Rendere più sicura l’agricoltura “biologica”: cosa ci insegna Trichoderma, il fungo alleato delle colture

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Un lavoro pubblicato su Nature Microbiology analizza in modo comparativo 37 ceppi di Trichoderma e oltre 140 tratti biologici, mostrando perché questi funghi siano così utili nel biocontrollo ma anche quali caratteristiche meritino valutazioni di rischio più attente prima dell’impiego su larga scala.

Trichoderma è uno dei “nomi” più ricorrenti quando si parla di agricoltura sostenibile: è un genere di funghi impiegato come bioeffettore (in biostimolanti e prodotti per la protezione delle piante), generalmente distribuito nel suolo o sulle colture sotto forma di spore, perché può limitare i patogeni e contribuire alla salute delle piante. Proprio perché viene prodotto e distribuito in quantità crescenti, però, diventa cruciale capire che cosa fa davvero nell’ambiente, quanto può persistere e diffondersi, e in quali casi può comportarsi da opportunista.

Un alleato diffuso, ma non “automaticamente” innocuo

Un recente studio internazionale pubblicato su Nature Microbiology, coordinato dal Royal Botanic Gardens (Kew) e realizzato con la partecipazione di diversi istituti di ricerca tra cui l’Università di Pisa, affronta proprio questa domanda: non basta sapere che Trichoderma “funziona” contro alcuni patogeni; bisogna anche capire quali specie/ceppi siano i più adatti a un uso agricolo mirato e quali invece richiedano cautela, per esempio per possibili effetti non bersaglio o per un’eccessiva capacità di colonizzare e persistere.

Gli autori ricordano che alcune specie del genere, pur essendo comunemente considerate benefiche in agricoltura, sono state riportate in contesti problematici: focolai di “green mould” nelle coltivazioni di funghi edibili e, più raramente, infezioni opportunistiche in persone immunocompromesse. Inoltre, sono in aumento segnalazioni di fitopatogenicità per alcune specie (ad esempio T. afroharzianum in relazione a marciumi della spiga nel mais, citato anche in rapporto alla EPPO Alert List).

Per mettere ordine nella grande variabilità del genere, i ricercatori hanno combinato genomica comparativa e profilazione ecologica/fisiologica: in pratica, hanno correlato dati genomici di 37 ceppi con oltre 140 tratti fenotipici, usando anche strumenti di machine learning. I tratti considerati includono aspetti legati a versatilità metabolica, interazioni biotiche, tolleranza a stress e strategie riproduttive.

Il risultato è una mappa molto più granulare di Trichoderma: un genere geneticamente coeso ma ecofisiologicamente diversissimo, in cui la “firma” utile in agricoltura non coincide automaticamente con la “firma” di sicurezza. Un punto interessante (e un po’ controintuitivo rispetto all’immagine del Trichoderma come fungo del suolo agricolo) è la ricostruzione della sua ecologia “di base”: nel lavoro emerge un quadro in cui molte specie sono associate a habitat arborei e microambienti umidi, e le spore risultano capaci non solo di disperdersi nell’aria ma anche tramite gocce d’acqua, con capacità di germinazione in acqua.

Queste caratteristiche contano perché, dal punto di vista applicativo, aiutano a stimare quanto facilmente un ceppo possa diffondersi oltre l’area trattata e quanto possa rimanere vitale in condizioni ambientali diverse.

Dalla ricerca alla pratica: un “filtro” per scegliere ceppi più adatti e più sicuri

Lo studio propone un’idea operativa: valutare i candidati non solo per la loro efficacia, ma dentro un percorso che includa identificazione tassonomica accurata, profilazione di fitness e un primo livello di biosecurity assessment incrociando segnalazioni e allerte di riferimento (EPPO, CABI, NPPO), così da distinguere ceppi a bassa preoccupazione, ceppi da usare con cautela e ceppi con preoccupazione elevata che richiedono salvaguardie ulteriori.

Gli autori sottolineano anche che l’impiego agronomico implica un rilascio intenzionale e “massivo” di spore: per questo, in particolare per alcune modalità d’uso (ad esempio applicazioni fogliari), servono criteri evidence-based e valutazioni caso per caso, con attenzione a persistenza, effetti non bersaglio e potenziale patogenicità.

La conclusione non è che il biocontrollo “non funzioni” o che l’agricoltura sostenibile sia un’illusione. È, piuttosto, un invito a renderla più matura: se vogliamo ridurre l’uso di pesticidi di sintesi affidandoci a organismi benefici, dobbiamo essere in grado di scegliere quali organismi, quali ceppi, in quali contesti e con quali controlli.

In questo senso, la “phenogenomics” proposta dagli autori funziona come una lente: mette insieme DNA e ecologia reale per massimizzare i benefici (biocontrollo, resilienza della pianta, performance) minimizzando i rischi legati a opportunismo, diffusione e persistenza nell’ambiente.

Riferimenti:

Steindorff, A. S., Cai, F. M., Ding, M., Jiang, S., Atanasova, L., Baker, S. E., Barbosa-Filho, J. R., Akcapinar, G. B., Brown, D. W., Chaverri, P., Chen, P., Chenthamara, K., Daum, C., Drula, E., Dubey, M., Durling, M. B., Flatschacher, D., Ebner, T., Emri, T., … Druzhinina, I. S. (2026). Phenogenomics reveals the ecology and evolution of Trichoderma fungi for sustainable agriculture. Nature Microbiology, 11(3), 815–831. https://doi.org/10.1038/s41564-026-02260-3

In apertura: Tricoderma viride, foto di Michel LangeveldCC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons