Darwin “sottovuoto”: i segreti dei campioni del Beagle svelati dai raggi X
Viaggio dietro le quinte del Natural History Museum di Londra, dove la tecnologia micro-CT ha permesso di esplorare i reperti di Darwin senza scalfire il sigillo di vasi chiusi da due secoli
Di ritorno da una visita speciale nei depositi “behind the scenes” del Natural History Museum (NHM) di Londra, che ho fatto di recente insieme a un gruppo di colleghi studiosi darwiniani, ci si sente come viaggiatori del tempo ammessi in un santuario proibito. Sebbene il Darwin Center offra al pubblico uno sguardo sulla collezione sotto alcol del museo, il cuore della collezione si trova in stanze non aperte al pubblico.
A tu per tu con la Spirit Collection
Entrare in queste sale è un’esperienza sensoriale immediata: la temperatura è mantenuta rigorosamente costante per frenare l’evaporazione dei fluidi, un freddo asettico che sembra sospendere il tempo. Qui molti degli oltre 23 milioni di esemplari della “Spirit Collection” (le collezioni in alcool) si palesano in tutta la loro imponenza. Ciò che mi ha colpito di più, oltra l’incredibile sfilata di scaffali, sono le grandi vasche d’acciaio progettate per ospitare ciò che il vetro non può contenere.

Ti trovi davanti a giganti immersi nel silenzio: la guida ci indica una vasca che custodisce uno squalo bianco, mentre in un’altra aperta noto un pesce luna e una enorme testa di uno storione dall’aspetto preistorico, fino alle grosse teche che ospitano un drago di Komodo e una salamandra gigante della Cina.


C’è qualcosa di ipnotico nel vedere da vicino un leggendario calamaro gigante fluttuare in una soluzione studiata per mantenere i suoi tessuti molli in sospensione. Per chi frequenta abitualmente il museo e ne conosce bene le gallerie pubbliche, l’impatto con queste collezioni è forte. Trovarsi a pochi centimetri da esemplari mai visti prima, liberi dal filtro della teca espositiva, regala un’emozione unica.

Il tesoro blindato di Darwin
Ma è in un angolo di questa immensa sala (chiamata la tank room, stanza delle vasche) che abbiamo visto i campioni che davvero volevamo vedere. Dentro una speciale teca di vetro e protetti da una sbarra di metallo e un lucchetto, ho potuto vedere da vicino i campioni originali del viaggio del Beagle. Tra i numerosi animali raccolti da Charles Darwin e dal suo assistente Syms Covington tra il 1831 e il 1836, molti sono dei campioni “tipo” (usati per definire quella specie in quanto nuova alla scienza), e sono marchiati con del giallo nella parte della chiusura.

Un esemplare in particolare ha catturato il mio sguardo: un piccolo polpo (Octopus vulgaris) prelevato a Santiago, nelle isole di Capo Verde, nel gennaio 1832. Ho letto molte volte di questo animale nelle prime pagine di Viaggio di un naturalista intorno al mondo, dove Darwin descrive con stupore la sua abilità nel dileguarsi tra i cunicoli delle rocce, le nuvole d’inchiostro usate come diversivo e i suoi istantanei mutamenti di colore.

In netto contrasto con le imponenti vasche circostanti, i vasi del Beagle appaiono piccoli e sobri, con il loro sigillo di cera e sughero ormai indurito dai secoli. Eppure, proprio questi contenitori, che non possono essere aperti per non infrangere un sigillo storico inestimabile o rischiare di deteriorare i reperti, sono stati i protagonisti di una ricerca che ha il sapore della fantascienza.
Vedere l’invisibile: la rivoluzione della Micro-CT
Come rivelato recentemente dal team del NHM e i loro collaboratori in un articolo pubblicato su ACS Omega, l’uso della tomografia micro-computerizzata (micro-CT) ha permesso ai ricercatori di generare modelli 3D ad altissima risoluzione dei pesci e degli invertebrati contenuti nei vasi inaccessibili della collezione, inclusi i campioni del beagle, senza mai svitare un tappo.
Le scansioni non si limitano alla superficie: rivelano scheletri, organi interni e persino l’ultimo pasto consumato dagli animali prima di essere catturati. Questo ha permesso di correggere decenni di catalogazioni generiche, identificando specie che erano rimaste anonime dietro il vetro scuro.
E se la ricerca riesce oggi a svelare ciò che per secoli è rimasto nascosto all’interno di questi vasi senza infrangerne i sigilli, anche il pubblico può almeno affacciarsi su questo patrimonio normalmente invisibile, prenotando sul sito del museo una delle visite “behind the scenes” alle collezioni.
Foto dell’autrice.

Chiara Ceci, naturalista, si occupa di comunicazione della scienza. Fa parte del direttivo del Charles Darwin Trust ed è Fellow della Linnean Society. Autrice di “Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca” (Sironi, 2013).

