Lo sterminatore di Thag

Thagomizer comic

Paleontologia e fumetto si incontrano nella storia della parola “thagomizer”, la tipica formazione ossea alla fine della coda dello stegosauro. L’ha raccontata Peppe Liberti sul sito di Quasi, rivista di critica del fumetto

«Stupido come un dinosauro» si è detto per decenni e non si poteva che pensare a lui, all’immenso brontosauro, il lucertolone tonante, vittima perfetta dei pregiudizi di molti tra gli umani, tutti maschi fissati con le dimensioni. Grosso, grasso, lento e con un cervello troppo piccolo rispetto al resto, dunque scemo, come se dovesse fare chissà cosa, la povera bestia. Di pari imbecillità era considerato il suo degno compare, il poco meno celebre stegosauro, il lucertolone ricoperto. La sua misera e appiattita cavità cranica, posta all’interno di una testolina poggiata su un corpaccione da elefante, era in grado di ospitare un cervello assai ridotto. In un lontano passato, qualche paleontologo lo aveva giudicato talmente inadeguato da spingersi a ipotizzare la presenza di un secondo cervello nei pressi di zone poco nobili del corpo. Che stupidaggine! Ammettiamolo pure, lo stegosauro non era certo aggraziato e non brillava per intelligenza, ma qualcosa di cui potersi vantare l’aveva senz’altro: le grandi piastre che ne ornavano il dorso, per esempio, e i quattro lunghi aculei che spuntavano sulla parte terminale della coda. A cosa sarebbero potuti mai servire quegli spuntoni affilati se non a difendersi dagli stupidi? Dai cavernicoli, per esempio, loro sì che lo erano davvero e, tra tutti, Thag Simmons lo era di più. Ci era rimasto secco infatti, thagomizzato senza pietà.

Se c’è un suffisso buono per formare neologismi, quello è -izzare. Viene usato nel senso di fare, rendere, e coi nomi funziona benissimo (ad esempio berlusconizzare, se vogliamo limitarci all’avanspettacolo occasionale o, più seriamente, galvanizzare). Gli anglofoni, poi, amano costruire termini che suonano, si “vedono” e si vendono bene e dunque in giro vi potrà capitare di trovare cose come pulp-o-mizer, il generatore di copertine personalizzate (customized) di riviste pulp o list-o-mizer, il riordinatore di liste. E così non vi deve meravigliare se Thagomizer è il nome giusto per indicare la coda chiodata dello stegosauro, il (dis)facitore di Thag.

Thagomizer

Non cominciate con la solita storia però: «eh, ma che sciocchezza, dinosauri e umani non hanno mai convissuto!» perché ci ha già pensato Gary Larson a scusarsi. Se sfogliate The Prehistory of The Far Side: A 10th Anniversary Exhibit, il libro che rimette ordine in tutto quello che ha prodotto dal 1979 al 1989, proprio sotto alla vignetta del 27 maggio 1982 in cui il termine Thagomizer appare per la prima (e unica) volta, troverete scritto: «Non ero sicuro di quale sezione di questo libro sarebbe stata un buon posto per togliermelo di dosso, ma ho sempre sentito di aver commesso una piccola eresia ogni volta che ho disegnato fumetti (come quelli qua sopra) che mettevano assieme dinosauri e uomini primitivi. Penso che dovrebbero esserci dei confessionali per fumettisti dove potremmo andare e dire cose del tipo: “Padre, ho peccato: ho disegnato dinosauri e ominidi insieme nello stesso fumetto”».

Ma poi, a dirla tutta, non è che le mucche parlino l’inglese o gli alieni portino gli occhiali, almeno credo, e quindi perché cospargersi il capo di cenere? I paleontologi, quelli veri, il problema non se lo sono posto. Anzi.
Il primo a utilizzare Thagomizer di fronte a un consesso di autorevoli scienziati pare sia stato Kenneth Carpenter, all’epoca impiegato al Museo di Storia Naturale di Denver e ora direttore del Museo preistorico dell’Università dello Utah. Era il 1993 e ad Albuquerque nel Nuovo Messico si stava svolgendo il cinquantatreesimo meeting annuale della Società di paleontologia dei vertebrati. Carpenter era lì per presentare la ricostruzione dello scheletro dello stegosauro più completo mai trovato. All’epoca l’ipotesi che la coda del bestione analfabeta venisse utilizzata come arma stava cominciando a fare proseliti. Serviva dunque un nome e uno come Carpenter poteva rimediarlo. Nato a Tokio nel 1949, cinque anni prima che Godzilla la distruggesse, il giovane Kenneth si era dedicato allo studio dei lucertoloni corazzati proprio a causa della passione per il gigante emerso dalle acque del Pacifico. Nel 1997, dopo averne scoperto le ossa, aveva deciso di battezzare Gojirasaurus un dinosauro vissuto poco più di 200 milioni di anni fa nel Nuovo Messico. Gojirasaurus deriva da Gojira ovviamente, il nome originale del mostro giapponese, un po’ gorilla (Gorira) e un po’ balena (Kujira). Non è dunque strano che apprezzasse Larson e quella vignetta in particolare.

La provocazione di Carpenter, se così si può chiamare, fece subito il giro degli ambienti giusti e pochi anni più tardi, nel 1996, un altro paleontologo di futura fama, Thomas R. Holtz, interveniva nel dibattito suggerendo di non abusare del termine, buono sì per gli stegosauri, assai meno per le escrescenze ossee che si trovano sulla coda degli anchilosauri, i lucertoloni ricurvi. Nel 1998, Bob Bakker, probabilmente il più celebre e discusso tra i paleontologi qua elencati, mostrando durante una conferenza un buco in un osso di allosauro – il lucertolone differente – aveva sottolineato come si adattasse perfettamente a una delle punte della coda di uno stegosauro e che quindi non c’era alcun dubbio che fosse stato colpito da un thagomizer. Aveva detto proprio così, ci sono i testimoni. Nel 2004 infine, sul vecchio e ormai defunto sito web del Museo Nazionale di Storia Naturale dell’autorevolissimo Smithsonian Institute, arrivava la certificazione definitiva: le punte alla fine della coda dello Stegosaurus ora hanno un nome ufficiale, Thagomizer, suggerito in una vignetta di Far Side di Gary Larson.

La coda dello stegosauro è protagonista di un’altra vignetta di Larson in cui la si vede in primo piano poggiata sulla sedia di un professore che vi si sta avvicinando e probabilmente vi si siederà, inconsapevole di cosa gli potrà accadere. Al di là della cattedra, piccoli cavernicoli sogghignano. Non posso però a questo punto fare a meno di sottolineare come anche Larson non sia mai riuscito a sottrarsi al pregiudizio che circonda gli stegosauri, trasformandoli anzi nelle sue vittime preferite. Un poveretto lo aveva disegnato mentre concludeva il suo lento cammino contro un albero in un campo in cui di alberi ce n‘era uno solo, quello. Un altro lo aveva immaginato relatore a una conferenza sul cambiamento climatico, impegnato a confermare tutti i preconcetti sulla specie: «La situazione è piuttosto desolante, signori», aveva affermato solenne davanti a un pubblico di collegosauri, «Il clima del mondo sta cambiando, i mammiferi stanno prendendo il sopravvento e tutti noi abbiamo un cervello delle dimensioni di una noce». Una battuta che solo un brontosauro non era in grado di capire.

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Immagine in apertura: Greg Williams in collaborazione con Wikimedia Foundation, sotto licenza Creative Commons Attribution ShareAlike 2.5 License

Questo articolo è stato pubblicato la prima volta sul sito della rivista Quasi ed è qui riprodotto con il consenso dell’autore