Quando il lupo ha paura
Il lupo è sempre più vicino all’uomo: ecco come cambia il suo comportamento dalle zone selvagge ai paesaggi urbanizzati
L’uomo ha paura del lupo.
“È sempre stato l’animale più difficile da amare per gli uomini, ha sofferto come nessun altro …Abbiamo rischiato di farlo estinguere senza nemmeno renderci conto di chi fosse…La sua specie l’hanno aguzzata la montagna e gli ungulati slanciati e agili, l’ha perfezionata la persecuzione dell’uomo.” ha scritto il giornalista Adam Weymouth in Il lupo solitario (Iperborea, 2025).
L’uomo ha quasi portato il lupo all’estinzione, considerandolo una minaccia. Ma anche il lupo, mito di forza e intelligenza e abile cacciatore, ha paura dell’uomo.
È da qui che parte uno studio pubblicato su PNAS, che ha indagato come cambia il comportamento del lupo lungo un gradiente di urbanizzazione. I ricercatori hanno osservato 185 lupi selvatici identificati individualmente in 44 località dell’Italia centrale, esponendoli a due tipi di stimoli: oggetti nuovi e registrazioni di voci umane. I risultati mostrano che i lupi delle aree più urbanizzate tendono a mostrare meno paura al primo incontro con un oggetto nuovo, ma restano più cauti quando l’oggetto cambia; di fronte alle voci umane, invece, la risposta di paura resta forte in tutti gli ambienti. Lo studio mostra anche una rapida abituazione a entrambi gli stimoli e suggerisce che, nei paesaggi antropizzati, il comportamento del lupo non dipenda semplicemente da una minore paura.
Il lupo si avvicina
Dagli ambienti severi in cui si è forgiato, oggi il lupo si avvicina anche a contesti antropizzati, incluse le periferie dei centri urbani. Racconta Rudy Brogi, zoologo dell’Università di Sassari e coautore dello studio:
“La storia recente dell’espansione del lupo in Italia inizia negli anni Settanta. Un piccolissima popolazione superstite, ridotta al minimo storico, si è pian piano accresciuta occupando prima gli Appennini e poi l’arco Alpino. In quel momento, in cui i branchi potevano scegliere dove vivere, la specie ha occupato le aree più remote. In quegli stessi anni la popolazione umana si è spostata dalle zone rurali ai centri urbani, liberando ulteriore spazio al lupo, favorendo la rinaturalizzazione di vasti territori e la conseguente ripresa delle popolazioni di ungulati selvatici. Solo in seguito il progressivo accrescimento della popolazione del lupo lo ha portato ad espandersi in nuovi territori, avvicinandosi ai centri più urbanizzati. I lupi in dispersione, cioè gli esemplari che si allontanano dal branco, si sono dovuti accontentare di aree via via più antropizzate. In Italia non c’è stata alcuna reintroduzione. L’espansione del lupo è il risultato sia di dinamiche di popolazione a seguito di cambiamenti ambientali su larga scala, sia di politiche di tutela quali la classificazione della specie come specie protetta e la creazione di parchi naturali.”
Senza alcuna reintroduzione da parte dell’uomo, il lupo sembra però avvicinarsi sempre più ai suoi spazi. Negli ultimi anni sono aumentate anche le testimonianze diffuse sui social di esemplari o branchi ripresi in contesti urbani o periurbani. L’esplorazione di questi nuovi ambienti rende osservabili comportamenti che fino a poco tempo fa erano difficili da studiare in condizioni naturali.
Spiega Martina Lazzaroni, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma e prima autrice dello studio:
“Abbiamo ideato il progetto nel 2020. In quel periodo si pubblicavano studi che valutavano queste nuove interazioni da parte di specie selvatiche, come ad esempio il coyote, in ambienti urbani”. Lo studio, prosegue Lazzaroni, “non nasce da difficoltà di gestione del lupo, come si potrebbe istintivamente immaginare, ma dal nostro desiderio di comprendere come cambia il comportamento del lupo in contesti a diversi gradi di urbanizzazione.“
Che cosa spaventa un lupo e per quanto tempo
Lo studio ha analizzato le reazioni del lupo a stimoli che imitano la voce umana e a oggetti insoliti. Il comportamento è stato messo in relazione al grado di urbanizzazione, cioè all’intensità della presenza umana nel paesaggio. Spiega Lazzaroni:
“Lo studio è progettato per osservare il comportamento del lupo in Italia, un paese molto antropizzato, lungo un gradiente di urbanizzazione. Siamo riusciti a testare lupi dai contesti rurali di aree remote a quelli urbanizzati, come le periferie di medie e grandi città. Più complesso è invece testare un lupo in pieno centro città.”
I ricercatori hanno usato 44 siti distribuiti nell’Italia centrale, di cui hanno misurato l’urbanizzazione attraverso l’Human Footprint Index. Si tratta di una metrica che utilizza vari indicatori (densità di popolazione, infrastrutture, edifici…) per quantificare l’impatto umano in un’area.
