono dall’area A. Un terzo reperto analizzato, seppure non essendo stato modificato dall’uomo, è stata sottoposto a un ulteriore vaglio per via di evidenze legate alla probabile presenza di un grande carnivoro all’interno del sito. Gli altri campioni mostravano caratteristiche ibride, ma mancavano di chiari segni diagnostici di lavorazione probabilmente a causa del naturale deterioramento del materiale organico.

Il primo manufatto in legno, recuperato nel 2015 e costituito da 4 frammenti riassemblati, è stato ricavato da un piccolo tronco lavorato di ontano. Complessivamente, il reperto è lungo 81 cm, con un diametro massimo di 4,5 cm. Le superfici sono in gran parte prive della corteccia, ad eccezione di alcune aree di 3 cm massimo. Alcuni frammenti sono di dimensioni molto ridotte e particolarmente degradati, forse a causa dell’erosione dei sedimenti o degli agenti atmosferici: entrambe condizioni che potrebbero aver obliterato ulteriori tracce diagnostiche. Tra le evidenti prove di lavorazione sono presenti segni di intaglio associati a segni di arresto ( A, E e F nella figura seguente) e segni di taglio (B, D e E), il cui orientamento indica che la direzione di lavorazione era sempre verso la base dell’albero.

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Panoramica del primo manufatto in legno descritto e immagini al microscopio sui segni di lavorazione: taglio, intaglio e arresto (Fonte: Milks, A., Ntinou, M., Koutalis, Michailidis, D., Konidaris, G.E., Giusti, D., Thompson, N., Tsartsidou, G., Panagopoulou, E., Tourloukis, V., Karkanas, P. & Harvati, K. (2026). Evidence for the earliest hominin use of wooden handheld tools found at Marathousa 1 (Greece). Proceedings of the National Academy of Sciences, 123(6), e2515479123, p.4).

Non sono visibili anelli di crescita lungo la superficie e ciò suggerisce che la modellazione sia stata solo marginale, principalmente allo scopo di rimuovere rami e nodi sporgenti. Inoltre, un’estremità di questo manufatto è stata interpretata come la parte funzionale, dato che sono presenti microdanni concentrati e indicativi di un’usura da utilizzo. I diversi frammenti che compongono questo primo strumento presentano dimensioni differenti e diversi gradi di usura, probabilmente legati alle diverse condizioni tafonomiche a cui sono stati sottoposti. A complicare ulteriormente la situazione vi è il peso del sedimento (spesso 30 m) soprastante che ha portato a un principio di schiacciamento ostacolando l’interpretazione dei risultati della scansione tomografica computerizzata. Inoltre, non mancano segni legati ad attività antropica moderna causate dalle operazioni di scavo e post-scavo. Grazie ai confronti con altri bastoni multifunzionali del Pleistocene recuperati in associazione stratigrafica con megafauna macellata, questo strumento è stato interpretato come un bastone da scavo per morfologia e dimensioni.

Il secondo manufatto in legno, recuperato nel 2018, è stato trovato a una certa distanza dalla concentrazione principale di resti di elefanti. Si tratta di un piccolo pezzo di salice o pioppo che misura 5,7 cm di lunghezza e 1,2 cm di diametro. L’oggetto è stato pesantemente modellato con una rimozione totale della corteccia. Oltre ai segni di arresto legati alla sua lavorazione, sono evidenti striature parallele che corrono obliquamente rispetto alla venatura del legno, probabilmente legate alle attività di rimozione della corteccia. L’estremità dell’oggetto opposta alla sezione modellata presenta segni di arrotondamento e ammaccature. Sebbene possano essere una conseguenza dei processi intercorsi tra l’abbandono dell’oggetto e il suo seppellimento, la mancanza di arrotondamento sull’estremità modellata, così come alcune piccole scheggiature sul lato opposto indicano che questi segni sono legati alla manipolazione umana. La funzione di questo strumento è incerta, ma potrebbe essere stato utilizzato come un ritoccatore.

