La funzionalità della mano umana era già all’opera nel genere Australopithecus

L’anatomia della mano di Australopithecus sediba, un possibile antenato diretto della nostra specie, avrebbe consentito sia una funzionalità locomotoria che una più alta capacità di manipolare oggetti


Una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori della Kent’s School of Anthropology and Conservation, in Gran Bretagna, ha rivelato in Australopithecus sediba (Pikaia ne ha parlato qui, qui e qui), un possibile antenato diretto della nostra specie vissuto poco meno di 2 milioni di anni fa, la presenza di una conformazione ossea della mano tale da consentirgli uno stile di vita arboricolo e allo stesso tempo adatta anche per maneggiare oggetti e forse i primi utensili.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Ecology and Evolution, è avvenuta analizzando e comparando le strutture ossee interne delle articolazioni delle nocche e dei pollici delle mani di diverse specie di ominini estinti provenienti dal Sudafrica, dall’Africa orientale e dall’Europa. Questi fossili, databili tra i 12 mila e i tre milioni di anni fa, includevano oltre al già menzionato Australopithecus sediba, anche A. africanus, A. afarensis, Homo neanderthalensis e H. sapiens.

Dal punto di vista strutturale, la mano di A. sediba si era modificata rispetto a quella di cui erano dotate le precedenti specie ominidi, consentendole di esercitare anche altre funzioni. La regione metacarpale del palmo e la parte frontale delle dita consentivano la salita sugli alberi e l’appoggio al terreno, mentre con l’opponibilità del pollice fu possibile una più sofisticata abilità manipolatoria e quindi potenzialmente la capacità di produrre e utilizzare utensili, anche se non si hanno prove o ritrovamenti ufficiali.

Le nocche alla base delle dita di A. sediba presentano infatti una struttura trabecolare interna coerente con la tipica presa adatta alla vita sugli alberi (è infatti simile a quella degli attuali oranghi), mentre la conformazione dell’articolazione del pollice è simile a quella umana, ovvero capace di una presa e di una gestualità sugli oggetti accurata e di alta precisione. Questa combinazione unica si discosta fortemente da quella riscontrata nelle altre specie di Australopithecus esaminate e fornisce una prova diretta che questa specie avrebbe potuto effettivamente utilizzare le mani per mansioni diverse dalla semplice presa esercitata sui rami degli alberi.

Ciò indicherebbe in questa specie una sorta di transizione verso un nuovo impiego delle mani rispetto agli ai primati precedenti. A. sediba potrebbe essere considerata la specie ominide di transizione tra quelle praticanti uno stile di vita arboricolo e quelle successive all’adozione dell’andatura bipede, in cui essenziale potrebbe essere stato il ruolo delle mani con funzioni di appoggio e di accompagnamento, soprattutto nelle fasi evolutive precedenti alla completo raggiungimento della postura eretta.

Questo studio potrebbe suggerire che le strutture ossee interne siano state modellate da comportamenti frequenti e specializzati durante la vita. Pertanto, sempre secondo gli autori, si potrebbero intraprendere anche ulteriori future ricerche sulla struttura interna delle mani in relazione all’uso e alla produzione di utensili in pietra.


Fonte:   
Christopher J. Dunmore, Matthew M. Skinner, Ameline Bardo, Lee R. Berger, Jean-Jacques Hublin, Dieter H. Pahr, Antonio Rosas, Nicholas B. Stephens & Tracy L. Kivell  . The position of Australopithecus sediba within fossil hominin hand use diversity: Nature Ecology & Evolution. DOI: https://doi.org/10.1038/s41559-020-1207-5