In un primo test i lupi sono stati esposti in sequenza a due oggetti nuovi, leggermente diversi tra loro; in un secondo test, in un sito vicino, sono invece stati esposti a registrazioni di voci umane e vocalizzazioni di uccelli. Il passaggio dei lupi era registrato con fototrappole: i ricercatori hanno registrato e codificato tutti i comportamenti di paura, per esempio mettere la coda tra le gambe o saltare all’indietro.

(B-H) Alcuni dei comportamenti registrati come indicatori di paura: postura insicura, sussulto, fuga, indietreggiamento, camminata lenta, valutazione del rischio ed evitamento. Questi comportamenti sono mostrati qui in relazione agli oggetti, ma sono stati registrati con criteri analoghi anche nel test con le voci registrate. Immagine: dalla pubblicazione
Spiega la Lazzaroni:
“Abbiamo osservato che i lupi sono spaventati dalle voci umane al di là del gradiente di urbanizzazione: non c’è differenza nei diversi ambienti rispetto al loro grado di paura delle voci“
Le reazioni di paura compaiono nell’81% dei record dopo il playback di voci umane, contro il 39% nel caso delle vocalizzazioni di uccelli usate come controllo. Inoltre la voce umana li spaventava circa quattro volte di più rispetto alla presenza di un nuovo oggetto, ma ciò nonostante si abituavano molto in fretta “come se dopo poche esposizioni fossero in grado di capire che si trattava di una simulazione e non della vera voce umana.“
“Il test sugli oggetti – prosegue la ricercatrice – invece prevedeva che proponessimo nuovi oggetti per valutare la neofobia, la paura del nuovo. Abbiamo posizionato questi oggetti in aree più o meno urbanizzate per circa un mese. Gli oggetti avevano anche un po’ di odore umano, perché li avevamo toccati. Dopo un mese il primo oggetto nuovo, veniva sostituito con un oggetto simile ma non uguale, che veniva lasciato lì per un altro mese.”
In questo caso i lupi che vivevano in zone a più alto gradiente di urbanizzazione tendevano a mostrare meno paura del primo oggetto, e in seguito si abituavano alla sua presenza. Anche i lupi di zone meno urbanizzate, col tempo, non mostravano più comportamenti associati alla paura.
Al posizionamento del secondo oggetto, i lupi più selvatici (in zone a bassa urbanizzazione) generalizzavano e non hanno mostrato più paura, come se non notassero la differenza tra il primo e il secondo oggetto. I lupi delle aree più urbanizzate, invece, mostravano una rinnovata paura verso il nuovo oggetto.
“La nostra ipotesi è che mantenere un livello di allerta permette ai lupi urbani di muoversi in ambienti antropizzati con maggiore attenzione alle differenze e ai piccoli cambiamenti – spiega la ricercatrice. A differenza di quelli ‘wild’ i lupi urbani si muovono in un ambiente più ricco di stimoli continuamente nuovi e pericolosi. L’uomo è la prima causa di morte del lupo: nelle aree con maggiore densità umana potrebbe dunque essere vantaggioso per i lupi mantenere uno stato di maggiore attenzione.“
Il lavoro mostra anche che i lupi reagiscono con minore paura quando incontrano questi stimoli in gruppo. Anche questo vale sia per gli oggetti nuovi sia per le registrazioni, e suggerisce che la socialità attenui almeno in parte la risposta di paura.
Ricontestualizzare la paura
L’aumento della vicinanza e delle interazioni tra lupo e uomo costringe a progettare pratiche di convivenza. Questo scenario, relativamente nuovo su larga scala, obbliga a interagire con il lupo e con la sua intelligenza evitando semplificazioni: costringe prima di tutto a conoscerlo.
I dati riportati nello studio non mirano direttamente alla progettazione di pratiche e politiche di tutela e di gestione, ma contribuiscono a riformulare l’immaginario del lupo. Invitano a uscire dal sentimento totemico di ambivalenza che spesso guida le decisioni e ad avvicinarsi a questa specie con maggiore attenzione, così come il lupo sta entrando sempre più nel nostro paesaggio. Non un semplice problema da gestire, né un mito da sacralizzare. Piuttosto, un animale reale, capace di modulare con flessibilità il proprio comportamento in ambienti che per lui sono insieme rischiosi e ricchi di opportunità. È anche in questa complessità che si gioca la possibilità di una convivenza.
La proposta, allora, non è assolvere o demonizzare il lupo, ma provare a raccontarlo meglio. Citando Adam Weymouth: “in fondo avere un rapporto soggettivo con il mondo naturale è quello che tutti noi desideriamo.”
Riferimenti
Lazzaroni M. et al., Wolves respond differently to human cues as they expand into urban landscapes, PNAS, 2026. https://www.pnas.org/doi/epdf/10.1073/pnas.2529810123
In apertura: foto di Sassoferrato.tv, CC BY 2.0, via Flickr
Biologo molecolare, ha svolto attività di ricerca per un breve periodo pubblicando su importanti riviste di settore. Attirato dalla comunicazione ha lavorato per aziende farmaceutiche e infine ha trovato la sua consona espressione nell’insegnamento e nella divulgazione scientifica. Per certificare le competenze di divulgazione ho svolto un corso con Feltrinelli con docenti S.I.S.S.A. Scrive di scienza in diversi ambiti.

