Gli errori logici della psicologia evoluzionistica e l’evoluzione sistemica delle emozioni

Quali sono gli errori logici più comuni della psicologia evoluzionistica? Una nuova ipotesi sull’evoluzione delle emozioni trae spunto dalle criticità delle teorie dei sistemi motivazionali e da alcuni tra i più recenti contributi delle neuroscienze


Trent’anni fa gli psicologi Tooby e Cosmides scrivevano: “nell’accostarsi al comportamento di una determinata specie dal punto di vista adattazionista, l’analisi evoluzionista richiede tre livelli intrecciati ma distinti” (1989): il primo riguarda il modello della teoria dell’evoluzione e i suoi costrutti; il secondo s’incentra sul modo in cui questi principi consentono di ricostruire le circostanze ecologiche, sociali, genetiche e filogenetiche in cui si verifica un adattamento; il terzo si rivolge all’analisi delle specializzazioni innate delle specie. La confusione tra i tre livelli contribuiva agli stenti delle ipotesi evoluzionistiche in ambito psicologico e del dialogo con le altre discipline. L’argomentazione è ancora valida. Tenendo a mente i tre livelli, riprendiamo il tema attraverso la definizione dei tre errori logici più comuni nell’uso della teoria dell’evoluzione in psicologia fino ad oggi. Essi consistono (i) nel ritenere che il fenotipo risolva intenzionalmente le pressioni adattive, (ii) nel determinare la funzione adattiva di una proprietà fenotipica prima di avere una conoscenza sufficiente di quest’ultima e (iii) nell’associare, tramite ragionamento induttivo lineare, singole proprietà, singole funzioni e singole pressioni selettive.

Il primo è un errore commesso per lo più dai non avvezzi alle logiche darwiniane. Si compie ritenendo che un individuo sia primariamente motivato da rappresentazioni coscienti del tipo: “io devo avere rapporti sessuali per replicare i miei geni” oppure “devo appartenere a un gruppo per favorire la mia sopravvivenza”. Potrebbe anche apprendere, come è evidente nel nostro caso, che ciò accade, ma non è questo il problema fenotipico. Non è da questo apprendimento che ha origine la nostra volontà sessuale o affiliativa. La funzione è ‘soltanto’ strutturale, intrinseca, immanente alla forma fenotipica. Questi aspetti di pensiero invadono le correnti psicologiche più di quanto si possa credere anche in ambienti in cui è scarsa o del tutto assente la consapevolezza dell’influenza dei lavori di Darwin. Le idee freudiane sull’inconscio e sui meccanismi di difesa ne sono una prova.

Il secondo errore di ragionamento getta ombra su un assioma posto a fondamento della psicologia evoluzionistico dagli stessi Cosmides e Tooby: “la funzione determina la struttura” (1994). Gli Autori, secondo lo spirito affine a quegli anni, sconfinano in un selezionismo rigido, ma tale impostazione non può considerarsi corretta. La proposizione sostenibile non è ‘se conosco la funzione, posso comprendere il fenotipo’ bensì ‘se conosco il fenotipo, posso comprendere la funzione’. Se così non fosse potremmo anticipare le future variazioni di specie, formulando in anticipo domande come “in che modo gli uccelli possono volare?”, prima di conoscere la possibilità stessa del volo. Ma le ali non sono il volo!

Può essere utile a questo punto sintetizzare gli assunti in oggetto tramite enunciati-tipo. Quando ci ritroviamo all’interno del livello 3 (quello che studia le caratteristiche del fenotipo senza porsi domande sulla sua evoluzione), la struttura base delle proposizioni è:

‘la totalità dei processi x costituisce la proprietà fenotipica X’,

laddove x e X sono elementi rispettivamente dell’insieme dei ‘processi’ e dell’insieme delle ‘proprietà’.

Quando muoviamo nel livello 2 (quello che intende ricostruire la storia naturale del fenotipo attraverso la teoria dell’evoluzione), gli sforzi di analisi risiedono nella forma:

‘la funzione adattiva x risolve la pressione evolutiva X’,

laddove x e X sono elementi dell’insieme ‘funzioni’ e dell’insieme ‘pressioni evolutive’. Ad esempio, la predisposizione alle cure parentali di coppia in Homo risponde alla pressione data dai pericoli ambientali e dal carattere neotenico prolungato della nostra specie.

Ora, i primi due errori si verificano nel passaggio tra i due livelli. Il primo è il seguente:

‘la totalità dei processi x conosce e intende svolgere la funzione adattiva x’.

Tornando all’esempio iniziale, ciò equivarrebbe a dire che l’eccitazione sessuale non è dovuta all’attrazione fisica verso il partner ma alla rappresentazione cosciente della possibilità di riprodursi. Con il secondo errore si afferma che

‘la totalità dei processi x costituisce la funzione adattiva x’.

