Come si è evoluto il comportamento sessuale tra individui dello stesso sesso nei primati non umani?
In diverse specie di primati non umani il comportamento sessuale tra individui dello stesso sesso è influenzato da fattori non solo genetici, ma anche ecologici e sociali
Il comportamento sessuale tra individui dello stesso sesso, o SSB (Same-sex Sexual Behaviour), è molto diffuso nel regno animale, seppure in passato sia stato considerato un evento sporadico a causa, soprattutto, della carenza di dati. Oggi questo comportamento è documentato in numerose specie, tuttavia non sono ancora chiare le sue origini. Nonostante recenti studi sui macachi rhesus (Macaca mulatta) abbiano evidenziato una componente ereditabile associata all’emergere dell’SSB, diversi studi su altri mammiferi hanno portato alla luce anche una significativa influenza di fattori ambientali e sociali. Secondo alcune ipotesi, questo comportamento potrebbe ricoprire una funzione sociale, come l’incremento della coesione all’interno del gruppo, la formazione di alleanze, la riduzione dei conflitti o la stabilizzazione di una gerarchia di dominanza. Secondo altre, l’SSB si verificherebbe in condizioni di stress ecologico, quali la scarsità di risorse o la forte pressione predatoria, al fine di favorire la coesione e posticipare il successo riproduttivo a tempi più rosei. Un recente lavoro pubblicato su Nature Ecology & Evolution da un gruppo di scienziati del Dipartimento di Scienze della Vita dall’Imperial College di Londra ha cercato di capire quanto queste ipotesi legate all’SSB fossero fondate tra i primati non umani.
La diffusione di SSB tra i gruppi di primati ha radici filogenetiche
Lo studio si è basato sull’analisi di dati già pubblicati in letteratura ed estratti da diversi database. Gli studi selezionati riguardavano 491 specie di primati non umani: in 59 di esse è stata registrata la presenza di SSB, mentre in 23 specie tale comportamento è risultato addirittura prevalente.

Distribuzione filogenetica di SSB nei primati non umani. immagine: dalla pubblicazione
Poiché SSB è presente nella maggior parte dei principali gruppi di primati del Nuovo e del Vecchio Mondo, lemuri inclusi, questo potrebbe suggerire una radice evolutiva comune. I ricercatori hanno quindi prima calcolato l’indice di Pagel per verificare quanto l’SSB fosse filogeneticamente vincolato: è emerso che l’SSB è effettivamente più comune tra specie strettamente imparentate, ma è anche in parte influenzato da altri fattori. Per questo, i ricercatori hanno voluto considerare anche le informazioni ambientali e sociali registrate dagli studi.
Oltre alla genetica c’è di più
Se l’SSB favorisce la coesione sociale, questo comportamento può apportare diversi vantaggi alla specie quando questa si trova in condizioni in cui la cooperazione favorisce la sopravvivenza e il successo riproduttivo. Questo può avvenire in diverse occasioni: quando le risorse scarseggiano, quindi la competizione aumenta, e di conseguenza anche il conflitto; quando la durata della vita è maggiore e il periodo di dipendenza dagli altri membri del gruppo è prolungato, per cui le cure parentali richiedono la collaborazione dei diversi individui; oppure ancora quando la struttura e le dinamiche sociali sono più complesse, così come avviene in molte specie di primati non umani.
La prima ipotesi testata dai ricercatori prevede quindi che la pressione ambientale influenzi l’SSB, favorendone la comparsa in condizioni climatiche estreme, quando le risorse scarseggiano o vi è una forte pressione predatoria; la seconda suggerisce un incremento di SSB in relazione ad uno spiccato dimorfismo sessuale, alla maggiore dimensione del corpo, alla maggiore durata della vita e alla sex ratio delle specie, ovvero la predominanza numerica di uno dei due sessi all’interno del gruppo; infine la terza, che riguarda la complessità sociale, in cui si suppone vi sia una prevalenza di SSB in specie con strutture sociali più complesse, gruppi più numerosi, sistemi di accoppiamento più fluidi, maggiore cooperazione nelle cure parentali e forte gerarchizzazione.
Dalle analisi è emerso che nelle specie che vivono in ambienti più aridi e dove la pressione predatoria è più elevata, la presenza di SSB risulta più probabile. Tali risultati avvalorerebbero la prima ipotesi secondo la quale gli stress ambientali favorirebbero la comparsa di SSB, poiché in condizioni di stress ecologico tali comportamenti favorirebbero la regolazione e la gestione delle tensioni sociali.
Per quanto riguarda invece la seconda ipotesi, la presenza dell’SSB risulta più probabile nelle specie sessualmente dimorfiche, rispetto a quelle monomorfiche, e nelle specie più longeve, mentre la variazione nella dimensione corporea non era correlata alla maggiore o minore presenza dell’SSB. Il dimorfismo sessuale, infatti, è spesso associato a gruppi sociali più grandi, dove la gerarchia è più rigida e dove, quindi, la competizione è più forte, soprattutto tra individui dello stesso sesso. Ecco che l’SSB torna ad essere una buona strategia per mitigare gli attriti all’interno del gruppo. Al contrario, le specie monomorfiche presentano gruppi sociali più piccoli e stabili, in cui l’SSB si presenta con minore frequenza. L’SSB potrebbe inoltre favorire dinamiche di equilibrio e coesione anche a lungo termine, per questo motivo la presenza di SSB potrebbe essere associata alle specie più longeve. Un esempio eccellente è quello dei bonobo (Pan paniscus), una specie longeva in cui l’SSB si verifica frequentemente e rafforza il legame sociale. Inaspettatamente, non si è registrata alcuna correlazione tra sex ratio, ovvero lo sbilanciamento del numero di individui di uno dei due sessi, e la presenza di SSB all’interno delle specie.
Dallo studio sembra che l’SSB sia meno frequente nei sistemi sociali più semplici o più stabili, suggerendo che anche la terza ipotesi sia valida. Anche se il campione in questo caso era troppo piccolo per ottenere delle evidenze significative, potrebbe esistere un andamento secondo il quale la maggiore complessità dei sistemi sociali sarebbe legata ad una maggiore presenza di SSB, che effettivamente potrebbe influire sulla gestione della coesione sociale. È il caso, ad esempio, del mandrillo (Mandrillus sphinx), che forma società altamente competitive, con conflitti frequenti e in cui l’SSB può fungere da mezzo alternativo per la regolazione della tensione sociale.
Tutti i comportamenti sessuali sono influenzati da fattori esterni
Finora si è parlato di SSB, ma cosa cambia rispetto ai DSB (Different-sex Sexual Behaviour), ovvero i comportamenti sessuali tra individui di sesso differente? Anche i DBS sono influenzati da fattori sociali e, al contrario degli SSB, la loro frequenza si riduce all’aumentare delle condizioni di stress ambientale. Nei mandrilli, la scarsità di cibo comporta, ad esempio, una riduzione dei DBS, probabilmente dovuta ad una disregolazione ormonale e, talvolta, una pubertà ritardata. Ciò suggerisce che, nonostante le condizioni ambientali avverse, l’SSB rimane presente, mentre il DBS è strettamente legato a condizioni ambientali più ottimali. Lo studio ha considerato dati ambientali a partire dal 2019, ma propone di indagare l’SSB su un maggior numero di specie e di monitorarlo al variare delle condizioni ambientali, in relazione ad eventi climatici sia estremi sia graduali, anche in virtù del cambiamento climatico in atto.
Oltre ai fattori esterni che influenzano l’SSB, bisogna considerare la componente ereditabile del comportamento. I ricercatori suggeriscono che, infatti, predisposizioni ereditabili possano interagire con le pressioni ecologiche e sociali per modellare il comportamento. Tuttavia, sarà necessario svolgere altri studi per approfondire questi aspetti.
In ultima battuta, i ricercatori affermano che, nonostante questo comportamento sia stato studiato nei primati non umani, resta comunque difficile escludere a priori che tali pressioni non abbiano avuto alcun effetto anche sulla storia evolutiva della nostra specie. Così come è possibile ipotizzare l’esistenza di parallelismi con l’essere umano moderno rispetto ai risultati ottenuti da questo studio, per quanto siano, al momento, del tutto speculativi.
A tal proposito, viene sottolineata l’importanza di considerare lo studio per quello che è, ovvero una ricerca sul comportamento dei primati non umani, che vuole fare luce su un particolare aspetto dell’incredibile diversità di comportamenti presenti nel mondo animale.
Riferimenti:
Coxshall, C., Nesbit, M., Hodge, J. et al. Ecological and social pressures drive same-sex sexual behaviour in non-human primates. Nat Ecol Evol (2026). https://doi.org/10.1038/s41559-025-02945-8
Immagine in apertura: di tsauquet da Pixabay

Laureata in Biologia all’Università di Torino, con specializzazione in ambito etologico, consegue un master in comunicazione scientifica dal quale nasce un progetto teatrale tutt’ora attivo. Da diversi anni si sperimenta in vari ambiti della divulgazione in Italia e all’estero.

