L’evoluzione della sessualità è una questione ancora aperta

La recente proposta di considerare l’accoppiamento casuale come il comportamento sessuale più primitivo ha suscitato perplessità nei difensori delle teorie tradizionali


In una Prospettiva pubblicata lo scorso dicembre 2019 su Nature Ecology & Evolution, cinque ricercatori statunitensi avevano proposto di riconsiderare la teoria sull’evoluzione della sessualità, sostenendo che il “paradosso evolutivo” rappresentato dall’esistenza di comportamenti omosessuali nel mondo animale potrebbe essere risolto semplicemente ribaltando la prospettiva classica e considerandoli alla stregua di qualsiasi altro carattere ereditabile (Pikaia ne ha parlato qui): secondo questa ipotesi alternativa, a partire dalla comparsa dell’anisogamia, i comportamenti sessuali tra individui di sesso opposto (DSB) e di sesso uguale (SSB) sarebbero coesistiti in una sorta di indiscriminata promiscuità tra conspecifici precedente alla comparsa del dimorfismo sessuale, il quale avrebbe poi permesso una sicura distinzione tra i sessi opposti.

Tuttavia, come spesso accade nel mondo scientifico (e non solo), le idee che mettono in discussione una teoria o un concetto già ampiamente accettati dalla maggioranza possono ingenerare scetticismo e perplessità nei più conservatori. E così è successo anche in questo caso: la Prospettiva di Monk e colleghi ha infatti suscitato ben due Matters arising pubblicati sulla stessa rivista scientifica, Nature Ecology & Evolution. Si tratta di brevi articoli che non hanno lo scopo di riassumere i risultati di una ricerca scientifica condotta dagli autori, né di avanzare ipotesi innovative, bensì contengono una discussione strettamente collegata ai concetti esposti nell’articolo a cui si riferiscono, in questo caso la Prospettiva, e si occupano di contestarli e di attaccarli nei punti ritenuti essere i più deboli.

È proprio quello che fa il Matters arising di Clive, Flintham e Savolainen, ricercatori dell’Imperial College London (Inghilterra), i quali sostengono che Monk e colleghi non hanno fornito davvero una teoria alternativa ma semplicemente si sarebbero confusi su quella attuale. Infatti, secondo Clive e colleghi, gli autori della Prospettiva avrebbero commesso una serie di fraintendimenti: ad esempio, affermare che la comunità scientifica ritiene che il SSB derivi da una condizione più ancestrale di DSB e che sia un tratto neutrale o addirittura non-adattativo, con elevati costi in termini di fitness o al massimo benefici relativi solo alla fitness “indiretta”(quando in realtà esistono numerose ipotesi adattative “classiche” che ne descrivono i benefici diretti, come quelle descritte nell’opera di Sommer e Vasey “Homosexual Behaviour in Animals: An Evolutionary Perspective”). Un altro errore concettuale commesso da Monk e colleghi, secondo gli autori, starebbe nel sostenere che la teoria classica ha sempre spiegato il SSB seguendo il modello di Parker (che considera la comparsa del SSB come successiva e indipendente dall’evoluzione dell’anisogamia, del dimorfismo sessuale e del DSB), anche se in realtà questo stesso modello, affermano Clive e colleghi, ammette che sia esistito un certo grado di imperfezione nell’ancestrale capacità di riconoscimento tra i sessi e non avalla necessariamente l’idea di un primordiale esclusivo comportamento di DSB. Quello di cui invece sono convinti gli autori del Matters arising è che la presenza così frequente del SSB non possa essere considerata come una semplice omologia ma piuttosto derivi dalla comparsa multipla all’interno dell’albero filogenetico dei vari taxa, e per motivi sempre diversi: se in molti invertebrati può essere dovuto a un riconoscimento impreciso tra i sessi, in alcuni primati potrebbe invece derivare da un’effettiva attrazione tra individui dello stesso sesso. Infine, nonostante Monk e colleghi affermino che la teoria classica presuppone l’ancestralità esclusiva del DSB, non esistono ad oggi articoli pubblicati in merito, e comunque il mantenimento di entrambi i tratti, DSB e SSB, fino ai giorni nostri non potrebbe in ogni caso essere spiegato semplicemente risalendo alla loro origine.

E proprio su quest’ultimo punto si concentra la discussione contenuta in un altro Matters arising, elaborato da Dickins e Rahman, due ricercatori di Londra affiliati rispettivamente all’Istituto di Psichiatria del King’s College e al Dipartimento di Psicologia della Middlesex University. Dal loro punto di vista, l’approccio tradizionale considera in effetti il SSB ancestrale come un tratto emerso in seguito all’evoluzione del DSB ed sarebbe legittimo ipotizzare che la permanenza del SSB nei taxa attuali sia il risultato di un qualche “errore” (dal momento che si tratta di un carattere marginale in termini di frequenza all’interno della popolazione e le cui cause possono essere molteplici) ma non sarebbe però riconducibile con sicurezza allo strascico evolutivo di un comportamento primordiale, come affermano invece Monk e colleghi. In altre parole, secondo Dickins e Rahman ipotizzare l’ancestralità del SSB non basta a spiegarne la presenza stabile nelle popolazioni attuali. Ci si chiede perché ma ci si deve chiedere anche come questo carattere si è trascinato fino ad oggi. Una grave omissione degli autori sarebbe stata quella di dimenticarsi che la selezione agisce soltanto sulla base della variabilità di tratti ereditabili e quindi per confermare le loro ipotesi sarebbe necessario verificarle andando a ricercare all’interno dei taxa qualche fattore di ereditabilità legato al SSB. Ma, secondo la logica di Dickins e Rahman, quali tratti si dovrebbero analizzare? La frequenza relativa degli incontri tra individui dello stesso sesso? Le preferenze sessuali? Le risposte fisiologiche agli stimoli sessualmente dimorfici? Per non incorrere in fraintendimenti, Monk e colleghi si erano ben guardati dal fare riferimento al concetto di “orientamento sessuale”, senza però accorgersi che in realtà questa locuzione riassume molto bene la serie di adattamenti che loro stessi ammettono essere entrati in gioco in seguito alla comparsa del dimorfismo sessuale. La questione dunque non è affatto risolta: non resta che attendere di leggere come si difenderanno gli autori della Prospettiva da questi “attacchi” tutt’altro che innocui.


RIFERIMENTI:

Monk, J. D., Giglio, E., Kamath, A., Lambert, M. R., & McDonough, C. E. (2019). An alternative hypothesis for the evolution of same-sex sexual behaviour in animals. Nature ecology & evolution, 1-10.

Clive, J., Flintham, E., & Savolainen, V. (2020). Understanding same-sex sexual behaviour requires thorough testing rather than reinvention of theory. Nature Ecology & Evolution, 1-2.

Dickins, T. E., & Rahman, Q. (2020). Ancestral primacy of same-sex sexual behaviour does not explain its stable prevalence in modern populations. Nature Ecology & Evolution, 1-2.