Chi salverà gli orsi polari? Le oche…

Il riscaldamento globale, con il conseguente scioglimento dei ghiacci polari, sta seriamente compromettendo la sopravvivenza di molte specie artiche e antartiche. Tra queste, l’orso polare (Ursus maritimus) è senza dubbio la specie icona di questa drammatica situazione: ricordetete come i mass media di tutto il mondo, compresi quelli italiani, si affannarono a descrivere la vicenda dei nove orsi che vagavano

Il riscaldamento globale, con il conseguente scioglimento dei ghiacci polari, sta seriamente compromettendo la sopravvivenza di molte specie artiche e antartiche. Tra queste, l’orso polare (Ursus maritimus) è senza dubbio la specie icona di questa drammatica situazione: ricordetete come i mass media di tutto il mondo, compresi quelli italiani, si affannarono a descrivere la vicenda dei nove orsi che vagavano alla deriva a causa dello scoglimento del lastrone di ghiaccio che li trasportava (qui un articolo tratto dal Corriere della Sera)?

Oltre agli allarmi, alcuni studiosi si stanno occupando delle possibili “vie di fuga” che questi animali potrebbero intraprendere per incrementare le proprie chances di sopravvivenza: in che modo dunque i poveri orsi potrebbero adattarsi alle nuove e sempre più precarie condizioni ambientali? Un gruppo di ricercatori ha recentemente realizzato un’interessante studio, publicato sulla rivista Journal of Polar Biology, il cui oggetto di studio sono i giovani esemplari di questa specie di carnivoro, gli individui che rischiano di risentire maggiormente i terribili cambiamenti climatici, che vivono nella baia di Hudson, in Canada. Gli orsi polari vivono infatti prevalentemente in aree di mare interamente ricoperte dal ghiaccio in cui possono agevolmente cacciare le foche dagli anelli (Pusa hispida), le loro prede prevalenti. Durante la stagione estiva, quando la copertura dei ghiacci si riduce, la maggior parte degli orsi si sposta verso nord, alla ricerca di territori ancora ghiacciati. Essendo queste aree di limitata estensione (e lo saranno sempre di più se il riscaldamento continuerà), non tutti gli orsi riescono a risalire verso il polo: gli individui subadulti, infatti, vengono solitamente allontanati dai maschi adulti dalle zone più favorevoli alla caccia e si vedono costretti a dirigersi verso le terre ferme, dominate dalla tundra. Nei 4-5 mesi trascorsi in questo ambiente gli orsi soffrono un intenso calo di peso, fattore fondamentale per la sopravvivenza al futuro inverno artico, e manifestano pertanto un’alta mortalità.

Negli ultimi anni, come documentato dai ricercatori guidati da Robert Rockwell dell’American Museum of Natural History di New York, sono stati avvistati sempre più orsi avvicinarsi e banchettare con le uova deposte da una specie che nidifica in enormi colonie sul suolo della tundra canadese: l’oca delle nevi (Chen caerulescens). Al momento, però, il periodo di deposizione delle oche delle nevi precede di un breve intervallo di tempo l’arrivo degli orsi nelle medesime zone. Tuttavia, lo studio dimostra come se lo scioglimento dei ghiacci continuerà ad essere anticipato e se, come sembra sulla base del trend degli ultimi anni, le oche continueranno a posticipare l’inizio della deposizione, in pochi anni gli orsi potrebbero contare su un’abbondante risorsa di cibo energetica per supplire alla carenza di prede naturali. Certo ci vorranno tante uova (circa 40 nidi al giorno per sostituire una foca), ma ora una piccola speranza per questi giganti bianchi sembra essere rimasta…

Andrea Romano


Riferimenti:
R. F. Rockwell  and L. J. Gormezano, The early bear gets the goose: climate change, polar bears and lesser snow geese in western Hudson Bay, Journal Polar Biology, ISSN 0722-4060 (Print) 1432-2056 (Online). DOI 10.1007/s00300-008-0548-3

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons