La prima produzione intenzionale del fuoco nella (prei)storia
Un nuovo studio presenta le più antiche evidenze dirette di produzione intenzionale del fuoco, retrodatando a circa 400.000 anni fa l’origine di questa pratica fondamentale nella storia umana.
Tra le innovazioni tecnologiche più significative del passato del genere Homo rientra senza dubbio la capacità di accendere intenzionalmente il fuoco e mantenerlo vivo. Questa “scoperta” garantì una serie di vantaggi – dalla cottura dei cibi alla protezione dai predatori – con profonde ricadute sul piano evolutivo, adattativo e sociale.
Uno studio di Rob Davis (Dipartimento di Gran Bretagna, Europa e Preistoria del British Museum di Londra), in collaborazione con colleghi dello stesso e di altri istituti, e pubblicato a fine 2025 su Nature presenta nuove evidenze che potrebbero rappresentare le più antiche testimonianze dirette di produzione intenzionale del fuoco. Gli scavi nel sito paleolitico di Est Farm Barnham (Regno Unito) hanno permesso di individuare una piccola area, datata 400.000 anni fa circa, con sedimento arrossato alterato dal calore in associazione con manufatti in pietra – di cui quattro bifacciali fratturati a causa del riscaldamento – e due frammenti di pirite.
Lo studio è rilevante in quanto retrodata, rispetto alle evidenze precedenti, il momento in cui i gruppi umani avrebbero compreso come padroneggiare il fuoco. Inoltre, la presenza di pirite – molto rara nella regione – ne suggerisce il traposto intenzionale all’interno del sito. Un ritrovamento molto interessante che rimanda a un comportamento altamente moderno, ovvero la conservazione e il trasporto di materiali utili all’occorrenza attraverso la creazione di riserve o kit da viaggio.
La “conquista” progressiva del fuoco
La produzione intenzionale del fuoco fu una delle innovazioni tecnologiche più importanti dei gruppi umani preistorici. Insieme alle altre capacità apprese, come la scheggiatura della pietra e la caccia, permise con il tempo l’emancipazione dai limiti imposti dalla natura. L’uso controllato del fuoco diede loro modo di ottenere numerosi benefici come la possibilità di produrre calore, di proteggersi dai predatori, di cuocere cibi e di creare spazi illuminati, fondamentali per l’integrazione tra gli individui e il rafforzamento della cooperazione sociale.
La “conquista” del fuoco, ovvero l’apprendimento dei metodi per innescare la fiamma e mantenere il fuoco vivo, non è una storia semplice né tantomeno lineare. Passa attraverso piccoli obiettivi raggiunti. Infatti, inizialmente si trattava di sfruttare gli incendi naturali, e soltanto dopo si giunse alla comprensione dei metodi per accendere un fuoco intenzionalmente.
Stabilire l’esatto momento in cui questo salto di qualità sia avvenuto non è affatto semplice, dato che per gli esperti è molto difficile distinguere un incendio naturale da un’attività di origine umana per cronologie tanto antiche. Per questo motivo finora è mancata una prova chiara e inequivocabile di una produzione intenzionale del fuoco.
Le evidenze archeologiche più antiche
In archeologia non mancano le testimonianze di un utilizzo precoce del fuoco, sebbene siano limitate geograficamente e non sempre di chiara interpretazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di strumenti in pietra in associazione con tracce di esposizione al calore. Si possono annoverare alcuni siti all’aperto localizzati in Kenya (come Koobi Fora e Chesowanja, datati rispettivamente a 1.600.000 e 1.400.000 di anni fa circa), depositi in grotta in Sudafrica (Swartkrans e Wonderwerk, risalenti a circa 1.000.000 – 800.000 anni fa) e contesti lacustri del Medio Oriente (Gesher Benot Ya’aqov, 780.000 anni fa circa). Nonostante la presenza di tali evidenze, la loro interpretazione risulta piuttosto complicata.
