Un botanico in erba

Vi sono gli alberi. E vi sono gli amanti degli alberi. Quelli che li amano così tanto da studiarli a fondo diventano botanici, e a loro va tutta la mia ammirazione. Poi vi sono quelli che li studiano abbastanza a fondo da saperli riconoscere. “Toh, un frassino!” asseriscono con piglio sicuro. Oppure: “Ah, che bel tasso!” Infine ci sono quelli


Vi sono gli alberi. E vi sono gli amanti degli alberi. Quelli che li amano così tanto da studiarli a fondo diventano botanici, e a loro va tutta la mia ammirazione. Poi vi sono quelli che li studiano abbastanza a fondo da saperli riconoscere. “Toh, un frassino!” asseriscono con piglio sicuro. Oppure: “Ah, che bel tasso!” Infine ci sono quelli come me, che li amano, si, ma che non li hanno studiati a sufficienza o che non hanno trascorso un ragionevole tempo della loro vita in campagna o in zone di ricca vegetazione. Questi ultimi – categoria cui appartengo non senza una certa vergogna – sostano e indugiano, scrutano e congetturano, ma nove volte su dieci sbagliano. Certo, troppo facile riconoscere un ippocastano. O dire: “Si, questo è un platano!” Son capaci tutti a distinguerli. Ma prendiamo il magnifico giardino della Guastalla, a Milano, e facciamo in esso una passeggiata – attività che amo condurre soprattutto nei primi giorni di primavera e in autunno, quando la natura ci riserva messaggi speciali (ce li riserva in tutte le stagioni, ma in queste in modo particolare).

Nei pressi dell’area bambini, vi è un gruppo di alberi folti, dai rami impenetrabili; ombreggiano i giochi dell’infanzia, smorzando soprattutto la canicola estiva. I bimbi, inconsapevoli dei nomi, ma felici di quell’ombra che sa di miracolo, giocano protetti dalle chiome imponenti ed ampie – questi alberi sono anche rifugio sicuro per innamorati col dono della riservatezza e pensatori solitari. Giganti cotonati, soffici,  larghi come un abbraccio. Tutto ciò per un ignorante come il sottoscritto. In realtà sono faggi asplenifolia (Fagus sylvatica), e qui s’apre un mondo diverso, più scientifico ed esatto (senza nulla togliere alla poesia). E’ un albero molto diffuso in Italia; le faggete sono spettacoli commoventi, luogo ideale per flaneur ecologisti. Sostare sotto un faggio particolarmente esteso, magari in un’ora del giorno ideale, non lontano dal tramonto o, per chi ama la filosofia dell’oro in bocca, all’alba, significa esporsi ad un’esperienza che sconfina nel mistico, o comunque – senza spingersi troppo in là – qualcosa che sia prossimo ad una pura manifestazione di pace e comunione con la natura.

Poco oltre, nei pressi dell’ampio prato, troviamo un’incantevole magnolia (Magnolia grandiflora), tra le più belle angiosperme, piante così chiamate perché hanno semi avvolti da un frutto che li protegge. La magnolia dà il meglio di sé in primavera, quando s’accende d’un bianco accecante. I fiori, profumati e grandi, fanno di questa pianta una delle più importanti a livello ornamentale. Non a caso, impreziosiscono parchi e giardini di molte città. Alle sue spalle, accanto alla sede del Giudice di Pace, ecco il solitario platano (Platanus acerifolia), albero monumentale e imponente, con grandi braccia rivolte al cielo e un tronco solido come una roccia.

Procede la passeggiata e sfilano altri incanti della natura. Non lontano dalla magnifica peschiera in stile barocco, vero gioiello seicentesco, incontriamo il discreto tasso (Taxus baccata), un sempreverde di media grandezza, tanto che talvolta può essere scambiato per un arbusto. E’ una conifera dalla chioma irregolare e dai rami bassi; per vederlo da vicino è necessario districarsi in mezzo ad aghi fini e delicati. Questa pianta coopera attivamente col mondo animale; infatti, gli arilli – somiglianti a bacche rosse – sono una prelibatezza per gli uccelli, che ne digeriscono la polpa espellendone il seme (anche perché quest’ultimo è tutt’altro che commestibile, in quanto velenosissimo). Sempre affascinanti i meccanismi cui ricorre il mondo naturale: se gli arilli non fossero una ghiottoneria per gli uccelli, cadrebbero al suolo, patendo sia l’assenza di luce – in quanto, come abbiamo detto, il tasso ha rami bassi che producono un vasto cono d’ombra – sia la diretta concorrenza della pianta madre, che si accaparrerebbe la gran parte dei sali minerali presenti nel terreno. Abbandonati a debita distanza, invece, i semi originano un nuovo esemplare, con buona pace di tutti quanti: arilli, uccelli e pianta madre.

La camminata termina ai piedi del cipresso calvo (Taxodium distichum), uno spilungone dinoccolato che dimora nei pressi della Sinagoga. E’ un albero resistente e può superare i 25 metri d’altezza. Il botanico inesperto resta immediatamente colpito dal nome volgare: cipresso calvo. La curiosità di questa pianta è proprio che, malgrado sia una conifera, in autunno perde le foglie. Si tratta pertanto di foglie decidue, ovvero “destinate a cadere”; caratteristica, questa, diffusa tra le latifoglie e molto rara tra le conifere.

Gli esemplari unici ovviamente non finiscono qui. Finisce invece la passeggiata del flaneur  della Guastalla, che vi saluta invitandovi a visitare questi magnifici giardini.

Non sarà tempo perso. Con la natura, del resto, non lo è mai.

Jacopo Cipriani


Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons