Prima del bipedismo c’era Danuvius guggenmosi

La nuova specie di primate non è un anello mancante tra le scimmie e l’uomo, ma uno dei rami dell’albero evolutivo dei primati


L’evoluzione umana è troppo spesso rappresentata e identificata nell’immaginario collettivo con la famosa sequenza di silhouette che inizia con una forma scimmiesca da una parte e termina con un profilo umano dall’altra, inframmezzate da forme intermedie progressivamente sempre più erette e antropomorfe: una camminata evolutiva verso il bipedismo, in cui nel corso del tempo le scimmie si sarebbero trasformate in uomini. Non è necessario essere biologi evoluzionisti per intuire che questa raffigurazione – grafica e mentale – è totalmente errata, dal momento che nel processo di evoluzione non esiste alcuna direzionalità, anche se sappiamo che perfino studiosi esperti come Haeckel e Dubois caddero nell’errore di cercare “anelli mancanti” o “anelli di congiunzione” nella storia evolutiva dell’uomo (Pikaia ne aveva parlato qui).

Oggi l’utilizzo di queste locuzioni, da tempo superate dalla moderna teoria evoluzionistica ma comunque inflazionate nei media, denuncia una conoscenza approssimativa, se non un’ignoranza, della materia in questione e induce il pubblico a ritenere, in definitiva, che vi sia una vera e propria catena evolutiva lineare e progressiva, di lamarckiana memoria, dove l’uomo sarebbe l’”anello” finale e compiuto mentre invece le specie alle sue spalle sarebbero inferiori e imperfette. Tuttavia, ogni volta che si parla di evoluzione, i giornalisti e i divulgatori tutti, così come chiunque si voglia pronunciare in merito, farebbero meglio a parlare di forme di transizione, anziché di anelli, e a raffigurare il processo dell’evoluzione, anziché come una catena, come un albero (filogenetico, ma qui si va sul tecnico e Pikaia ne ha parlato qui) nel quale le estremità rappresentano i taxa o le specie discendenti mentre i nodi dei rami gli antenati comuni.

Tra le vittime di tali fraintendimenti concettuali troviamo anche l’evoluzione del bipedismo nella specie umana, forse perché la postura eretta sugli arti inferiori fa parte dei tratti fenotipici più eclatanti che ci contraddistinguono dagli altri primati e la “discendenza dalle scimmie” è il modo più facile (ma più superficiale) per spiegarla a un pubblico di non addetti (qui un esempio). A questo proposito, un recente studio uscito sulla rivista Nature arricchisce l’albero dell’evoluzione umana con un nuovo ramo, i cui resti sono stati trovati nella regione bavarese dell’Algovia, in Germania: è stata chiamata Danuvius guggenmosi e deve il suo nome scientifico all’archeologo bavarese Sigulf Guggenmos e a Danubio, dio fluviale celtico-romano nonché fiume dell’Europa centro-orientale.

Le ossa fossili risalgono a 11,62 milioni di anni fa e appartengono a una grande scimmia miocenica, dotata di uno scheletro con caratteristiche morfologiche comuni sia ai primi uomini sia alle scimmie sospensorie: un ampio torace, una colonna vertebrale particolarmente allungata e invaginata nella zona lombare, avambracci estesi e dita con pollice opponibile, articolazioni degli arti inferiori che ricordano quelle adatte a una locomozione bipede. Probabilmente questa specie si spostava in quadrupedismo con un movimento definibile “extended limb clambering”, cioè trascinandosi grazie al contributo di tutti e quattro gli arti distesi, una forma di locomozione arboricola antecedente sia al bipedismo obbligato, che dipende solo dagli arti inferiori, sia alla sospensione totale, che sfrutta solo gli arti superiori. La compresenza di tratti umani e scimmieschi ha portato molti a ritenere erroneamente la nuova specie un anello di congiunzione tra noi e le scimmie. In effetti, l’unicità di Danuvius risiede proprio nella combinazione degli attributi morfologici degli arti e delle vertebre, che gli permettevano di assumere una postura e un’andatura che non avevamo ancora mai visto nella storia evolutiva umana. Tuttavia, tali caratteristiche rendono questo primate dell’Europa miocenica un potenziale modello di riferimento dell’antenato che l’uomo ha in comune con le attuali scimmie ma è del tutto sbagliato, come si è detto, considerarlo come un anello mancante.


Riferimenti:
Böhme, M., Spassov, N., Fuss, J., Tröscher, A., Deane, A. S., Prieto, J., … & Begun, D. R. (2019). A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans. Nature, 1-5.

Immagine: Pixabay