Sulle tracce dei lupi del medioevo

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Dall’Italia medievale di Matilde di Canossa e Ruggero II uno straordinario reperto aiuta a far luce sull’evoluzione e la diffusione dei lupi

È una femmina di Canis lupus dell’Italia medievale il reperto trovato nel 2016 a Gussola (CR) da Davide Persico, Professore associato del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma. Lo afferma un recente studio pubblicato su Historical Biology, del quale abbiamo discusso con Dawid Iurino, Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Terra di “Sapienza” Università di Roma, che ha guidato l’intera ricerca.

Il risultato delle analisi è frutto di uno sforzo corale che ha coinvolto i ricercatori di numerose università italiane. Lo studio multidisciplinare ha permesso di stabilire la specie, l’età, la datazione e il sesso dell’individuo, oltre a fornirci dati essenziali sull’evoluzione dei lupi negli ultimi secoli. I ricercatori hanno affermato che “questo studio fornisce la descrizione più completa di un C. lupus del Medioevo in Italia e sottolinea come i campioni archeozoologici rappresentino una fonte essenziale di informazioni per comprendere la dinamica, la diversità e la distribuzione dei lupi del passato e di oggi”.

Il paradosso archeozoologico

Gli studi effettuati sui lupi del medio e tardo pleistocene (reperti di Grotta Ladrenizza, Covoli di Velo, Romagnano e Broion) hanno permesso di evidenziare il ruolo cruciale che la penisola italiana ha svolto nella dispersione e la diversificazione delle popolazioni di lupi europei durante quell’epoca. Tuttavia sappiamo poco sull’evoluzione dei lupi nell’olocene (dalla fine dell’ultima glaciazione a oggi) e ancor meno sulle dinamiche popolazionali degli ultimi secoli.

Chi vuole ricostruire l’evoluzione dei lupi quaternari (la specie Canis lupus è in Europa da almeno 400mila anni) si trova di fronte a un paradosso, si legge nella ricerca, in quanto esistono più reperti sui lupi del pleistocene che su quelli vissuti pochi secoli fa. La scarsità di reperti ben conservati pare controintuitiva se si considerano le persecuzioni che il lupo ha subito dall’inizio del medioevo fino a pochi decenni fa.

Il dottor Iurino afferma che l’assenza di resti di lupo medievale sia probabilmente da ricondurre alla mancanza di luoghi di scarto, nei quali venivano comunemente accumulati i resti della selvaggina o degli animali di allevamento. Le carcasse del lupo venivano invece abbandonate dopo aver prelevato le orecchie o la coda, utili per la riscossione della taglia. C’è poi un problema legato alla difficoltà di stabilire la provenienza e l’identità di un record fossile. Sono infatti migliaia i frammenti ossei che vengono ritrovati durante le ricerche, e tra questi reperti qualcuno è sicuramente appartenuto a un lupo, ma sono purtroppo mal descritti o difficilmente identificabili.

Pertanto, conclude Iurino, nel caso dei vertebrati trovare un cranio perfettamente conservato significa trovare un tesoro inestimabile. Permette di evitare che il reperto venga sottostimato o lasciato in sospeso e offre la possibilità di effettuare valutazioni sull’anatomia e la biologia di un organismo che con pochi frammenti sarebbero difficili o impossibili da fare.

L’importanza del DNA mitocondriale

Disporre di dati che ci permettano di risalire al pool genico di una popolazione vissuta in un dato periodo storico è essenziale per ottenere ricostruzioni attendibili della distribuzione e diversificazione spaziale che la specie ha subito nel corso del tempo. In particolare, è il DNA mitocondriale (mtDNA), contenuto nei mitocondri e non nel nucleo della cellula, a permetterci in questo caso di seguire l’evoluzione nel tempo.

Il DNA mitocondriale del reperto appartiene al più antico aplogruppo (aplogruppo 2), che attualmente in Europa sopravvive solo nel lupo appenninico (Canis lupus italicus). Secondo Elisabetta Cilli (Università di Bologna) la perdita dell’antica variabilità genetica all’interno della popolazione Europea non può essere attribuita a una semplice sostituzione (l’aplogruppo 1 è arrivato in Europa 2.700–1.200 anni fa), ma è in buona parte causata delle persecuzioni antropiche che i lupi hanno subito per secoli.

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Estrazione del DNA antico dal reperto (Foto Elisabetta Cilli)

Le ragioni di questa programmatica e costante caccia al lupo sono poche e stranamente attuali. Si riteneva che fosse una minaccia per la sicurezza personale e del bestiame oltre a essere ucciso per ragioni di culto o legate al valore simbolico (sempre negativo) a esso attribuito.

Questa pressione venatoria, spesso incentivata da taglie, portò all’eradicazione totale in molte zone d’Europa. In Inghilterra e in Danimarca nel ‘700, in Svizzera e Germania nel corso dell’800 e in Svezia e Norvegia gli ultimi individui furono uccisi nel 1966 e nel 1973.

Nello stesso periodo in Italia si contavano un centinaio di individui distribuiti sugli Appennini centro-meridionali, ultimi rappresentanti della (sotto)specie Canis lupus italicus. Poi qualcosa cambiò. Il lupo divenne oggetto di tutela legale e, facilitata da una trasformazione socioeconomica e culturale, la popolazione superstite aumentò di numero, riuscendo lentamente e autonomamente a ripopolare i territori precedentemente occupati.

Il recente report pubblicato dall’ISPRA e coordinato dal Life WolfAlps per il monitoraggio nelle Regioni Alpine ha stimato la presenza di 2945-3608 lupi (Canis lupus italicus) sul territorio nazionale.

La popolazione di lupi è quindi in espansione, ma il collo di bottiglia a cui la specie è andata incontro, oltre a portarla vicina all’estinzione, ha reso alcuni caratteri sempre più rari.

La ricerca multidisciplinare

La tomografia computerizzata del cranio, effettuata dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Roma “Sapienza” e utilizzata per effettuare misurazioni biofisiche, ha permesso di analizzare nel dettaglio la struttura interna ed esterna del cranio, compresa la dentatura della mascella superiore. Le analisi comparate tra il reperto fossile e il cranio di un lupo esistente hanno confermato una morfologia assai simile alle forme “robuste” del presente con alcune caratteristiche che richiamano quelle “snelle” del medio e tardo Pleistocene.

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Scansione tomografica del cranio (Foto di Dawid A. Iurino)

Il dimorfismo sessuale che caratterizza i denti dei lupi, oltre alla loro usura, ha permesso di stabilire che si tratta di una femmina di 6-8 anni, probabilmente affetta da una parodontite che deve averla fortemente debilitata. A questo proposito Dawid Iurino fa un’osservazione importante. La paleopatologia, della quale si occupa direttamente, ci permette di ricostruire il vissuto personale dell’individuo al di là della specie, trasportando le “fredde” analisi di laboratorio sul terreno dell’esperienza individuale.

Studiando le patologie prendiamo consapevolezza delle sofferenze e degli ostacoli che quell’individuo ha affrontato nel corso della vita, elementi che ai nostri occhi lo rendono protagonista di una storia personale all’interno della più ampia storia della specie.

La datazione del reperto, che in questi casi sfrutta il metodo del carbonio-14, è stata effettuata nel 2019 presso l’Antico DNA Lab del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna e colloca il reperto tra il 967 e il 1157 d.C.

Lo stesso laboratorio ha estratto il DNA dalle polveri dell’alveolo dentario e inviato il materiale all’Istituto Italiano per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) per le analisi molecolari. Il DNA mitocondriale è stato poi confrontato con quello dei canidi antichi e moderni, raggruppati in un database costruito per l’occasione. Dal confronto è emersa la presenza di una sequenza estremamente rara e molto antica, che presenta un solo carattere di differenza con le forme presenti in Grecia. È, dunque, possibile che questo individuo, il cui patrimonio genetico rientra nella variabilità delle forme moderne, abbia un’impronta che lo lega alle forme balcaniche. Questa prossimità lascia spazio a numerosi scenari e ci informa delle probabili rotte di dispersione (dispersal) che queste popolazioni hanno tracciato, in un periodo come il medioevo, chiosa Iurino, in cui questa specie è stata sottoposta a una vera e propria mattanza.

È il caso dunque di dire che questa lupa ha l’oro in bocca. E il lupo appenninico, che sta rapidamente riconquistando i propri spazi, è la sola sottospecie europea che conserva dentro di sé parte di questa antica e preziosa sequenza di DNA.

Il reperto è attualmente esposto nel Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR) e per merito di Davide Persico è sorto un progetto di Citizen science che coinvolge il pubblico nella segnalazione di possibili reperti, che vengono poi prelevati e sottoposti alle dovute analisi. Tra i ritrovamenti più curiosi segnalati dai cittadini, ci fa sapere Iurino, vi è il cranio perfettamente conservato di un rinoceronte molto antico. È dunque molto importante che un pubblico sempre più attento e curioso diventi parte attiva della ricerca sul campo, poiché non si è mai certi di dove e quando ricompariranno tesori preziosi come la nostra lupa del medioevo.

Riferimenti:
Iurino, D. A., Cilli, E., Caniglia, R., Fabbri, E., Mecozzi, B., Ciucani, M. M., …Persico, D. (2022). On the trail of medieval wolves: ancient DNA, CT-based analyses and palaeopathology of a 1000-year-old wolf cranium from the Po Valley (northern Italy). Historical Biology, 1–12. doi: 10.1080/08912963.2022.2071710

Immagine in apertura:
Foto del ritrovamento del cranio di lupo sulla spiaggia Boschi Maria Luigia, presso
Coltaro (PR), 2016. (Foto di Davide Persico)