Tracce di un uso occasionale del fuoco sono presenti anche in Europa e risalgono a circa 400.000 anni fa. Tra questi, ricordiamo i siti in grotta in Francia e Portogallo (la Grotta di Menez-Dregan e la Grotta di Gruta da Aroeira) e i siti all’aperto in Francia, Spagna, Ucraina e Regno Unito (Terra Amata, La Cansaladeta, Medzhibozh e Beeches Pit). Solo successivamente, tra 350.000 e 200.000 anni fa, in Europa, in Africa e nel Levante si riscontrano evidenze più chiare di un utilizzo più diffuso del fuoco.
Il sito paleolitico di East Farm Barnham (Regno Unito)
All’interno di una cava di argilla dismessa nella regione di Breckland nel Suffolk (Regno Unito) si trova il sito paleolitico di East Farm Barnham. Scoperto all’inizio del XX secolo, il sito venne indagato a più riprese tra il 1989 e il 1994 e successivamente dal 2013 ad oggi. La stratigrafia è composta da depositi pleistocenici, testimoni preziosi delle oscillazioni climatiche che interessarono l’Europa nel corso del Pleistocene: alla base sono presenti livelli glaciali coperti dai sedimenti interglaciali delle fasi più calde. I depositi alla base, più antichi e associati a una fase più fredda, sono stati datati tra 478.000 e 427.000 anni fa, mentre i sedimenti lacustri soprastanti risalgono a un intervallo temporale compreso tra 427.000 e 415.000 anni fa. Nella parte centrale dell’area strati analoghi, ma con alcune variazioni, presentano resti organici, tra cui pollini, molluschi e vertebrati. Questi ritrovamenti hanno permesso di ricostruire il contesto ambientale del passato caratterizzato dalla presenza di un corso d’acqua, prati e boschi di latifoglie. I reperti recuperati dagli archeologi comprendono manufatti in pietra, inclusi i bifacciali o “amigdale” – strumenti iconici del Paleolitico inferiore dalla caratteristica forma a mandorla. I materiali archeologici provengono da unità differenti che hanno permesso di riconoscere due gruppi umani culturalmente distinti che frequentarono queste zone in momenti diversi. Al secondo gruppo umano appartengono i materiali, tra cui selce non lavorata e lavorata, e i sedimenti con tracce di alterazione da calore.
Incendio naturale o attività antropica?
I sedimenti correlabili al terreno riscaldato sono stati identificati con certezza in una particolare zona dello scavo, denominata Area I Est. Gli archeologi hanno individuato una principale concentrazione di sedimento arrossato nella sezione nord-sud con un’estensione di 55 x 30 cm e uno spessore di 8 cm.
Il 75% dei manufatti in pietra recuperati in questa particolare area mostra chiare tracce dovute al riscaldamento: fessurazioni, distacchi di schegge e alterazioni cromatiche. Questa percentuale tanto elevata di manufatti termoalterati dimostra che quest’area del sito fosse funzionalmente distinta dalle altre. La scarsa quantità di carbone e l’assenza di cenere è dovuta, secondo gli esperti, all’erosione legata agli agenti atmosferici come vento e pioggia, mentre la mancanza di ossa animali combuste si ritiene esser legata alla decalcificazione che interessa questa parte del sito. L’unità di sedimento limoso argilloso arrosato è stata analizzata a livello micromorfologico, magnetico, idrocarburico e spettroscopico allo scopo di stabilire se questo terreno fosse stato sottoposto a riscaldamento e se, in caso affermativo, quest’ultimo avesse un’origine naturale o legata ad attività umane.
L’analisi micromorfologica ha dimostrato che l’arrossamento è imputabile alla formazione di ematite, un minerale prodotto dal riscaldamento di sedimenti ricchi di ferro. Dato che la distribuzione dell’ematite è omogena significa che il riscaldamento è avvenuto nel sito. Non mancano piccole interruzioni di questo arrossamento e si ritiene siano dovute a fenomeni pedogenetici e alla naturale ossidazione del ferro. Sono stati altresì analizzati dei campioni adiacenti a quest’area che non hanno restituito segni di riscaldamento, dimostrando che il riscaldamento è avvenuto in un’area localizzata e isolata.