Proviamo a spiegare perché tale assunto non è incondizionatamente valido. Mayr scriveva che “la domanda adattazionista ‘qual è la funzione di un certo organo o struttura?’ è stata per secoli la base di ogni progresso in fisiologia” (1983, p. 328); ma prima di Darwin, nelle nostre menti di naturalisti, esisteva solo un’idea di funzione prossima. Non c’era alcuna funzione remota a cui ricondurre i fenomeni naturali. Non potevamo andare oltre la descrizione dei processi, delle proprietà, del rapporto tra queste e del rapporto di queste con l’ambiente immediatamente esterno. Il principio di attrazione tra proprietà e funzioni non è da scartare (d’altra parte ne andrebbe dell’idea di selezione naturale) ma comporta spesso astrazioni indebite e non più legate al contesto immediato d’azione: diamo per certo di aver capito come avvengano i processi non appena riteniamo di aver intuito quali siano le loro funzioni. A tal proposito, Gould (1979) riporta l’aneddotico dialogo di Galton (oppositore del programma adattazionista) con Spencer (suo fervente sostenitore) sulle impronte digitali:

Spencer mi fece notare che […] avrei dovuto considerare lo scopo dei rilievi e partendo da lì risalire all’indietro. Era ben chiaro, disse, che le delicate aperture delle ghiandole sudoripare richiedessero la protezione dei rilievi dall’una parte e dall’altra, e partendo da lì elaborò a lungo un’ipotesi consistente e ingegnosa. Risposi che i suoi argomenti erano belli e avrebbero potuto essere veri, ma purtroppo le aperture delle ghiandole sudoripare non erano nelle valli fra le creste, bensì lungo le creste dei rilievi” (in Adenzato e Meini, 2006, p. 85).

Quando ci convinciamo di ciò, il rischio è di non riuscire a migliorare l’analisi dei processi e la conoscenza delle proprietà perché l’osservazione è viziata dalla definizione di funzione che gli abbiamo conferito.

In psicologia, le pur rivoluzionarie teorie dei sistemi motivazionali di Lichtenberg (1989, 2012), Gilbert (1989), Ghent (2002) e Liotti (2017) sono fondamentalmente figlie di questo errore. I vari sistemi motivazionali (difesa, esplorazione, attaccamento, dominanza, affiliazione, ecc.) fotografano aspetti funzionali della mente/cervello che non corrispondono alle sue ‘giunture naturali’. Gli Autori hanno piegato le proprietà del nostro organo di pensiero all’astrazione delle sue funzioni remote e supposto che l’architettura cerebrale corrisponda ad esse. La quantità di informazioni persa in tal modo è notevole: nessuna delle funzioni è esaurita dalle proprietà a cui è ricondotta e ognuna di queste contribuisce ad altre funzioni.

Arriviamo al terzo errore. Si commette quando il discorso adattazionista si limita ad unire in modo lineare proprietà, funzioni e pressioni ambientali, dimenticando di integrare i principi sistemici che pure gli appartengono da sempre. L’enunciato logico completo è il seguente:

‘la totalità dei processi x costituisce la proprietà X, la quale svolge la funzione x che risolve la pressione X’;

ma se ci fermassimo qui, impoveriremmo ancora una volta gravemente la nostra conoscenza, e la Natura si ridurrebbe a elenchi di proprietà, funzioni e pressioni selettive (possibilmente in ordine alfabetico). In altre parole, se la proprietà X  ha una funzione prossima x, non può fare a meno di averla in un ambiente di proprietà che svolgono un insieme di funzioni in un ambiente di proprietà (ne è un esempio il rapporto tra ampiezza del bacino della donna, grandezza cranica del bambino alla nascita, sviluppo cerebrale post-natale, neotenia, rischio predatorio, cure parentali prolungate, legame di coppia). Quando siamo nel livello 2, dunque, muoviamo i nostri passi su un fittissimo reticolato di funzioni che sono tali solo e soltanto nel rapporto tra loro. Buona parte delle diatribe sull’uso assennato del paradigma della mente modulare ruota intorno a tale considerazione, mentre gli autori delle teorie dei S.M. utilizzano i principi sistemici di auto-organizzazione e auto-stabilizzazione per descrivere i singoli sistemi motivazionali ma non considerano che è la mente nel suo intero a costituirsi in tal modo.

