Il segreto degli ultimi umani

Rimasti i soli rappresentanti del nostro genere, dobbiamo il nostro successo evolutivo anche alla rapidità di adattamento ambientale mostrata dai nostri antenati. Uno studio sulle diete di antichi umani delle isole del sud est asiatico mostra questa estrema adattabilità umana


Mentre le altre specie umane si avviavano all’estinzione, Homo sapiens colonizzava nuovi ambienti mostrando una notevole capacità di adattamento. Questa plasticità ecologica, unita a elementi come il pensiero astratto e il linguaggio, avrebbe permesso la sopravvivenza dei nostri antenati e garantito loro la possibilità di colonizzare l’intero globo.

Questa ipotesi trova conferma in un recente studio, condotto da ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History, Jena, Gemrania, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista Nature Communication. Il team ha analizzato i denti di antichi umani rinvenuti in alcune isole della cosiddetta Wallacea, la fascia insulare indonesiana compresa tra il Borneo e Giava a ovest, e Papua e Australia a est, e include, tra le altre, le isole di Lombok, Sulawesi e Timor. Questi territori sono noti per l’incredibile numero di endemismi e per segnare il confine biogeografico tra le forme di flora e fauna oceaniche e dell’Eurasia.

L’interesse dei paleoantropologi verso queste isole riguarda però il fatto che nel tardo pleistocene (fino a 40000 anni fa) queste isole sono sempre state separate dalla terraferma del sud est asiatico e dell’Australia e perché hanno ospitato specie umane per circa un milione di anni. Tuttavia, i resti più antichi di nostri conspecifici risalgono a 45000 anni fa circa, con l’uomo di Timor. L’arrivo in queste terre deve aver comportato un rapido adattamento alla vita costiera e lo sfruttamento delle risorse offerte dall’ambiente marino, come testimonia anche il più antico amo da pesca rinvenuto proprio in questa regione, sull’isola di Timor, e risalente ad un periodo compreso tra i 16000 e i 22000 anni fa. Qui i primi H. sapiens hanno certamente incontrato fitte foreste tropicali che mai sono state collegate con la terraferma della Sonda a nord (la strisce di Terra che collegava i territori degli attuali Borneo e Sumatra con la Malesia continentale) e del Sahul a Sud (la grande regione che va dalla Guinea fino alle coste settentrionali dell’Australia, priva di mari durante le ere glaciali). L’isolamento territoriale ha prodotto ambienti forestali relativamente poveri di risorse utilizzabili dall’uomo, da sempre considerati un ostacolo alla diffusione e alla colonizzazione di queste terre da parte della nostra specie. Per questo i ricercatori hanno scelto di indagare la dieta delle popolazioni di H. sapiens vissute in questi arcipelaghi in un arco temporale compreso tra 1000 e 45000 anni fa, attraverso l’analisi degli isotopi rinvenuti nella dentatura di 26 fossili umani provenienti da questa regione, nello specifico dalle isole di Timor e Alor.

Le analisi indicano che i primi uomini moderni arrivati sulle isole si nutrivano prevalentemente di prodotti del mare. Questo comportamento si osserva fino a circa 26000 anni fa, quando in alcuni siti la dieta  vira verso prodotti di terra come piccoli mammiferi, uccelli e frutti reperibili nella giungla. Le osservazioni dello studio sulla variazione della dieta sono sovrapponibili con le ipotesi sull’espansione degli habitat di foresta pluviale, ipotizzati nella stessa regione nel medesimo periodo. Le popolazioni umane avrebbero quindi sfruttato i cambiamenti ambientali per modificare la propria dieta e sfruttare nuove nicchie ecologiche. Diverse popolazioni sarebbero state quindi in grado di adattarsi ad ambienti diversi nello stesso periodo, garantendo la sopravvivenza umana anche qualora qualcuna di esse avesse fallito ad adattarsi alla nuova nicchia ecologica.

Nella stessa epoca, altre specie umane sia avviavano verso l’estinzione o si erano già estinte da tempo. Secondo gli autori (anche) perché loro non hanno dimostrato la stessa plasticità e la stessa capacità ad adattarsi a cambiamenti ambientali estremi, restando troppo legate ad ambienti di praterie o foresta temperata. Che questa capacità fosse esclusiva di H. sapiens è ancora da dimostrare (i resti dell’uomo di Denisova sono stati ritrovati negli ambienti ultra inospitali della Siberia), ma almeno per noi ha giocato un ruolo importante nel successo evolutivo, assieme alle relazioni sociali, al linguaggio e alla capacità di elaborare un pensiero astratto.


Riferimenti:
Roberts P. et al. Isotopic evidence for initial coastal colonization and subsequent diversification in the human occupation of Wallacea. Nature Communications, 2020; 11 (1)

Immagine: Chris Stringers’ hypothesis of the family tree of genus Homo, published in Stringer, C. (2012). “What makes a modern human”. Nature 485 (7396): 33–35. doi:10.1038/485033a. Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Germany via Wikimedia Commons.