Il terzo oggetto in legno è un segmento di un grande tronco di ontano lungo 35 cm e largo 23 cm. Fortemente compromesso dal peso dei sedimenti soprastanti, non mostra segni di modifiche di natura antropica ma sono presenti sulla superficie tre striature subparallele che corrono in maniera obliqua rispetto alla crescita del tronco. Tali tracce hanno una lunghezza compresa tra 15,3 cm e 20 cm. I segni, molto superficiali, sono più larghi che profondi e presentano una sezione trasversale a forma di U o di V aperta. Le dimensioni e la morfologia di queste tre striature subparallele non sono paragonabili ai segni di calpestio o alle tracce di alimentazioni degli insetti xilofagi, i quali lasciano segni multidirezionali seppur poco profondi e a forma di U. Sulla base dei confronti, le tracce sulla superficie di quest’ultimo oggetto sono state interpretate come il risultato del contatto con gli artigli di un grande carnivoro.

Non solo oggetti in legno, ma anche manufatti in pietra e osso, resti faunistici e… un’ultima cena

L’area A del sito di Marathousa 1 è molto interessante non solo perché da qui proviene la maggior parte dei reperti in legno, compresi i manufatti recuperati, ma anche perché è presente uno scheletro quasi completo di un grande elefante maschio adulto con zanne dritte – il Palaeoloxodon antiquus – che presenta tracce di macellazione (tagli e danni da percussione).

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Area A. Localizzazione dei reperti individuati nel sito di Marathousa 1:  in grigio i resti dell’elefante, in arancione i manufatti in pietra scheggiata, in viola i reperti in legno. In particolare, 940/673-39 è il primo manufatto in legno descritto nel presente articolo, 935/671-13 è il secondo manufatto in legno di piccole dimensioni e 942/677-59 è l’oggetto in legno non lavorato con tracce di artigli (Fonte: Milks, A., Ntinou, M., Koutalis, Michailidis, D., Konidaris, G.E., Giusti, D., Thompson, N., Tsartsidou, G., Panagopoulou, E., Tourloukis, V., Karkanas, P. & Harvati, K. (2026). Evidence for the earliest hominin use of wooden handheld tools found at Marathousa 1 (Greece). Proceedings of the National Academy of Sciences, 123(6), e2515479123, p.3).

I reperti ossei recuperati all’interno del sito hanno inoltre permesso di individuare numerose specie animali presenti: oltre all’elefante si annoverano ippopotami, daini, cervi, cinghiali, canidi, lontre e castori. Inoltre, l’eccezionale stato di conservazione ha permesso il recupero di altri resti molto rari per uno scavo archeologico, come insetti, gusci d’uovo, diatomeee, spugne, semi e frutti.

In particolare, l’individuazione del castoro ha portato a profonde preoccupazioni, in quanto essendo un animale che si nutre anche di piante legnose e che utilizza alberi e arbusti per costruire tane e dighe, avrebbe potuto essere fautore dei segni trovati sugli oggetti lignei. Pertanto, dopo un’ulteriore analisi delle superfici, è stato possibile stabilire che i manufatti in legno non mostrano segni di rosicchiature o di attività legate alla presenza del castoro all’interno del sito.

I manufatti in pietra recuperati nell’Area A consistono principalmente in schegge e nuclei trovati in associazione spaziale e stratigrafica con i resti di elefante. Sono stati trovati anche strumenti organici, tra cui una scheggia di osso dentellata e una diafisi di megafauna probabilmente utilizzata come percussore. Questi reperti indicano che i resti dei pasti venivano utilizzati probabilmente non solo direttamente per farne degli strumenti, ma anche come mezzi per modellare la materia prima, ampliando notevolmente il repertorio tecnologico di Marathousa 1.

Riferimenti:

Milks, A., Ntinou, M., Koutalis, Michailidis, D., Konidaris, G.E., Giusti, D., Thompson, N., Tsartsidou, G., Panagopoulou, E., Tourloukis, V., Karkanas, P. & Harvati, K. (2026). Evidence for the earliest hominin use of wooden handheld tools found at Marathousa 1 (Greece). Proceedings of the National Academy of Sciences123(6), e2515479123. https://doi.org/10.1073/pnas.2515479123.

In apertura: Ricostruzione artistica di una donna paleolitica di Marathousa 1 mentre realizza un bastone da scavo a partire dal tronco di un piccolo ontano, il tipo di legno utilizzato per il bastone da scavo di Marathousa, servendosi di un piccolo utensile in pietra. L’analisi delle tracce d’uso su strumenti litici di questo tipo rinvenuti a Marathousa 1 mostra evidenze di lavorazione del legno (illustrazione originale di G. Prieto, copyright K. Harvati, via University of Reading)