Shark Tale

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C’era una volta un piccolo squalone dentone che sguazzava felice per i mari del nord Italia. Ad un tratto, il nostro squalone dentone fu colto da un leggero languorino. Non trovando nei paraggi né l’atleta Andrew né il maggiordomo Ambrogio da sgranocchiare, il nostro sfortunato amico si vide pertanto costretto a tirare un paio di morsi ad un infido delfino. […]

C’era una volta un piccolo squalone dentone che sguazzava felice per i mari del nord Italia. Ad un tratto, il nostro squalone dentone fu colto da un leggero languorino. Non trovando nei paraggi né l’atleta Andrew né il maggiordomo Ambrogio da sgranocchiare, il nostro sfortunato amico si vide pertanto costretto a tirare un paio di morsi ad un infido delfino. Quest’ultimo, inspiegabilmente, non solo non fu affatto soddisfatto della possibilità di migliorare la vita del prossimo suo, ma decise di fare la spia, portando tutti a conoscenza dell’operato del povero cucciolotto affamato. Come? Mostrando a destra e a manca l’impronta dentale del povero squalone impressa sulle proprie ossa. Che fossero furbi si sapeva, ma chi pensava che animali così apparentemente innocui potessero giungere a tanto? E tutto questo per un paio di morsi! Ma poiché la vendetta è un piatto che va servito freddo, il perfido cetaceo ha atteso 4 milioni di anni prima di attuare il suo piano malefico.

Per prima cosa, ha fatto in modo di fossilizzarsi. Ha poi atteso pazientemente che le acque si ritirassero dal Piemonte portandolo all’asciutto, nell’odierna località di Bagnasco. Qui, nel 1883, decise di fare la sua grande apparizione, pronto ad infangare la reputazione del nostro piccolo dentone. Purtroppo per lui però, il suo piano non ebbe fortuna: il suo scheletro venne infilato nel Museo Regionale di Storia Naturale di Torino, catalogato con l’anonimo numero MGPT PU13884 e lasciato lì a prendere polvere.

Dai squalone dentone! Il tuo segreto è al sicuro! Ebbene no. Oltre un secolo dopo, Giovanni Bianucci, ricercatore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa (della cui buona fede non dubitiamo), si rese suo malgrado complice del bieco disegno. Bianucci stava infatti effettuando un ampio studio sui fossili di delfino quando a un tratto, trovandosi di fronte al malefico animale torinese, notò i segni del morso su costole, vertebre e mandibole. Fatti non fummo a viver come bruti: il ricercatore, incuriosito dal ritrovamento, decise quindi di seguire virtute e canoscenza e identificare i protagonisti della nostra storia, per poi spiattellare tutto sull’ultimo numero di Palaeontology.

Poiché il malfattore aveva fatto di tutto per salire alla ribalta, per il nostro Sherlock pisano identificare la vittima dell’attacco fu facile:  un esemplare lungo 2,8 m di una specie estinta di delfino (c’è un karma in questo Universo!) conosciuta come Astadelphis gastaldii. Rimaneva da identificare colui che, ahilui, venne soprannominato “L’assassino”. L’unica pista da seguire era un morso. Poichè siamo in una società ingiusta, ogni volta che pensiamo a denti nell’acqua pensiamo agli squali. Il nostro detective decise quindi di contattare l’esperto in squali fossili Walter Landini. “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” deve essersi detto il nostro Bianucci.

E cosa avrà mai detto il nostro Watson? Disse che la levigatezza dei segni del morso sulle costole indicava chiaramente che i denti dell’aggressore (suvvia, che termini esasperati!) non erano serrati: questo escluse immediatamente alcune possibilità. Visto che siamo nel terzo millennio e i metodi non sono più quelli della vittoriana Inghilterra del XIX secolo (chi non ha mai visto C.S.I. si faccia da parte, prego), come novelli Gil Grissom i nostri ricercatori toscani hanno simulato i segni del morso dei potenziali colpevoli. Comparandoli con la forma e la dimensione dei segni sui fossili, il team ha ristretto via via il campo di indagine, fino a giungere al nostro povero amico affamato, un Cosmopolitodus hastalis di 4 m, come calcolato dal R.I.S. di Pisa durante le loro analisi forensi. Anche l’evidenza circostanziale supportò tale verdetto: i denti fossili del Cosmopolitodus sono infatti comuni nelle sequenze di roccia in cui venne trovato il delfino.

Apoteosi. Ebbri del loro successo, i nostri eroi decisero di spingersi oltre. Le incisioni dei denti erano più profonde e più chiare sulle costole del delfino: questo indicava che l’attacco era giunto dal basso, all’addome. Secondo la ricostruzione il delfino, stretto nel potente morso, avrebbe lottato disperatamente. Lo squalo avrebbe quindi staccato un grosso pezzo di carne scuotendo ferocemente il corpo. Calunnie, fandonie, noi lo sappiamo. Il morso avrebbe inoltre causato gravi danni e un’intensa perdita di sangue, a causa della densa rete di nervi, vasi sanguigni e organi vitali presenti nell’area interessata. Quasi morto o in stato di shock, il delfino si sarebbe poi girato sul dorso, subendo un secondo morso, vicino alla carnosa pinna dorsale. Per forza, che cosa doveva addentare il povero Cosmy per placare i morsi della fame? E ora fa anche la figura del cattivo…

Come mai, spiegazioni odisseiche a parte, tanto accanimento sul nostro povero squalone dentone? Perché tanto interesse?Purtroppo per il nostro Cosmy le evidenze fossili comportamentali sono incredibilmente rare. Tali studi sono quindi importanti perché ci danno uno scorcio delle interazioni ecologiche tra organismi nei mari preistorici. Sebbene i denti di squalo siano tra i resti più comuni di vertebrati nel record fossile, interpretare i dettagli della dieta e del comportamento nutrizionale di questi pesci estinti è estremamente difficile. Perciò i resti fossili delle specie predate con segni del morso forniscono prove dirette di cosa ogni squalo preistorico mangiava e come si comportava.

Fatto sta che, misero e tapino, il nostro povero amico è stato infine colto con le pinne nelle frattaglie. È un mondo difficile…

Luca Perri


Riferimenti:
Giovanni Bianucci, Barbara Sorce, Tiziano Storai, Walter Landini. Killing in the Pliocene: shark attack on a dolphin from Italy. Palaeontology, 53(2): 457-470, 2010.

L’immagine è di Luca Perri