Nuova interpretazione delle affermazioni di Darwin sugli insetti sterili

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L’altruismo, oggigiorno, non è più quel fenomeno indecifrabile che tanto imbarazzo procurò ai teorici classici dell’evoluzione. Attualmente, infatti, i biologi dispongono di potenti modelli che consentono di spiegare come tale comportamento possa evolvere per selezione naturale. Uno di tali modelli, probabilmente il più esplicativo, è offerto dalla teoria della fitness complessiva (altrimenti nota come teoria della selezione di parentela), formulata […]


L’altruismo, oggigiorno, non è più quel fenomeno indecifrabile che tanto imbarazzo procurò ai teorici classici dell’evoluzione. Attualmente, infatti, i biologi dispongono di potenti modelli che consentono di spiegare come tale comportamento possa evolvere per selezione naturale. Uno di tali modelli, probabilmente il più esplicativo, è offerto dalla teoria della fitness complessiva (altrimenti nota come teoria della selezione di parentela), formulata per la prima volta da W. D. Hamilton negli anni ’60 del ‘900. Prima di allora, però, la teoria classica (e cioè neodarwiniana) dell’evoluzione ebbe non pochi problemi con l’altruismo, la cui evoluzione per selezione naturale sembrava dar luogo ad un vero e proprio paradosso: come poteva, la selezione naturale, premiare un carattere che danneggia, anziché beneficiare, la fitness del suo portatore? La difficoltà era seria, e minacciava d’intaccare la teoria alle sue stesse fondamenta.

La stragrande maggioranza degli studiosi è convinta che già Darwin, fin dalla prima edizione (1859) de L’origine delle specie, fu in grado di cogliere pienamente l’importanza della suddetta difficoltà, e che fu addirittura all’altezza di abbozzare la sua soluzione (più di un secolo prima di Hamilton!). A sostegno di queste due congetture, gli studiosi di cui sopra sono soliti addurre le seguenti citazioni, tratte dal settimo capitolo del capolavoro darwiniano (prima edizione): « […] mi limito ad una speciale difficoltà, che mi parve dapprima insuperabile ed effettivamente fatale per l’intera mia teoria. Alludo alle femmine neutre o sterili delle comunità d’insetti […] .» e «Questa difficoltà, nonostante sembri insuperabile, si riduce, o, come credo, scompare, quando si ricordi che la selezione può applicarsi alla famiglia proprio come si applica all’individuo, e può così raggiungere lo scopo desiderato.». La speciale difficoltà alla quale Darwin allude nella prima delle due citazioni, viene prontamente identificata con il problema dell’altruismo, altruismo che tanto marcatamente contraddistingue gli individui sterili degli insetti eusociali. Quanto alla seconda citazione, invece, si ritiene che la spiegazione si riferisca alla speciale difficoltà di cui sopra, e che tale spiegazione equivalga ad una lungimirante anticipazione della teoria della selezione di parentela. Questa, a tutt’oggi, è l’interpretazione dominante delle affermazioni di Darwin sugli insetti sterili; ma siamo sicuri che si tratti della loro più giusta interpretazione?

Gli autori di un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Behavioral Ecology and Sociobiology, ritengono di no. In questo articolo, gli autori suggeriscono infatti una diversa lettura dei passi darwiniani in esame. In primo luogo, essi sostengono che, a turbare così profondamente Darwin, non fu l’altruismo degli insetti sterili (altruismo del quale la sterilità è la massima espressione), quanto piuttosto la possibile esistenza di cospicue e nette differenze (sia morfologiche che comportamentali) tra gli insetti sterili di una stessa colonia. A sostegno di ciò, gli autori dell’articolo riportano la seguente citazione di Darwin (tratta sempre dal settimo capitolo de L’origine delle specie, prima edizione): « […] ma non abbiamo ancora toccato il punto più alto della difficoltà; e cioè il fatto che i neutri di molte formiche differiscano, non solo dalle femmine fertili e dai maschi, ma anche tra loro, talvolta in una misura pressoché incredibile […] .». Comunque, pur non essendo questa la sua principale preoccupazione, Darwin si occupò effettivamente dell’evoluzione e del significato adattativo della sterilità, e quindi dell’altruismo. Su questo versante, però, gli autori dell’articolo invitano a non esagerare il grado di comprensione del fenomeno da lui raggiunto, grado inevitabilmente limitato dalla sua sostanziale ignoranza della genetica. Riferendosi alle idee di Hamilton, gli autori dell’articolo scrivono infatti: «Quando L’origine fu scritta, la genetica non esisteva, e sarebbe stato virtualmente impossibile, per Darwin, elaborare queste idee. […] Darwin fu lungimirante nell’avere intuizioni strettamente legate agli interessi attuali e ai principi-chiave coinvolti, tra cui la parentela e i vantaggi per la colonia, anche se queste non sono degli esatti precursori del pensiero moderno.».

Dalla lettura di questo articolo, si possono e dovrebbero trarre due importanti insegnamenti: in primo luogo, la nostra conoscenza del presente (importanza della difficoltà dell’altruismo) non dovrebbe condizionare la nostra ricostruzione del passato (pensiero di Darwin) fino al punto di travisarlo; in secondo luogo, anche personaggi della massima levatura (Darwin) risentono inevitabilmente dei limiti dettati dal contesto storico di appartenenza (prima della nascita ufficiale della genetica).

Alessandro Rocca


Riferimenti

Darwin, C. R. : On the Origin of  Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of the Favoured Races in the Struggle for Life (1a ed., 1859; 6ª ed., 1872); John  Murray, London

Hamilton, W. D. :The Evolution of Altruistic Behavior (1963); The American Naturalist 97, 354-6

Hamilton, W. D. The Genetical Evolution of Social Behaviour. I (1964); Journal of Theoretical Biology 7, 1-16

Hamilton, W. D. The Genetical Evolution of Social Behaviour. II (1964); Journal of Theoretical Biology 7, 17-52

Ratnieks, F. L. W. & Foster, K. R. & Wenseleers, T. Darwin’s special difficulty: the evolution of  “neuter insects” and current theory (2010);   Behavioral Ecology and Sociobiology 65: 481-92 (doi:10.1007/s00265-010-1124-8)