Riguardo il magnetismo ambientale, i risultati mostrano che le proprietà magnetiche di questo sedimento arrossato derivano da diversi e indefiniti episodi di riscaldamento, che sono compatibili con un’attività umana ripetuta. Dalla ricostruzione del profilo degli Idrocarburi Policiclici l’unità dei sedimenti arrossati mostra una distribuzione coerente con quella dei focolari umani sperimentali e archeologici, mentre è lontana dai livelli che si sarebbero avuti in caso di un incendio naturale. Infine, le indagini spettroscopiche hanno riconfermato la presenza di un riscaldamento, stabilendo le diverse temperature a cui il terreno è stato sottoposto: inferiori a 400 °C, tra 400 e 750 °C e superiori a 750 °C. In conclusione, i dati ottenuti attraverso queste analisi riflettono attività ripetute di combustione ben localizzate e indipendenti dagli incendi naturali regionali. I risultati quindi sembrerebbero confermare l’ipotesi della più antica manutenzione di un focolare di origine antropica.
Un kit da viaggio primitivo
Un altro elemento a favore dell’origine antropica del focolare di East Farm Barnham è la presenza di due piccoli frammenti di pirite ossidata, recuperati in associazione con altri materiali, tra cui selce riscaldata e manufatti in pietra. Sappiamo che la pirite, se colpita con la selce, permette di produrre scintille incandescenti, ottime per avviare un fuoco in presenza di materiale infiammabile. Infatti, a livello etnografico è ampiamente documentato il suo utilizzo come acciarino naturale. Dato che, geologicamente, la pirite è estremamente rara nella regione di Breckland – dove sono stati analizzati oltre 121.000 clasti dei depositi pleistocenici – gli studiosi hanno ipotizzato che questo minerale sia stato trasportato intenzionalmente e introdotto nel sito come parte di un kit per l’accensione del fuoco.
Una conoscenza condivisa
Ad oggi, il sedimento riscaldato individuato nell’Area I del sito di Barnham rappresenta la prova più solida di un mantenimento antropico del fuoco. La presenza di selce con segni di riscaldamento è inoltre stata interpretata come una possibile traccia indiretta della presenza di altri focolari obliterati dal tempo. A rafforzare quest’ipotesi vi è la presenza di siti vicini geograficamente e cronologicamente, come Beeches Pit e Devereux’s Pit, che mostrano evidenze analoghe, dimostrando un uso controllato del fuoco assai diffuso nella regione.
Appare chiaro come le evidenze emerse nel sito di Barnham raccontano comportamenti molto complessi e moderni: conoscenza profonda dei materiali (come la pirite), comprensione del rapporto causa-effetto (produzione di scintille e innesco), il trasporto intenzionale di strumenti utili per l’accensione del fuoco (creazione di kit o riserve appositi da utilizzare in un secondo momento in caso di necessità). Questi comportamenti, tanto avanzati tecnologicamente, dimostrano come molti traguardi cognitivi non siano appannaggio di Homo sapiens ma fanno parte di un patrimonio di conoscenze trasmesso e condiviso per molto, molto tempo.
Riferimenti:
Davis, R., Hatch, M., Hoare, S., Lewis, S. G., Lucas, C., Parfitt, S. A., Bello, S. M., Lewis, M., Mansfield, J., Najorka, J., O’Connor, S., Peglar, S., Sorensen, A., Stringer, C., & Ashton, N. (2025). Earliest evidence of making fire. Nature, 649(8097), 631–637. https://doi.org/10.1038/s41586-025-09855-6
Foto: di ClickerHappy

Archeologa preistorica, specializzata in Quaternario, Preistoria e Archeologia, con Laurea Magistrale presso l’Università di Ferrara e una solida esperienza in scavi e ricerche su siti preistorici in diverse regioni italiane. Ha partecipato a progetti di valorizzazione del patrimonio culturale, attività di sorveglianza archeologica e iniziative di divulgazione scientifica e culturale in Abruzzo.