Se anche le teorie dei sistemi motivazionali (le proposte strutturali più avanzate a disposizione) vengono messe in crisi dai tre errori, ci ritroviamo improvvisamente senza più nulla da offrire al tavolo dei sempre affamati discepoli di Darwin, se non un’originale equazione da cui far ripartire il discorso: 

ALI sta a volo come X sta ad attaccamento

Cos’è X, che sta a un qualsiasi S.M. come le ali svolgono il volo nell’incontro con l’aria e in equilibrio con il resto del corpo? La risposta suggerita è semplice: le emozioni primarie. Fino ad oggi, in chiave evoluzionistica, si è pensato ad esse come esito di adattamenti lineari in grado di rispondere a esigenze evolutive specifiche. Diversamente, uno sguardo sistemico consente di riconoscere la ‘struttura di interazioni’ (Bateson, 1984) di cui sono parte. Da tale prospettiva, il repertorio emotivo umano (e di tutte le specie ‘sociali’) si sarebbe stabilizzato nel corso della storia naturale a seguito dell’incontro, dell’incastro e della co-evoluzione dei ‘sistemi emotivi’  come intesi da Panksepp e Biven (2014). In linea con le teorie macroevolutive (Gould, 2003), ciò sarebbe avvenuto durante più intervalli di variazione (corrispondenti a eventi di speciazione) e secondo forme complesse di funzionalità reciproca tra i sistemi emotivi ai livelli fenotipico, intra-specie e inter-specie. Le emozioni alla base delle nostre capacità sociali non sarebbero occorse una per volta in periodi sparsi e più o meno casuali dell’evoluzione naturale, ma a ‘blocchi omeostatici’, cioè secondo salti evoluzionistici che hanno mantenuto validi durante ognuno degli step i presupposti di auto-organizzazione e auto-stabilizzazione entro ognuno dei livelli gerarchici. In virtù del loro incastro adattivo, tali sistemi rappresentano nella storia naturale i costituenti primari della possibilità intersoggettiva e comunicativa inter- e intra-specie.

Lo sviluppo in corso di tale complessa ipotesi poggia, tra gli altri, sui contributi più aggiornati delle neuroscienze, dal cui studio la psicologia evoluzionistica non può esimersi se non vuole limitarsi a mero campo speculativo. A tal proposito, i lavori di Panksepp e Biven (2014) e Damasio (2003, 2012) rappresentano alcuni dei riferimenti di maggiore interesse. In tal senso, il rapporto tra psicologi evoluzionisti e neuroscienziati può trarre ispirazione da quello tra fisici teorici e applicati, ricalcandone il grado di commistione, entusiasmo e capacità collaborativa mostrato al mondo negli ultimi anni. Solo così anche l’ultimo grande progetto di Darwin – lo studio dell’evoluzione della mente – potrà trovare la sua via regia.

 



BIBLIOGRAFIA

  • Bateson G. (1984), Mente e natura, Adelphi, Milano.
  • Cosmides L., Tooby J. (1994), “Beyond intuition and instinct blindness. Toward an evolutionarily rigorous cognitive science”. In Cognition, vol. 50, pp. 41-77 [trad. it. “Oltre l’intuizione e la cecità degli istinti: verso una scienza cognitiva rigorosamente eovluzionistica”. In Adenzato A., Meini C. (2006) (a cura di), Psicologia Evoluzionistica. Bollati Boringhieri, Torino].
  • Damasio A. (2003), Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano.
  • Damasio A. (2012), Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi, Milano.
  • Ghent E. (2002), “Wish, need, drive: Motive in the light od dynamic systems theory and Edelman’s selectionist theory”. In Psychoanaltic Dialogues, 12, n. 5, pp. 763-808.
  • Gilbert P. (1989), Human nature and suffering, LEA, London.
  • Gould S. J. (2003), La struttura della teoria dell’evoluzione. Codice Edizioni, Torino.
  • Gould S. J., Lewontin R. C. (1979), “I pennacchi di San Marco e il paradossi di Pangloss” [tr. it. in Adenzato M., Meini C. (2006) (a cura di) Psicologia Evoluzionistica, Bollati Boringhieri, Torino].
  • Lichtenberg J. D. (1989), Psicoanalisi e sistemi motivazionali. Raffaello Cortina, 1995
  • Lichtenebrg J. D., Lachmann F. M., Fosshage J. L. (2012), I sistemi motivazionali. Il Mulino, Bologna.
  • Liotti G., Fassone G., Monticelli F. (2017), L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Raffaello Cortine Editore, Milano.
  • Mayr E. (1983), “How to carry out the adaptionist program?” In American Naturalist, vol. 121, 324-334.
  • Panksepp J., Biven L. (2014), Archeologia della mente: origini neuroevolutive delle emozioni umane. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Tooby J., Cosmides L. (1989), “Evolutionary psychologists need to distinguish between the evolutionary process, ancestral selection pressures, and psychological mechanisms”. In Behavioral and Brain Sciences, vol. 12. 724-725.