Il Mistero della Morte del Bambino di Taung

Un paleoantropologo americano che lavora in Sud Africa fa luce su un mistero che perdurava da piu’ di due milioni di anni …. Nel lontano 1925 venne pubblicato su Nature un lavoro del professor Raymond Dart, un australiano che lavorava all’Universita’ di Johannesburg: si riferiva alla scoperta di un anno prima, in una cava di calcare presso Taung, in Sudafrica,

Un paleoantropologo americano che lavora in Sud Africa fa luce su un mistero che perdurava da piu’ di due milioni di anni ….

Nel lontano 1925 venne pubblicato su Nature un lavoro del professor Raymond Dart, un australiano che lavorava all’Universita’ di Johannesburg: si riferiva alla scoperta di un anno prima, in una cava di calcare presso Taung, in Sudafrica, di un cranio che venne attribuito dallo scienziato ad un individuo infantile antropoide. Al momento il mondo accademico non fece troppo caso a questo annuncio, convinto com’era che gli antenati di Homo sapiens andassero cercati in Europa. Solamente dopo 20 anni i paleoantropologi dettero finalmente ragione a Dart. Si trattava infatti del primo reperto di Australopithecus africanus, un bimbo di circa 3 anni vissuto due milioni di anni fa, di cui si conservano la faccia, parte del cranio, una mandibola completa ed il calco del cervello.

Lee Berger e’ un paleoantropologo della Johannesburg’s University of Witwatersrand particolarmente interessato da piu’ di dieci anni allo studio di questo importante fossile: le sue conclusioni arrivano finalmente a dimostrare che il Bambino di Taung mori’ a causa delle ferite riportate dopo un attacco portatogli da un grosso uccello predatore, probabilmente un’aquila. In un recente studio condotto da ricercatori della Ohio State University, venivano infatti descritte con precisione le modalita’ con cui aquile moderne dell’Africa occidentale attaccano e predano piccole scimmie: dopo essere piombati sulla preda ed aver perforato il cranio di questa con l’artiglio del primo dito, questi rapaci restano sospesi nell’aria mentre la loro vittima muore, prima di accanirsi di nuovo sul cranio di essa con becco e artigli. L’analisi di migliaia di resti di scimmia ha dato un quadro piuttosto preciso dei danni che si possono ritrovare sulle vittime di questi attacchi. Ebbene, Berger ha subito collegato questo studio al suo reperto, per il quale non era ancora riuscito a dimostrare la causa di morte, e alla luce delle nuove conoscenze, sul cranio del Bambino di Taung, in particolare nella zona ossea dietro alle orbite, sono apparse chiaramente le tracce tipiche dell’attacco descritte nel lavoro dei ricercatori della Ohio State University.

Il lavoro di Berger, che sara’ pubblicato prossimamente sull’American Journal of Physical Anthropology, sembra dunque risolvere il mistero della morte del Bambino di Taung: fu un grosso rapace ad uccidere il piccolo ominide, e non un predatore terrestre, quale il leopardo o la tigre dai denti a sciabola.

Paola Nardi