“Dall’alto non esistono confini”: Rovereto celebra il neuroscienziato Valentino Braitenberg con un simposio e una mostra nel centenario della nascita

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Gionata Stancher, curatore della mostra “Valentino Braitenberg. Dalla cibernetica alle neuroscienze” per la Fondazione Museo Civico di Rovereto racconta l’importanza di ricordare il grande neuroscienziato

Con un evento congiunto composto da un simposio e dall’inaugurazione di una mostra dedicata, il Museo di Scienze e Archeologia assieme al Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive e il Centro interdipartimentale Mente e Cervello dell’Università di Trento, sotto l’egida del Comune di Rovereto, lo scorso 25 giugno hanno reso omaggio a uno dei padri della cibernetica italiana nonché personaggio chiave dell’identità culturale moderna della città di Rovereto, il neuroscienziato Valentino Braitenberg.

Valentino Braitenberg nacque nella città di Bolzano e crebbe in un territorio bilingue, nel quale la cultura italiana e quella tedesca convivono in un rapporto tanto arricchente quanto delicato. Un aneddoto che mi è stato raccontato dall’ex primario di neurologia di Rovereto Giorgio Rossi, amico di Braitenberg, rivela l’ambiente culturale nel quale crebbe il giovane Valentino rispetto a temi come le differenze linguistiche e culturali. Il padre era solito condurlo lungo i sentieri di montagna fino alle cime più elevate per ammirare il panorama dall’alto.

“Vedi confini da qui? Non ci sono confini…sono una creazione dell’uomo”.

Forse questa consapevolezza lo portò a seguire per tutta la vita i sentieri del proprio pensiero e delle proprie intuizioni, spostandosi di laboratorio in laboratorio, di città in città. Dopo la laurea in medicina a Innsbruck e la specializzazione in psichiatria a Roma venne chiamato da Eduardo Caianiello a dirigere, a soli trentatré anni, il laboratorio di cibernetica dell’Università di Napoli. Nella città partenopea l’altoatesino dall’accento tedesco si integrò perfettamente, e lì rimase per 10 anni, durante i quali nacquero i suoi tre figli.

“Aveva un vero spirito napoletano” ha commentato Luigia Cristino del CNR di Napoli durante il simposio del 25 giugno “I Veicoli Pensanti: cent’anni dalla nascita di Valentino Braitenberg”.

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Durante gli anni a Napoli si dedicò all’approfondimento del sistema nervoso in un’ottica comparata, alla ricerca degli elementi minimi, quelli che caratterizzano la vita animale in quanto tale. In un’intervista all’Espresso dichiarò: “Stiamo lavorando sulla scimmia, sulla pulce e sulla mosca. A certi livelli siamo tutti uguali”.

È probabilmente in questa frase che è possibile trovare il distillato dell’approccio di Braitenberg: uno sforzo attivo riposto nella ricerca dei collegamenti e del denominatore comune che sottende fenomeni all’apparenza così diversi. Lo studio del cervello umano veniva da lui messo in relazione con la teoria dell’informazione, secondo l’idea che la cognizione fosse una proprietà non solamente umana, non solamente animale, ma dei sistemi complessi in generale. Che quindi fosse possibile far emergere la cognizione anche dalle reti neurali artificiali, in un’epoca in cui l’idea di un’intelligenza artificiale, quindi non fondata sui neuroni, era pura teoria.

Il problema del rapporto tra mente e corpo, tra cervello e pensiero, andava secondo lui indagato non solo approfondendo la conoscenza ma soprattutto allargando la prospettiva. Come quando, col padre, saliva fino in cima alle montagne.

I movimenti studenteschi e la conseguente impossibilità di accedere ai laboratori lo spinsero a spostarsi al Max Planck Institute di Tübingen, dove rimase fino alla pensione e dove sviluppò la sua idea, già abbozzata sotto il sole di Napoli, dei “veicoli pensanti”.

I veicoli pensanti costituiscono un esperimento teorico (non vennero mai realizzati in pratica da Braitenberg) che vede veicoli non programmati e non programmabili, privi di conducente, “esprimere” comportamenti complessi. Questo in virtù di semplicissime connessioni tra sensori sensibili alla luce ed effettori, cioè tra fotorecettori e motori che muovono le ruote. Giocando su sole quattro variabili, cioè sul tipo di sensore che può essere eccitatorio o inibitorio, e sul tipo di connessione diretta o incrociata, era possibile far “esprimere” ai veicoli comportamenti complessi, che l’osservatore era portato a interpretare: Braitenberg arrivò a teorizzarne 14. Un osservatore che vedesse i veicoli muoversi nello spazio sarebbe indotto ad attribuire loro dei sentimenti in base al comportamento nei confronti di una sorgente luminosa. Se ad esempio il tipo di avvicinamento è rapido e il veicolo segue il punto luminoso ma non si ferma quando l’ha raggiunto, allora manifesta un comportamento aggressivo. Se invece segue la luce e si ferma a pochi centimetri di distanza, manifesta amore. Se evita la sorgente luminosa girandosi, esprime paura. E così via.

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L’esperimento mentale di Braitenberg dimostra due cose: la prima, che per esprimere comportamenti relativamente complessi non servono sistemi nervosi molto complicati: un dato, questo, che sta emergendo prepotentemente dalle ricerche sugli insetti, e che fa sorgere l’interrogativo sullo scopo dell’enorme complessità del nostro cervello. La seconda, che la nostra tendenza ad attribuire stati mentali ed emotivi a qualunque cosa è molto forte, tanto da superare l’evidenza della loro palese assenza nei “veicoli”,concepiti apposta per essere tanto semplici quanto evocativi e suggestivi di intenzioni ed emozioni.
Le scienze cognitive hanno dimostrato in effetti la presenza nella nostra specie di una speciale tendenza, rara nel resto del regno animale, ad attribuire stati mentali ad altri soggetti (compresi altri animali): ci si riferisce a questa prestazione cognitiva come al possesso di una “teoria della mente”.

Questo significa teorizzare, pur non avendone le prove in senso scientifico, che altre persone abbiano una mente, vale a dire ipotizzare che dietro i loro comportamenti vi siano degli stati mentali con degli obiettivi e delle emozioni che li guidano.
Il significato adattivo di ciò in una specie sociale come la nostra è evidente: consente ad esempio di anticipare le mosse degli altri e anche di attribuire a loro delle “false credenze”: ti induco a credere qualcosa perché questo mi è utile. Questo apre la strada alla manipolazione reciproca. Alcuni biologi evoluzionisti come Baron-Cohen e Tomasello, ipotizzano che proprio l’accesso alla teoria della mente abbia rappresentato un’importante spinta per l’evoluzione dell’intelligenza umana.

L’unione tra l’emergenza di comportamenti complessi da macchine semplici e la tendenza a sovrastimare il contenuto mentale di chi non ha neppure una mente (come un veicolo semovente), ci obbliga a riflettere sulla reale condizione umana, quella animale e il rapporto che tutto ciò ha con le “macchine” più sofisticate che stanno ora facendo la loro comparsa, come l’I.A. Con il concepimento della sua più importante eredità intellettuale e filosofica, l’esperienza di Braitenberg a Tübingen si concluse e lo scienziato si ritirò dal lavoro attivo nel 1994.

Nel frattempo nella cittadina italiana di Rovereto, un tempo collocata nella porzione più meridionale dell’impero d’Austria, vi era un grosso fermento. Attorno alla fine dello scorso millennio gli amministratori locali dovevano decidere quale facoltà dell’Ateneo di Trento delocalizzare a Rovereto fondando un polo universitario distaccato da quello centrale.
Donata Loss, assessore alla cultura e all’università di quel periodo, spiega come l’idea iniziale fosse quella di istituire una facoltà di scienze della formazione. Era tuttavia consapevole che un nuovo ambito interdisciplinare si stava facendo spazio tra gli specialisti: le scienze cognitive, una sorta di anello di congiunzione tra neurofisiologia e psicologia. L’allora rettore Massimo Egidi condivideva l’intuizione di collocare a Rovereto qualcosa che fosse realmente nuovo e propose di istituire un piccolo laboratorio in città, un passaggio che rappresentasse esso stesso una sperimentazione. Chiamò a dirigerlo uno scienziato eclettico di fama internazionale da poco andato in pensione: Valentino Braitenberg. Braitenberg accettò volentieri la proposta anche perché quella città, Rovereto, era stata sede del liceo che suo nonno aveva frequentato molti anni prima, “in quanto uno dei migliori dell’impero austriaco”. Il Laboratorio di scienze cognitive fu il primo seme per l’istituzione, un paio d’anni dopo, di una vera e propria Facoltà, destinata a diventare, nel suo ambito, una delle più importanti e prestigiose a livello nazionale.

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Nella piccola ma culturalmente effervescente città di Rovereto Braitenberg ebbe l’occasione di farsi conoscere e ricordare per le sue doti intellettuali e sociali. Nel 2002 gli venne conferita la cittadinanza onoraria, primo caso per la città di Rovereto.

Il simposio e la mostra organizzati nel centenario della nascita di Valentino Braitenberg hanno scelto di mettere al centro non soltanto lo scienziato e le sue intuizioni, ma soprattutto l’uomo che le ha rese possibili. Perché le idee non nascono dal nulla: prendono forma dall’esperienza vissuta, dagli incontri, dai luoghi, da una particolare modo di osservare il mondo. Forse il tratto più originale di Braitenberg è stato proprio questo: cercare instancabilmente ciò che accomuna, anziché ciò che divide. Tra uomo e animale, tra cervello e macchina, tra biologia e informatica, ma anche tra discipline e culture differenti.

È anche per questo che Rovereto continua a riconoscersi nella sua eredità. Non solo perché Braitenberg contribuì in modo decisivo alla nascita del Polo universitario e dunque all’identità culturale giovanile cittadina odierna, ma perché incarnò un’idea di conoscenza aperta, interdisciplinare e capace di superare i confini. Gli stessi confini che, da bambino, suo padre gli aveva insegnato a osservare dall’alto, da una prospettiva che ci ricorda come esistano soprattutto nelle mappe e nella mente degli uomini.

Bibliografia

Baron-Cohen, S. (1995). Theory of mind: Evolutionary history of a cognitive specialization.

Trends in Neurosciences, 18(9), 418–424.

Herrmann, E., Call, J., Hernández-Lloreda, M. V., Hare, B., & Tomasello, M. (2007).

Humans have evolved specialized skills of social cognition: The cultural intelligence hypothesis. Science, 317(5843), 1360–1366.

Braitenberg, V. (1984). Vehicles: Experiments in Synthetic Psychology. MIT Press.

Foto: Museo Civico di Rovereto